L’energia fossile, nuova arma
Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 18 del 16/05/2026
La recente guerra in Iran, scatenata da Washington e Tel Aviv, ha riportato all’attenzione mondiale il pericoloso legame tra geopolitica e fonti energetiche. Come nel conflitto in Ucraina il Cremlino ha messo in atto una strumentalizzazione delle fonti energetiche russe, così il blocco dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran ha causato una interruzione delle forniture del mercato petrolifero globale senza precedenti. Tutti sembrano aver dimenticato che l’attacco statunitense e israeliano del 28 febbraio scorso è stato sferrato con l’obiettivo di impedire a Teheran di dotarsi di armi nucleari. Nelle settimane successive l’operazione militare ha assunto i contorni di un vero e proprio conflitto regionale, coinvolgendo la già complicata area mediorientale e indirettamente anche la Russia e la Cina.
Ai massicci bombardamenti arei statunitensi ed israeliani, Teheran ha risposto con droni e missili balistici che hanno colpito sia Israele, sia i Paesi del Golfo che ospitano le basi americane. Tuttavia il salto di qualità militare e strategico del regime iraniano è sicuramente la chiusura dello Stretto di Hormuz, considerato una delle rotte commerciali più importanti al mondo, dove transita un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto (GNL).
A oltre due mesi di distanza dall’inizio del conflitto e con un numero drammaticamente alto di vittime civili, abbiamo dovuto constatare, ancora una volta, che le guerre, sia lontane, sia vicine, hanno rilevanti ricadute politiche ed economiche anche alle nostre latitudini: è il lato oscuro della globalizzazione.
In secondo luogo, le risorse, cosiddette critiche, vengono sempre più spesso strumentalizzate dai governi per ottenere vantaggi militari e politici. Come sottolinea un interessante articolo di Forbes1, nel XXI secolo l’energia fossile, che rappresenta una risorsa essenziale per il funzionamento dell’economia globale contemporanea, si è trasformata in un’arma di potenza. Basti pensare che il gas naturale rappresenta un elemento determinante per l’industria, in particolare del settore chimico e metallurgico, mentre il petrolio è una delle più importanti risorse energetiche al mondo.
In un altro articolo dal titolo “La militarizzazione dei sistemi energetici e delle politiche nell'era dei cambiamenti climatici” viene messo in luce il fenomeno sempre più diffuso della militarizzazione dell'energia nella geopolitica regionale, con il rischio che una crisi globale dell'approvvigionamento energetico possa trasformarsi sempre più spesso in un casus belli dai risvolti imprevedibili.
In questa dinamica di competizione si inseriscono le grandi potenze, in particolare la Russia, gli Stati Uniti e la Cina, legate al controllo, sia diretto che indiretto, delle risorse globali e delle relative catene di approvvigionamento.
La Russia, in particolare, negli ultimi anni ha giocato un ruolo fondamentale per l’economia globale e in particolare per quella europea. Fino al 2020 l’UE importava dal Cremlino circa il 40% del gas naturale e il 25% del petrolio. A partire dall’invasione dell’Ucraina, nel febbraio 2022, le risorse energetiche russe sono state utilizzate da Putin come leva politica e militare e il risultato è stato non solo uno shock nei mercati finanziari di tutto il mondo, ma anche un significativo rialzo del costo dell’energia in quei Paesi, come l’Italia e la Germania, la cui forte dipendenza dalle energie fossili russe ha determinato un significativo aumento dei prezzi e una inflazione severa pagata direttamente dai cittadini.
Sia la guerra russo-ucraina, sia quella in Iran non si combattono quindi solo sul piano militare e strategico, ma anche e soprattutto sul piano economico con una competizione che coinvolge sempre più frequentemente le infrastrutture energetiche vitali del nemico.
Nessuno può dimenticare il sabotaggio avvenuto nel 2022 nel Mar Baltico, ai gasdotti Nord stream 1 e 2 che trasportavano il gas russo in Germania. Il nord Stream 1 è un gasdotto sottomarino di circa 1220 km e chiuso nell’agosto del 2022 dal colosso russo Gazprom, ufficialmente per lavori di manutenzione. In realtà si è trattato di una vera e propria ritorsione del Cremlino per le sanzioni imposte alla Russia dall’Unione Europea. Il Nord Stream 2, costato 11 miliardi di dollari, non è mai entrato in funzione sempre a causa delle tensioni scaturite dal conflitto.
Il danneggiamento del Nord stream 1 ha provocato la fuoriuscita di 500 milioni di metri cubi di gas. Nonostante Il Ministero dell'Ambiente tedesco abbia all’epoca dichiarato che le bolle di gas non avrebbero rappresentato una minaccia per l'ambiente marino, tuttavia secondo il direttore dell'organizzazione ambientalista tedesca Environmental Action Germany (DUH), il metano è un gas serra molto più dannoso per l'ambiente rispetto all'anidride carbonica e, considerando che i volumi contenuti nel gasdotto equivalgono a diversi milioni di tonnellate di CO2, le conseguenze climatiche sono da ritenersi incalcolabili2.
Anche le centrali nucleari si sono trasformate in un pericoloso target militare. Nel dicembre 2025 gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’Energia Atomica delle Nazioni Unite (IAEA) hanno ispezionato le oltre 10 sottostazioni critiche per la sicurezza nucleare in Ucraina per valutarne i danni. Secondo il Direttore Generale Grossi, le sottostazioni sono state colpite dalle attività militari, con conseguente impatto sulla sicurezza nucleare. Durante il conflitto, la rete elettrica è diventata sempre più degradata e instabile, rappresentando una minaccia per la sicurezza delle centrali nucleari3.
Nell’area mediorientale le tattiche di guerra non sono dissimili; secondo il Georgia Today, nel marzo 2026 l’Iran ha minacciato di voler attaccare l'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), un corridoio energetico che si estende dai giacimenti petroliferi dell’Azerbaijan situati nel Mar Caspio e che attraversano la Georgia fino al porto turco di Ceyhan. È considerato non solo uno dei corridoi energetici più importanti che collegano la regione del Caspio con i mercati globali, ma anche un’infrastruttura energetica in grado di rifornire Israele di quasi il suo 30% del fabbisogno petrolifero4.
Un aspetto, invece, che non ha trovato grande eco sulla stampa italiana è quello relativo al diritto internazionale umanitario pesantemente violato da questi attacchi deliberati contro strutture cruciali per la popolazione civile inerme. Come denunciato da Amnesty International, una raffineria di petrolio può essere attaccata solo se è un obiettivo militare, ossia se è usata per fornire un contributo reale a un’azione militare. È palese invece che nelle guerre in corso le infrastrutture danneggiate o totalmente distrutte hanno l’obiettivo di arrecare pesanti disagi alla popolazione civile nemica. Ad esempio nelle zone limitrofe di Teheran l’esercito israeliano ha bombardato una serie di raffinerie che hanno provocato incedi e ricaduta di piogge intrise di petrolio sulla popolazione civile mettendo a rischio la salute di milioni di persone5.
Considerate le conseguenze geopolitiche ed economiche della dipendenza dal petrolio e dal gas naturale, che gli Stati hanno dovuto subire con drammatiche ripercussioni finanziare, ci si chiede per quale motivo, soprattutto dopo l’invasione Adista russa dell’Ucraina, i governi nazionali non siano corsi immediatamente ai ripari, promuovendo, in modo sostanziale una reale transizione ecologica.
Oggi, con il prolungarsi del conflitto in Iran ci ritroviamo a vivere una nuova e preoccupante crisi energetica e ancora una volta molte persone al mondo subiscono direttamente sulla propria pelle le scellerate scelte geopolitiche delle grandi potenze.
Al contrario, con un ampio uso delle energie rinnovabili non si sarebbe fortemente esposti né all’attuale e massiccio import di gas e petrolio, né all’azione di un fornitore che può usare le sue materie prime per condizionare le vite di milioni di persone al mondo6. A differenza delle risorse fossili, che risultano essere un monopolio esclusivo di potenze senza scrupoli, le cui catene di approvvigionamento hanno dimostrato, in questi ultimi tragici conflitti, tutta la loro vulnerabilità, le fonti rinnovabili, presentano la possibilità di una produzione decentralizzata e una diffusa distribuzione, in grado di ridurre la competizione del controllo delle risorse e delle rotte energetiche.
In un mondo schiacciato da forti disuguaglianze sociali ed economiche, la lotta per il controllo delle risorse critiche è un fattore sempre più destabilizzante oltre che foriero di una povertà sempre più diffusa a livello globale. In questo quadro geopolitico caotico e bellicista il passaggio da un paradigma di sicurezza energetico competitivo a uno libero dai rapporti di forza e di potere appare quantomai urgente.
Note
2. https://www.abc.net.au- /news/2022-09-28/nord-streamgas-leak-explained/101481144
4. https://georgiatoday.ge/iransignals-possible-strike-on-bakutbilisi-ceyhan-pipeline-supplying-israel/
5. https://www.amnesty.it/- medio-oriente-attacchi-illegalicontro-infrastrutture-energetiche/
6. https://www.archiviodisarmo.it/iriad-simoncellimarzo22.pdf
Barbara Gallo è ricercatrice all'Istituto di Ricerche Internazionali "Archivio Disarmo", giornalista, laureata in Sociologia; si occupa di geopolitica dei conflitti, armi nucleari e militarizzazione dell'intelligenza artificiale.
Adista rende disponibile per tutti i suoi lettori l'articolo del sito che hai appena letto.
Adista è una piccola coop. di giornalisti che dal 1967 vive solo del sostegno di chi la legge e ne apprezza la libertà da ogni potere - ecclesiastico, politico o economico-finanziario - e l'autonomia informativa.
Un contributo, anche solo di un euro, può aiutare a mantenere viva questa originale e pressoché unica finestra di informazione, dialogo, democrazia, partecipazione.
Puoi pagare con paypal o carta di credito, in modo rapido e facilissimo. Basta cliccare qui!
