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VOCI CRITICHE, VOGLIA DI POLITICA E IMPASSE SUI "NON NEGOZIABILI"

Tratto da: Adista Documenti n° 78 del 04/11/2006

Fatta eccezione per il primo, quello del 1976 che tenne il ritmo fino alla fine, tutti i grandi convegni nazionali della chiesa italiana hanno avuto un andamento a due velocità: una prima fase più dinamica, quella dell'impianto teologico-culturale ed anche sociologico, ed una seconda fase più riflessiva, problematica e in fondo ripetitiva. Nel mezzo, come uno spartiacque, l'intervento del Papa. A Loreto 1985 Giovanni Paolo II sbilanciò l'assemblea verso la "cultura della presenza" ribadendo l'unità dei cattolici nella Dc, a Palermo 1995 lo stesso pontefice dichiarò chiusa (ma lo era già nei fatti) quell'esperienza unitaria e fissò il catalogo dei valori su cui realizzare tra i credenti una unità non partitica, semmai transpartitica. A Verona 2006 la regola è stata confermata, sia nel momento… dell'ascensione che in quello della stabilizzazione, come dire prima e dopo il discorso di Benedetto XVI, ricalcato poi quasi alla lettera nelle considerazioni finali del cardinale Ruini.

Tra i due momenti non c'è contrasto quanto all'impianto teologico pastorale, malgrado i commenti a caldo che si sono esercitati a mettere la prolusione di Tettamanzi e la relazione di Brambilla a confronto con il testo pontificio. C'è invece una dissonanza palpabile quanto all'ambienta-zione, all'analisi ed alla prospettiva. Banale ridurre il tutto al contrasto tra visione ottimista e visione pessimista. Ma è certo che la diagnosi sui mali del mondo (antropologici più che etico-sociali) che marca il lessico del Papa, e soprattutto la tendenza a configurare la realtà come un conflitto tra "ismi", cioè tra entità ideologiche strutturate, si presta più alla descrizione di una chiesa accerchiata dal secolo che non di una comunità fiduciosa nelle risorse universali (e misteriose) prodotte dal sangue di Cristo, morto e risorto non per una parte ma per tutta l'umanità.

Se però si resiste all'abitudine di leggere i convegni ecclesiali soltanto sulla base degli enunciati dell'autorità, è possibile cogliere nei lavori di Verona i segni di un desiderio, almeno, di ricerca e di mutamento, manifesto, se non altro, nei frammenti dei contributi critici raccolti negli "ambiti". Anche qui c'è del già vissuto: per quanto accuratamente selezionati nelle diocesi, tra i delegati si manifestano dinamiche di gruppo che spingono a pensieri meno angusti. È accaduto, ad esempio, per l'"ambito" della cittadinanza, dove la relazione introduttiva di Luca Diotallevi (che è parsa tributaria delle dottrine di Michel Nowak) è stata ampiamente criticata, come ha ammesso lo stesso relatore nel presentare conclusioni alquanto distanti dalle suggestioni iniziali. Sono elementi di vitalità che vanno registrati anche se resta problematico il loro trasferimento nella feriale prassi ecclesiale.

Uno dei temi di maggior interesse è stato, naturalmente, quello del ruolo dei laici credenti nella vita pubblica. Il popolo di Dio, s'è detto, ha manifestato un grande desiderio di politica. Quale e come? L'apparenza è quella di una assoluta continuità con le scelte di Palermo, imperniate sui valori (vita, famiglia, scuola, con l'addizione della pace) e ribadite puntualmente dal cardinale Ruini. Ma con una sfumatura riflessiva, se non proprio correttiva, che non può sfuggire: il riconoscimento cioè della difficoltà, salvo eccezioni, che la Chiesa incontra nella gestione in presa diretta, cioè politica, dei "valori non negoziabili" che propugna. Non può nascere dal caso l'idea di promuovere, nel "discernimento comunitario", l'unità dei credenti piuttosto sul terreno spirituale e culturale che non su quello delle "scelte immediate", lasciato (nel senso di riservato?) alla responsabilità dei laici. Era già scritto nel Concilio ed anche nel convegno del 1976, ma a volte il ritorno di certi concetti può apparire come un indizio di speranza.

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