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“Il tango di Francesco”. Un racconto di Papa Bergoglio nelle vignette di Mauro Biani

“Il tango di Francesco”. Un racconto di Papa Bergoglio nelle vignette di Mauro Biani

Tratto da: Adista Notizie n° 15 del 18/04/2026

42595 ROMA-ADISTA. Cosa resta del pontificato di papa Francesco a un anno dalla sua morte, avvenuta la mattina del 21 aprile 2025? È presto per dirlo. Torna però utile, oltre che originale per la forma, Il tango di Francesco, una sorta di racconto in disegni dei tratti più significativi del pontificato di Bergoglio (2013-2025) realizzato da Mauro Biani, vignettista e illustratore, già “matita” del manifesto e da qualche anno alla Repubblica, pubblicato qualche mese fa dall’editore People (pp. 148, €15).

Non è una biografia illustrata di papa Francesco. E nemmeno una graphic novel che narra i dodici anni alla guida della Chiesa cattolica di Bergoglio. È un’antologia tematica (“Francesco”, “Rinnovare”, “Politica”, “Dignità”, “Migrazioni”, “Pace”) delle tavole con cui Biani, sul manifesto fino all’ottobre 2019 e poi sulla Repubblica e L’Espresso, ha accompagnato e raccontato a lettori e lettrici, con disegni semplici ma potenti, ironici e profondi, l’azione di «un cristiano sul trono di Pietro» – definizione che nel 1965 Hannah Arendt coniò per papa Roncalli recensendo Il Giornale dell’Anima di Giovanni XXIII per The New York Review of Books – e che ben si adatta anche a Francesco.

«Un capo religioso impopolare tra gli integralisti. Non sarà rivoluzione, ma interessante l’ossimoro», riflette un pensoso Bergoglio in una delle tavole di Biani. Perché questo, in estrema sintesi, è stato papa Francesco: non rivoluzione – può mai esserci una rivoluzione dall’alto? –, ma intenso vortice di aria nuova che ha rimescolato le carte sui tavoli all’interno dell’edificio della Chiesa romana, dove porte e finestre di solito sono chiuse ermeticamente perché non entrino spifferi e ventate che possano scompigliare ma tutto resti immobile nei secoli dei secoli.

Che qualcosa di nuovo stesse accadendo, Biani lo intuisce subito, se già nel 2013, primo anno di pontificato, rappresenta un papa Francesco dubbioso accanto a un lupo vestito da cardinale. Cardinale che poi torna in un’altra tavola, datata 2021, stavolta in sembianze umane, e che afferma con granitica sicurezza: «I papi passano, la Curia resta». Bergoglio ha scompaginato molte carte – non tutte, anche Biani lo conferma: vedi la monolitica struttura gerarchica e clericale – ma le ha lasciate anche in disordine, interrompendo a metà un lavoro che potrà assumere le forme di un nuovo ordine, più simile al Vangelo, oppure recuperare le sembianze note del passato, rassicuranti per i custodi dell’ortodossia.

Un deciso cambio di traiettoria e di visione però c’è stato: quello che ha riorientato l’asse della missione della Chiesa in una direzione pastorale e sociale e che l’ha spinta a guardare oltre le mura della propria cittadella, verso un mondo che esplode e nello stesso tempo implode. È soprattutto questa “rivoluzione” che Biani disegna e racconta, con i grandi temi che Bergoglio ha messo al centro del proprio magistero e dalla propria azione fatta di parole e gesti.

Come la pace: papa Francesco sulla sedia a rotelle che, come un bastone pastorale, issa una bandiera bianca. Che non significa resa incondizionata, come i leader politici in mimetica e con l’elmetto – anche quelli della sinistra democratica europea – interpretarono l’immagine evocata da Bergoglio a proposito della guerra in Ucraina, ma invito al negoziato e alla ricerca di soluzioni diplomatiche. O i migranti, con il pontefice che al posto della mozzetta rossa papale indossa un salvagente arancione – come quello che gli hanno regalato i volontari di Mediterranea Saving Humans –, che cammina in equilibrio sul filo spinato del campo profughi di Lesbo o che si trova a bordo di una barca insieme a uomini e donne migranti («papamobile»). O la politica aggressiva che calpesta i diritti e innalza muri: papa Francesco in versione esorcista che si contrappone a un Donald Trump armato come un pistolero del Far West indossando cappello da cowboy e cravatta presidenziale. «Biani adotta un linguaggio scarno, essenziale, fortemente espressivo», in grado di «tenere insieme denuncia e compassione, cronaca e Vangelo», scrive nella prefazione Antonio Spadaro, gesuita direttore della Civiltà Cattolica dal 2011 al 2023 e ora sottosegretario del Dicastero vaticano per la cultura e l’educazione.

«Biani mette in scena un papa delle soglie, che si affaccia sui margini della storia, sulle ferite del mondo, sui luoghi dove la dignità umana è più minacciata», «ogni immagine è una forma di epigramma grafico, uno spazio di concentrazione morale, che obbliga chi guarda a scegliere, prendere posizione, non restare indifferente». Quello che emerge, conclude Spadaro, è «una teologia visiva del presente, un’esegesi laica del pontificato: ogni vignetta è lettura e interpretazione visiva del magistero. Non c’è illustratività passiva, ma riflessione attiva, coinvolta, affettiva. La matita di Biani è come una predica muta: non spiega, ma espone; non argomenta, ma interroga. E così facendo, rende visibile il Vangelo vissuto, non come dottrina da apprendere, ma come carne ferita da abbracciare».

Ma, spiega lo stesso Mauro Biani nelle pagine introduttive, «non è un “papa buono”, tanto meno “buonista”, è un papa evangelico che vede il mondo e la Terza guerra mondiale a pezzi». E «a me laico, un po’ “cristoanarchico”, tutto questo me lo ha fatto sentire vicino, unica personalità mondiale costruttrice di ponti. Tentativi. E lui ha tentato». «Non siamo stati d’accordo su tutto» – per esempio quando parlava di temi come l’aborto –, ma «meglio così. Umano. Sul cammino, faticoso, dell’umanità, sui “fratelli tutti”, siamo insieme».

*Foto presa da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza 

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