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TUTTO È VIVO

Tratto da: Adista Documenti n° 24 del 20/03/2010

L’insegnamento degli antenati non è solo di tipo razionale, ma ha l’impeto e la forza del vissuto, la chiarezza della mente e del cuore. Di fronte alle nuove condizioni a cui ci hanno condotto la modernità, lo sviluppo, l’antropocen-trismo, il deterioramento della qualità della nostra vita e della vita in generale, emerge oggi vigorosa, forte e chiara la voce dei popoli originari.

Dobbiamo andare verso qualcosa, da qualche parte. In aymara parliamo di taki, il cammino sacro. Senza dubbio appare qui l’allin kausay (quechua) o sumak qamaña (aymara) o vivir bien (spagnolo). Questo orizzonte ci permette di recuperare la nostra forza e la nostra vitalità, di sapere chi siamo, come viviamo, chi ci accompagna.

 

Armonia ed equilibrio

Vivir bien significa vivere in armonia e in equilibrio. In armonia con la madre terra. La Pachamama non è un pianeta, non è l’ambiente, è la nostra madre terra. Significa vivere in armonia con il cosmo, perché anche il cosmo ha i suoi cicli e i suoi ritmi; significa vivere in armonia con la storia, sapendo di essere in tempi di pachakuti, epoca di riorganizzazione della vita, di rivitalizzazione delle forze naturali di fronte alla all’impostazione anti-natura del pensiero occidentale.

Vivir bien è vivere in armonia con i cicli della vita, nella consapevolezza che tutto è interconnesso, inter-relazionato e interdipendente; è sapere che, se soffre una specie, è l’insieme che soffre. I pensieri e la saggezza dei nostri antenati oggi indicano un orizzonte chiaro al nostro cammino. Nell’orizzonte del vivir bien il movimento indigeno cerca di ricostituire non solo il potere politico, sociale, giuridico o economico ma anche essenzialmente la vita, facendoci reincontrare con noi stessi.

 

Siamo pachamama

Siamo figli della madre terra, figli del cosmo, quindi non esiste la dicotomia essere umano-natura: siamo natura, siamo pachamama, siamo vita. Pertanto, abbiamo anche la responsabilità di essere agricoltori della vita.

Nelle nuove condizioni che stanno emergendo, ricostituire la nostra identità è tornare ai principi di base convenzionali, non umani ma della vita, della natura. È tornare alla nostra saggezza, ai nostri antenati, al cammino sacro. Non significa retrocedere ma ricostituirci nei principi e nei valori che non hanno tempo, non hanno spazio.

Significa vivere in equilibrio con tutte le forme di esistenza. “Tutto è vivo”, diciamo in aymara: le montagne, i fiumi, gli insetti, gli alberi, le pietre. Tutto vive, e pertanto è parte dell’equilibrio perfetto della vita. Per ricostituire il vivir bien dobbiamo vivere in equilibrio con tutte le forme di esistenza e non soltanto con tutto ciò che vediamo, ma anche con ciò che non vediamo: i nostri nonni e le nostre nonne, i nostri antenati, perché essi anche stanno con noi.

 

Un processo di naturalizzazione

Bisogna uscire da una visione monoculturale, uninazionale, da una monocoltura mentale. Così come dobbiamo contrastare le monocolture che hanno ridotto la vitalità e la fertilità della madre terra, dobbiamo anche superare la monocoltura mentale che ha deteriorato le capacità naturali di ciascuno. Stiamo creando Stati plurinazionali, lasciandoci alle spalle lo Stato coloniale che ci ha fatto sprofondare nel-l’individualismo.

Quando parliamo di vivir bien, stiamo parlando di un processo di naturalizzazione e non soltanto di umanizzazione, perché il processo di umanizzazione perseguito in Occidente continua a considerare l’essere umano il re della creazione e gli altri esseri degli oggetti. Vivir bien significa entrare in un processo di naturalizzazione, di ritorno alla natura, sapendo che tutto è interconnesso e interdipendente. Occorre superare la premessa dell’Occidente. In Occidente guadagnare è l’unica cosa che conta, quello che ci trascina in una competizione sleale e disonesta tra esseri umani e con ogni forma di esistenza. Vivir bien significa comprendere che, se uno vince, tutti abbiamo vinto e, se uno perde, tutti abbiamo perso. Vivir bien significa mirare all’orizzonte, riconoscendo che la vita umana non è l’unico parametro, proprio come la forma di comprensione che passa per la razionalità non è l’unica possibile. In aymara diciamo: senza perdere la ragione, percorriamo il sentiero sacro del cuore.

 

Ricostituire la nostra identità

Il modello di Stato che stiamo mettendo in discussione, antropocentrico, individualista, gerarchico, predatorio, o-mogeneizzante, è il frutto di una cosmovisione e questa cosmovisione ha per l’appunto un carattere individuale, maschilista e antropocentrico. Pertanto, per ricostituire la cultura della vita nell’orizzonte del vivir bien, dobbiamo ricostituire la nostra cosmovisione e quindi la nostra identità. Significa porci le domande fondamentali: chi siamo realmente, che cuore abbiamo, chi sono stati i nostri antenati e con che forza hanno camminato.

Questo è un tempo di riorganizzazione della vita: pachakuti, come diciamo in aymara e in quechua. Riorganizzazione non solo per conquistare il potere politico, ma anche essenzialmente per ricostituire la vita. Questo è il messaggio degli antenati che oggi ci raggiunge con più forza di fronte alle condizioni avverse dell’umanità in cui la modernità e il capitalismo ci hanno gettato.

Bisogna distinguere il ben vivere dal vivere meglio. Vivere meglio significa guadagnare a spese dell’altro, accumulare per accumulare, prendere il potere per il potere. Ma vivir bien è recuperare l’equilibrio e l’armonia sacra della vita. L’albero non vive per se stesso; l’insetto, l’ape, la formica, le montagne non vivono per se stessi ma in complementarità, in reciprocità permanente: è quello che chiamiamo ayni.

Il tempo del Pachakuti

La grande domanda è: per cosa viviamo? Nella visione occidentale sembriamo un virus che sta compromettendo la vita stessa nel suo insieme, senza sapere che la crisi di una qualunque specie, piccola o grande, è la crisi di tutti noi e della vita stessa. Oggi la nostra generazione fa appello a una responsabilità generazionale, nella consapevolezza che noi non siamo esseri individuali, ma siamo gli occhi degli antenati, la voce degli antenati e pertanto l’azione e la speranza degli antenati. Siamo anche  il seme di quanti verranno dopo di noi, affinché la cultura della vita si rafforzi.

Di fronte alle condizioni avverse alla natura, si rafforzano e si rivitalizzano le forze naturali: questo è il tempo in cui stiamo vivendo. Pachakuti, la riorganizzazione della vita, è un buon tempo. Diceva Tata Avelino Siñani, un nostro antenato esperto in pedagogia e nel sistema comunitario dell’educa-zione, che il momento migliore per vedere è l’oscurità. È ora il momento, non domani e non ieri: ora. Pertanto tutta questa saggezza del vivir bien, il nostro orizzonte, il nostro cammino, ci sta mostrando la grandezza della vita dei nostri antenati e delle nostre antenate oggi riflessa nella speranza della nostra generazione.

Vivir bien è comprendere che la madre terra ha i suoi cicli e che dunque bisogna seminare e raccogliere nell’epoca giusta e non in altre epoche, uscire dalla monocoltura che ha distrutto la fertilità della madre terra e uscire dalla monocoltura mentale che non ci permette di vedere la grande diversità della vita.

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