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RWANDA: A 20 ANNI DAL GENOCIDIO, LA FERITA È ANCORA APERTA. ANCHE NELLA CHIESA

Tratto da: Adista Notizie n° 15 del 19/04/2014

37614. ROMA-ADISTA. «Alcuni membri della Chiesa cattolica hanno coperto azioni criminali» commesse da religiosi ruandesi durante il genocidio in cui furono trucidate, tra aprile e luglio 1994, circa 800mila persone, principalmente tutsi e hutu moderati. La particolare attitudine della Chiesa al silenzio e alla copertura di quei preti che si sono macchiati di crimini efferati, è stata denunciata a gran voce (Afp, 7/4) dal rappresentante del Paese africano presso l’Unesco, in occasione del 20° anniversario della strage, lo scorso 7 aprile, Giornata internazionale indetta dall’Onu per riflettere annualmente sul genocidio del 1994.


“Mea culpa”, grande assente

Anche papa Francesco ha speso qualche parola, il 3 aprile, in vista dell’anniversario, di fronte ai vescovi ruandesi in visita ad limina. «In Rwanda ancora oggi ci sono ferite profonde da guarire. È importante superare i pregiudizi e le divisioni etniche e proseguire sul cammino della riconciliazione». E poi: «Il perdono delle offese e la riconciliazione autentica, che potrebbero sembrare impossibili in un'ottica umana, sono invece un dono che è possibile ricevere da Cristo, attraverso la vita di fede e la preghiera». Concludendo: «Il cammino è lungo e richiede pazienza, rispetto reciproco e dialogo».

Tutto vero, ma manca, nelle parole del papa e in quasi tutta la stampa cattolica – che ha preferito sottolineare i casi di sofferenza ed eroismo, che pure sono stati abbondanti tra i membri della Chiesa ruandese –, una chiara ammissione di responsabilità, relativamente al coinvolgimento di molti preti e suore nel genocidio e alle successive coperture da parte del Vaticano e delle diocesi europee che hanno accolto e protetto quei religiosi dalla giustizia civile internazionale.


Il caso…

Il 7 aprile, Chris McGreal (autore di un libro sul coinvolgimento della Chiesa nel genocidio) traccia sul Guardian il profilo del prete ruandese p. Wenceslas Munyeshyaka, leader carismatico, molto amato dalla comunità cattolica di Gisors in Normandia. Il piccolo comune della Francia settentrionale è stato recentemente citato dalle cronache per l’altissima percentuale di elettori del Front Nationale di Marine Le Pen, moltissimi dei quali dichiaratamente razzisti. Eppure, in quella comunità, p. Munyeshyaka ha subito aperto una breccia, nel 2001, quando si è presentato alla comunità raccontando lo sterminio della sua famiglia nel 1994 e il suo passato di rifugiato. E ora tutti lo stimano, lo ritengono un “buon uomo” e una brava guida spirituale, e non intendono dar credito alle “voci” che circolano sul suo passato. Voci peraltro corroborate da una lunga raccolta di macabre testimonianze oculari, nonché dalle accuse del Tribunale penale internazionale per il Rwanda ad Arusha (Tanzania), da un precedente arresto in Francia in seguito alla condanna all’ergastolo comminata da un tribunale ruandese. Secondo il Tribunale dell’Onu p. Munyeshyaka avrebbe collaborato con le milizie hutu, stilando le liste dei tutsi da uccidere e incitando i militari a prelevare persone e stuprare donne della sua parrocchia (sul caso di p. Wenceslas v. anche Adista nn. 53, 57 e 61/95; 31, 63 e 74/96; 3/97; 21 e 23/98; 53/07; 36/12).


… e il sistema

Oggi, sul caso del prete ruandese, che nel frattempo è ancora libero, si gioca un pesante braccio di ferro tra Vaticano e Rwanda. Se il primo si dichiara solo vittima del genocidio perché molti preti e suore sono stati “martirizzati” insieme ai tutsi (circa 300 suore e preti, e quattro vescovi), il secondo continua invece a perseguire quei membri della Chiesa cattolica che hanno partecipato attivamente al genocidio, andando a comporre così i pezzi di un inquietante puzzle che fa emergere la sistematicità del comportamento della Chiesa di Roma. Munyeshyaka è infatti solo un caso emblematico del percorso di molti altri preti, inseguiti dai tribunali ruandesi e coperti dalla Chiesa cattolica. A nemmeno un anno dal genocidio, Golias, giornale franco-belga, è stato uno dei primi organi a stampa a denunciare il caso e, contestualmente, il coinvolgimento della Chiesa cattolica nel consentire a sacerdoti e suore di abbandonare il Paese e di recarsi principalmente in Italia e Francia al sicuro dai processi. La notizia, corredata da una lunga lista di sacerdoti considerati colpevoli, fece infuriare la Chiesa cattolica, che ha più volte gridato al linciaggio mediatico (v. Adista n. 53/95). Anche Adista in passato ha raccontato diversi casi simili: ricordiamo ad esempio quello di p. Jean-Baptiste Rutihunza, vertice di una struttura religiosa che ospitava bambini disabili e “scovato” da un giornalista di Repubblica nel 2012 mentre era ospite in Vaticano. Il prete avrebbe segnalato ai miliziani hutu i giovani ospiti tutsi da prelevare e uccidere (v. Adista n. 36/12). Eclatante fu poi il caso di p. Athanase Seromba, accusato dal Tribunale di Arusha di aver accolto 2mila tutsi in cerca di protezione, di averli chiusi nella parrocchia e di aver chiamato i soldati che hanno poi abbattuto la chiesa e giustiziato i sopravvissuti al crollo. P. Seromba, accusato anche di aver partecipato attivamente alla pianificazione dei rastrellamenti, è stato a lungo ospite della diocesi di Firenze, sotto il falso nome di p. Atanasio Sumba Bura (v. Adista nn. 59/05, 3/07 e 55/09). E ancora, il caso di p. Emmanuel Uwayezu, direttore di un collegio ruandese, accusato dalla ong African Rights di aver abbandonato i suoi studenti nelle mani delle milizie hutu e di essere stato accolto nelle diocesi di Firenze prima e Empoli poi, anch’egli sotto falsa identità. Un elenco, quello dei religiosi coinvolti, molto lungo, nel quale non mancano nemmeno le suore, come Gertrude Mukangango e la consorella Julienne Kizito (detta “l’animale”), complici attive dei massacri, e suor Theophister Mukakibibi, condannata, tra l’altro, per aver gettato un bambino vivo in una latrina (v. Adista n. 36/12). (giampaolo petrucci)

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