L’Italia che piace alle destre non è verde ma “nera come il carbon”
Tratto da: Adista Notizie n° 14 del 11/04/2026
42585 ROMA-ADISTA. Nostalgia del governo Meloni per i “bei” tempi andati o forse, più probabilmente, un disperato tentativo di preservare modelli di sviluppo (e interessi collegati) ancorati al passato e privi di visione sul presente e sul futuro? Sta di fatto che grazie a un emendamento di fine marzo al “Decreto Bollette” (pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 20 febbraio e attualmente in fase di conversione in Parlamento), a prima firma Riccardo Molinari della Lega, le centrali a carbone rimaste in attività (due in Sardegna, una a Civitavecchia e una a Brindisi) continueranno a operare fino al 31 dicembre 2038. Secondo il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) avrebbero dovuto chiudere bottega entro il 31 dicembre 2025. Lo slittamento di ben 13 anni del phase-out del carbone è stato motivato dalla maggioranza di governo con la necessità di mantenere una riserva strategica di energia in tempi di instabilità internazionale e di volatilità dei prezzi dell’energia fossile.
I negazionisti climatici della destra italiana – in ossequio all’amico Donald Trump, che negli USA ha rilanciato il carbone con ingiustificabili iniezioni di fondi pubblici – gongolano all’idea di aver assestato un duro colpo alla transizione energetica. Molti commentatori, intanto hanno ironicamente ribattezzato il provvedimento “Salva Carbone”, accusando il governo di proiettare il Paese decenni indietro nella storia, senza peraltro prevedere adeguate compensazioni in termini di investimenti nella transizione all’energia pulita. Strategia messa in campo invece da altri Stati, soprattutto nel Sudest asiatico, di fronte alla crisi energetica in corso: riabilitare provvisoriamente il carbone in questa fase di crisi del gas come fonte di transizione, nella prospettiva di convertire presto il sistema alle rinnovabili.
Scelta anacronistica e senza visione
L’opposizione di Pd e Movimento 5 Stelle ha condannato l’«atto irresponsabile e miope che ci riporta indietro di decenni», l’ennesimo favore all’industria delle fonti fossili con costi altissimi che si ripercuoteranno su famiglie e imprese. Contro il “Salva Carbone” si è scagliata anche la società civile ambientalista italiana. In una dura nota del 31 marzo scorso, Forum Diseguaglianze Diversità (ForumDD), Greenpeace Italia, Kyoto Club, Legambiente, Transport & Environment e WWF, denunciano che «prorogare il carbone al 2038 è una scelta grave, incoerente e a rischio di illegittimità costituzionale».
L’approvazione dell’emendamento al decreto è grave perché «contraddice apertamente gli impegni climatici assunti dal Paese» con la Strategia Energetica del 2017 e con il PNIEC, modificato e pubblicato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) nel 2024, che definisce gli obiettivi del nostro Paese al 2030 su decarbonizzazione, rinnovabili, sicurezza energetica, ricerca, innovazione, ecc. «Smentire oggi quelle scelte», accusa la nota, «rappresenta un elemento di forte discontinuità istituzionale e mina la credibilità dello Stato nei confronti degli operatori, dei cittadini e delle istituzioni europee».
Il governo si pone in aperto contrasto anche con le rilevanze della comunità scientifica, ormai confermate da una vastissima letteratura, secondo la quale, tra tutte le fonti fossili, il carbone risulterebbe la peggiore in termini di emissioni di CO2 e di altri macroinquinanti (anidride solforosa, ossidi di azoto, particolato, metalli pesanti) «devastanti» per la salute.
Emergerebbero «rilevanti criticità» anche sotto il profilo giuridico: «Alla luce della riforma degli articoli 9 e 41 della Costituzione, che rafforzano la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni, il prolungamento dell’utilizzo della fonte fossile a maggior tasso di emissioni climalteranti rischia di configurarsi come una misura in contrasto con i principi costituzionali». Inoltre, a livello comunitario e internazionale, «politiche pubbliche che comportino un aggravamento prevedibile e duraturo dei livelli di inquinamento e delle emissioni climalteranti potrebbero esporre lo Stato a profili di responsabilità anche sul piano sovranazionale».
Le associazioni denunciano infine il «continuo mutamento degli indirizzi di politica energetica», il quale «compromette significativamente la certezza del quadro regolatorio e rischia di rallentare gli investimenti nelle tecnologie pulite, aggravando la dipendenza dalle fonti fossili e i costi per cittadini e imprese». In buona sostanza, accusa la nota, la scarsa lungimiranza della classe politica rischia di ipotecare il «futuro dei giovani», dal punto di vista climatico ma anche economico.
La scelta del governo di rinviare di 13 anni il phase-out del carbone rappresenta per gli ambientalisti italiani «un passo indietro ingiustificato e pericoloso. La sicurezza energetica e la stabilità dei prezzi si costruiscono, infatti, solamente accelerando la transizione verso fonti rinnovabili, sistemi di accumulo, efficienza energetica e reti moderne, non prolungando l’utilizzo delle fonti più dannose». Anche l’attuale scenario mediorientale confermerebbe, secondo gli estensori della nota, questa prospettiva: «L’Italia potrebbe ridurre la propria dipendenza dal gas del Qatar dell’85% in appena 12 mesi con investimenti mirati nei settori citati, senza dover ricorrere all’utilizzo di Carbone né tantomeno a nuovi contratti per il gas fossile o nuove infrastrutture».
La nota si chiude con l’appello al governo a fare un passo indietro sull’emendamento e con l’appello al Parlamento a opporsi, «lavorando invece per riallineare le politiche energetiche agli impegni assunti, al quadro normativo vigente e ai principi costituzionali, evitando di esporre il Paese a rischi ambientali, economici e giuridici non giustificabili».
*Foto presa da Unsplash, immagine originale e licenza
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