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Unioni civili, diritti, Chiese

Unioni civili, diritti, Chiese

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 5 del 06/02/2016

No. Non ci pare proprio. Per quanto sia tesi sostenuta da personaggi importanti, se è indubbio che ci siano molti problemi drammaticamente urgenti, il tema della legge sulle unioni civili non ci pare secondario, tuttaltro. 

In primis perché i numeri non sono da poco. Se si sta alla stima – forse al ribasso – che indica un 5% della popolazione italiana composta da persone omosessuali, stiamo parlando già di tre milioni di soggetti che sono potenzialmente coinvolti in questa dimensione. Se poi aggiungiamo i loro figli (per le Famiglie arcobaleno 100mila minori coinvolti), i loro familiari, le cerchie degli amici, i numeri divengono consistenti. Per mie convinzioni da tanto radicate, fosse necessità introdotta anche soltanto da una persona, meriterebbe attenzione.

Siamo inoltre di fronte ad un’argomentazione (contrapposta) che ci fa riflettere su una prospettiva da tempo importante nella società contemporanea: se circostanze nuove introducono la possibilità di realizzare realtà fino ad allora irrealizzabili, si originano nuovi diritti per chi può pensare di utilizzarle. Se le scienze medico biologiche mettono di fronte alla possibilità di generare al di fuori dell’ambito meramente naturale del rapporto uomo\donna, si aprono le porte a nuovi orizzonti del procreare stesso. 

Nell’incandescente dibattito odierno questo fattore è determinante: parliamo di famiglie fino ad adesso per lo più impossibili. Il card. Bagnasco ha affermato in sede Cei: avere figli non è un diritto. In questa posizione possiamo riscontrare quanto la dottrina cattolica afferma da sempre: lo stato di natura non si può cambiare. 

Partendo da questa posizione si potrà arrivare ad una legge che riconosca diritti a persone legate da vincoli affettivi, ma non ci si può illudere sulla possibilità che tale legge, da parte cattolica, possa includere regolamentazioni e norme che riguardino i loro figli qualora esse siano dello stesso sesso. Se l’umano si tesse nel rapporto tra natura e cultura, possiamo riflettere su quanto giochi il secondo elemento in questa contemporaneità. Si può discutere, come avviene nel dibattito filosofico, cosa resta davvero dello stato di natura dopo millenni di evoluzione culminata in una fase di incremento di cambiamenti di parametro grazie all’agire dell’Homo sapiens sapiens, ma non è la sede per questa diatriba. 

Nella vicenda irrompe un fattore, da parte ecclesiale, non indifferente: quello pastorale. In virtù di tale prospettiva subentra l’esigenza di valutare, non di giudicare; di accogliere, non di decretare; di accompagnare, non di escludere, anche se tutto ciò non vuol dire necessariamente sposare tutte le tesi introdotte. Personalmente ritengo che non si può pretendere di dialogare quando non si presentano che diktat assolutisti, in un ambito così delicato come quello dei sentimenti. E che tutto ciò è inaccettabile quando alcune posizioni si definiscono a partire da chi, chiaramente, non si è mai confrontato con le posizioni altrui incontrando, ascoltando, vivendo le problematiche in una esauriente attività pastorale.

Quando si arriverà a confrontarsi su questi temi con quella emotiva lucidità che nasce dall’essere coinvolti nelle vicende umane di chi ama, vuol generare, dovrà educare? Quando si ascolterà chi introduce tali necessità, anche se non con i toni pacati che vorremmo (e che neanche buona parte del proscenio cattolico usa, soprattutto la componente clericofascista; e questa ultima, diciamolo francamente, cosa c’entra davvero con il cristianesimo?)? Non conta niente l’opinione di chi, da tempo, segue pastoralmente queste situazioni e può mediare o meglio, contribuire ad introdurre? Nasce tutto da una volontà distorta o sbagliata? 

Il nostro compito di cristiani è esprimere chiusura e disprezzo o bisogna comunque farsi ammonire da Paolo di Tarso, che nella seconda lettera ai Corinzi dichiara: «Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede, siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete già saldi»? Chi sinceramente ama – in che modo si può negare che queste persone non lo facciano? – non ha un suo comunicare, grazie al Cristo, con quel Dio che è agape?

Andrea Bigalli è parroco a Sant’Andrea in Percussina (Fi) e referente di Libera per la Toscana

* Immagine di fdecomite, tratta dal sito Flickr. Licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite

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