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Per il verso giusto. I nostri incontri d'amore al

Per il verso giusto. I nostri incontri d'amore al "Leone"

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 18 del 16/05/2026

Tu e io,

non ci fosse stata questa follia nazionalista degli slavi del sud

avremmo potuto invecchiare meravigliosamente.

E invece, 

di tutta la nostra vita 

ci sono rimasti soltanto

questi nostri tristi incontri d’amore al cimitero del Leone.

Ti dirò

anche quando nella mia disgrazia sono più felice: 

quando al cimitero mi sorprende la pioggia.

Mi piace da matti inzupparci di pioggia insieme!

Izet Sarajlić

 

Sono arrivato a conoscere la poesia di Izet Sarailjć (1930-2002) leggendo Lettere fraterne, un epistolario tra il poeta bosniaco vissuto a Sarajevo e il suo amico scrittore Erri De Luca. 

Mi ero soffermato su quanto De Luca scriveva alla fine del carteggio sul suo amico poeta: «Ecco, Izet durante gli anni dell’assedio scrive poco, non fa più il poeta. Cosa fa? Sta lì, vive con la città scassata, condivide la fame, le code per l’acqua, per il pane. Non profitta di inviti a emigrare. Sta lì, quella è la sua poesia tra i suoi concittadini, e scalda uguale. Un poeta è responsabile del dolore come della gioia». L’avevo immaginato Izet, con i suoi capelli bianchi, gli occhiali di celluloide anni ‘70, a fare la fila in silenzio. Credo che lui a quel punto fosse diventato la sua parola, la sua poesia. Che il destino della sua parola e del suo corpo, come accade ai profeti biblici, venissero a coincidere. 

«Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti», scrive. De Luca dice che Sarajlic, restando a Sarajevo sotto le bombe, è stato un maestro di «lealtà civile». Eppure può sorprendere che il nostro poeta faccia questa sua resistenza poetica cantando l’amore. Dimostrando così che l’amore è politico. Salva nelle sue parole la città in fiamme. Nel ‘97, quando da poco è finita la guerra, muore sua moglie, che ha conosciuto fin da ragazza. La guerra non ha dimezzato Sarajlic come la morte della sua compagna. «Con i suoi versi», prosegue Erri De Luca, «si erano dati voce gli innamorati di due generazioni». E quando la morte lo travolge, trova nei suoi versi lo spazio ultimo per i suoi incontri amorosi. 

«Quei due abbracciati sulla riva del Reno potevamo essere noi due. Ma noi non passeggiamo più su nessuna riva abbracciati. Vieni, passeggiamo almeno in questa poesia». Sì, la poesia come si immagina Erri è un’arca di Noè in cui il poeta mette in salvo il mondo. Ma a me sorprende e commuove il verso in cui lui, il poeta, salva il suo amore, salva lei. Questo passeggiare abbracciati dentro un verso sembra sottrarre il dominio alla morte e ridare corpo all’amore perduto. 

Per questo ho scelto la poesia del suo dialogo con lei al cimitero. «Avremmo potuto invecchiare insieme» scrive. E invece c’è questo coltello che taglia il tempo, le storie, le divide, le fa sanguinare. Lei non è morta sotto le bombe, ma la guerra lascia tracce indelebili, fa ammalare, accorcia la vita anche se non ti colpisce con un fucile. Questi tristi incontri d’amore al cimitero del Leone sono dentro quel taglio, il luccichio della lama che ha diviso i corpi. Non pensa, Izet, a un paradiso, ma resta in quel campo di corpi sepolti. E sta lì, come quando faceva la fila per il pane, nella Sarajevo assediata dalla guerra. Sembra un'immagine infarcita di un materialismo storico démodé. Un appiattimento senza trascendenza dove i corpi stanno sottoterra senza riscatto, senza paradiso. E invece, io sento che in quella terra concimata dalla morte, lei è come uno stelo di frumento, e in qualche modo germoglia con lui sotto la pioggia. La sua felicità di essere sorpreso davanti alla tomba dell’amata sotto la pioggia ha qualcosa di vitale, quasi una innocente protesta amorosa, in cui il corpo stesso del poeta è il verso che salva l’amata e lei, Miki, con il suo corpo di terra salva lui, inspiegabilmente felice. 

«Mi piace da matti inzupparci di pioggia insieme». Non c’è più un corpo vivo e un corpo morto, uno sottoterra e l’altro sopra. Sono semplicemente loro, due, dentro questo verso, come noi che ora lo leggiamo, inzuppati, bagnati fradici d’amore.

* Cimitero del Leone a Sarajevo. Foto di Niegodzisie da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza

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