La speranza senza orizzonte
Tratto da: Adista Documenti n° 19 del 23/05/2026
Qui l'introduzione a questo testo.
Per molti anni, la Siria ha vissuto in quello che si può definire un perenne "forse". Forse ci sarà la pace. Forse domani ci sarà l'elettricità. Forse i nostri figli avranno un futuro qui, o forse da qualche altra parte. Abbiamo imparato a vivere un giorno alla volta, a custodire con cura i nostri sogni, come se fossero fatti di vetro.
All'inizio dicevamo: un giorno tutto questo finirà. Ma dopo anni di guerra e sfollamenti, la gente ha smesso di contare i giorni. Abbiamo imparato un nuovo modo di vivere, un modo in cui l'orizzonte scompare e noi continuiamo ad andare avanti, nonostante tutto.
Ma questa esperienza è esclusiva della Siria? È in realtà condivisa da molti nel mondo: a Gaza, in Sudan, in Libano, in Ucraina, ovunque le persone si svegliano senza sapere cosa riserverà loro il domani.
In questo clima di incertezza, qualcosa ha cominciato a crescere dentro di me, lentamente e silenziosamente, un nuovo modo di intendere la fede e la speranza. Una teologia nata non dai libri o dai convegni, ma dall'atto quotidiano di sopravvivere con dignità.
Io la chiamo "speranza senza orizzonte". Che cosa significa?
La speranza senza orizzonte è quella che si coltiva quando il futuro è incerto. È la fede che ci spinge avanti quando la strada si perde nella nebbia.
Non si tratta di vedere la luce in fondo al tunnel, ma di diventare la luce dentro il tunnel.
C'è una citazione del drammaturgo siriano Saadallah Wannous che mi piace sempre ricordare. Dice: «Siamo condannati ad avere speranza». Credo intendesse dire che la speranza non è un'opzione per noi.
Non è uno stato mentale. È un istinto di sopravvivenza.
È l'unica cosa che ci permette di rimanere umani quando tutto il resto crolla. In Siria ho scoperto che siamo condannati non solo ad avere speranza, ma anche ad accettare il nostro contesto.
Non possiamo scegliere i periodi di pace per la nostra fede. Viviamo la nostra teologia nel cuore della tempesta, non al di fuori di essa.
Ecco perché credo che la speranza senza limiti non sia un lusso riservato ai momenti felici. È l'ossigeno spirituale per i momenti difficili. È ciò che permette alle persone di rimanere attente agli altri, di servire e di credere, anche quando nulla ha senso.
Non si tratta di ottimismo: l'ottimismo consiste nello sperare che le cose migliorino. La speranza, nella nostra esperienza, è qualcosa di diverso. La speranza è la decisione di rimanere fedeli, anche se le cose non migliorano. A volte, la vita assomiglia esattamente a questa immagine: una strada che si perde nella nebbia.
Non sappiamo dove ci condurrà. Sappiamo solo che dobbiamo continuare a camminare.
Questa è speranza senza orizzonte.
C'è un passo della Bibbia che mi commuove sempre profondamente: «Ricordo tutto questo e ho speranza. Per la misericordia del Signore non siamo stati annientati, perché la sua misericordia non ha fine; si rinnova ogni mattina; grande è la tua fedeltà» (Lam 3,21-23).
Queste parole furono scritte dopo la distruzione di Gerusalemme: la città in rovina, il popolo in esilio, il tempio distrutto. Nessun orizzonte. Nessun piano. Nessun futuro.
Eppure, questa voce osa dire: ho speranza. Questa è l'essenza della speranza senza orizzonte. Non è una speranza che nega il dolore, ma una che si esprime attraverso il dolore. Non aspetta che la situazione migliori; crea significato tra le rovine.
Un'altra storia che mi ispira sempre è quella di Abramo. Il libro della Genesi dice: «Uscì senza sapere dove andava». Il viaggio di Abramo iniziò senza una mappa. La fede non era un GPS, era una relazione. Ripose la sua fiducia in colui che lo aveva chiamato, non nella certezza della sua destinazione. Ed è lo stesso schema che vediamo ripetersi innumerevoli volte nelle Scritture: Dio non incontra le persone alla fine della strada, ma nella nebbia.
Mosè nel deserto. Elia nella caverna. I discepoli nella tempesta.
In ogni caso, la speranza non consiste nell'eliminare l'incertezza, ma nel trasformarla. Come se Dio sussurrasse: non hai bisogno di vedere l'orizzonte. Abbi solo fede che io cammino al tuo fianco.
(...) La speranza senza orizzonte è perseveranza. È la fede che si rifiuta di abbandonare la propria testimonianza.
In Siria, la perseveranza sembrava molto semplice. Era come un pastore che teneva aperta la chiesa anche quando la congregazione contava solo tre persone. Era come i volontari della scuola domenicale che continuavano a insegnare ai bambini nei seminterrati durante i bombardamenti. Era come gli anziani del consiglio che continuavano a distribuire aiuti a tutti gli abitanti della città, anche senza fidarsi dei propri vicini. Nessuno di loro sapeva se il loro lavoro avrebbe cambiato qualcosa. Credevano semplicemente che l'amore valesse sempre la pena di essere praticato. Questa è la testimonianza. Questa è la perseveranza.
Per me, perseverare nella testimonianza significa mantenere viva la luce, non fino all'alba, ma come una luce che rimane anche dopo che l'orizzonte scompare. E forse è proprio questo che il mondo ha bisogno di vedere nella Chiesa. Non dottrine rigide, non strutture imponenti, ma comunità che osano avere speranza senza garanzie. Chiese che rimangono umane, misericordiose e fedeli anche quando i risultati sono invisibili. La teologia non consiste nel predire il futuro. Consiste nel coltivare una fede che possa sopravvivere quando il futuro scompare.
(...) Ma ho imparato anche qualcosa di più profondo: anche quando non vediamo la meta, possiamo sempre camminare insieme. La speranza senza orizzonte ci insegna il significato della comunità, perché nella nebbia nessuno cammina da solo.
E forse è proprio questo che Dio sta insegnando alla Chiesa globale nel nostro tempo: smettere di dipendere dalle certezze e iniziare a dipendere gli uni dagli altri, e dalla grazia.
La mia preghiera (...) è che possiamo imparare la teologia della speranza senza orizzonte: perseverare non perché vediamo la meta, ma perché confidiamo in colui che cammina al nostro fianco.
Perché forse, forse... la speranza senza orizzonte non è la fine della fede... ma la sua forma più pura.
*Foto presa da Unsplash, immagine originale e licenza
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