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Perché le porte siano realmente aperte

Tratto da: Adista Documenti n° 29 del 31/08/2013

Caro papa Francesco,

Siamo in tanti in tutto il mondo – cattolici e anche non cattolici – a sperare che la tua elezione rappresenti un momento cruciale nella Storia della Chiesa. Ci ha incoraggiato la tua decisione di creare una commissione consultiva costituita principalmente da vescovi residenziali di tutti i continenti per riesaminare il modo in cui la Chiesa è chiamata a governarsi. Siamo felici specialmente per il tuo nuovo stile, più simile a quello di un semplice vescovo al servizio e in ascolto del popolo di Dio che a quello di un monarca. Noi firmatari di questa lettera, provenienti da tutto il mondo e da ogni ambito, vorremmo che ci prestassi ascolto.

La modalità di governo della Chiesa è stata definita 50 anni fa al Concilio Vaticano II: «L'ordine dei vescovi… è anch'esso insieme col suo capo il romano Pontefice, e mai senza questo capo, il soggetto di una suprema e piena potestà su tutta la Chiesa». Ciò significa chiaramente che i vescovi di tutto il mondo, insieme al papa, sono chiamati a governare la Chiesa. Tuttavia, dalla fine del Concilio, la Curia Romana, istituzione assai distante dalla gente, ha messo da parte i vescovi e spesso fa sì che questi sentano di dover lavorare per la Curia. È il momento di tornare allo spirito del Vaticano II ponendo maggiore enfasi su due dei suoi principi: collegialità, collocando la responsabilità nelle mani di molti piuttosto che di uno, e sussidiarietà, perché nessuna decisione venga adottata ad un livello più alto se può essere presa più efficacemente a un livello inferiore.

Siamo profondamente consapevoli del fatto che, attraverso i secoli, la modalità di governo della Chiesa è cambiata in molte forme: i fedeli della Chiesa primitiva sceglievano i propri vescovi. Tornando alle nostre radici e riprendendo la tradizione più antica della Chiesa, ci piacerebbe unirci a molti leader ecclesiali in tutto il mondo per chiederti di incoraggiare il popolo di Dio nei diversi continenti - sotto la guida del clero locale, dei religiosi e dei laici - a eleggere i vescovi delle proprie diocesi. Con il tempo, a mano a mano che andranno in pensione i vescovi attuali e i nuovi vescovi eletti ne prenderanno il posto, questo movimento darebbe ai fedeli voce, voto e senso di cittadinanza e giungeremmo ad una Chiesa più corresponsabile. Le Chiese locali, guidate dallo Spirito Santo, potrebbero allora affrontare collegialmente le tante questioni che oggi si pongono e il vescovo ricorrerebbe ad esse per avere indicazioni sulle riforme necessarie. Vescovi aperti all’ascolto sarebbero, a loro volta, maggiormente preparati ad aiutare il papa sui temi che la Chiesa universale è chiamata ad affrontare.

Per decenni, come sai, numerosi studiosi, teologi e leader religiosi (compreso Joseph Ratzinger quando era ancora cardinale) hanno parlato della necessità di un decentramento della Chiesa, perché, come dicono in tanti, la Chiesa è diventata “ingestibile”. Inviamo questa proposta in uno spirito d’amore verso la nostra Chiesa e di profonda preoccupazione per il suo futuro. Se la Chiesa deve essere, come hai affermato, il «luogo della misericordia e dell’amore di Dio, in cui ciascuno può sentirsi accolto, amato, perdonato e incoraggiato a vivere secondo la buona vita del Vangelo», dovrà esserci un sistema di governo che permetta una maggiore partecipazione delle persone che formano la Chiesa. E se la Chiesa deve tenere «le porte aperte perché tutti possano entrare», anche la partecipazione di quelli che stanno fuori della Chiesa dovrà essere benvenuta. Concludiamo con la richiesta urgente di un decentramento della Chiesa e dell’inclusione del tema dell’elezione dei vescovi da parte del popolo nell’agenda della riunione di ottobre.

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