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Capitalismo contro democrazia

Capitalismo contro democrazia

Tratto da: Adista Documenti n° 16 del 30/04/2016

Clicca qui per leggere l'introduzione di Adista al documento

Cominciamo con la citazione di un saggio sulla democrazia borghese in Russia, scritto nel 1906, dopo la sconfitta della prima rivoluzione russa: «È estremamente ridicolo credere che esista un'affinità elettiva tra il grande capitalismo, come quello che si importa attualmente in Russia e che si conosce negli Stati Uniti (…), e la “democrazia” o la “libertà” (in tutti i significati possibili della parola); la vera domanda dovrebbe essere su come sia “possibile” che questi concetti esistano, a lungo termine, sotto la dominazione capitalista».

Chi è l'autore di questo lucido commento? Lenin, Trotsky o, forse, Plechanov (filosofo e politico russo che ha contribuito alla sviluppo del marxismo nella filosofia, ndt)? No, è di Max Weber, il noto sociologo borghese. Per quanto non abbia sviluppato questa idea, qui sta suggerendo che esiste una contraddizione intrinseca tra capitalismo e democrazia.

La storia del XX secolo sembra confermare tale opinione: molto spesso, quando il potere delle classi dominanti si è visto minacciato dal popolo, la democrazia è stata messa da parte come un lusso che non ci si poteva permettere e sostituita dal fascismo, in Europa negli anni '20 e '30, o dalle dittature militari, in America Latina negli anni '60 e '70.

Non è questo per fortuna il caso dell'Europa e dell'America Latina di oggi. Tuttavia, abbiamo sperimentato, in particolare negli ultimi decenni con il trionfo del neoliberismo, una democrazia di bassa intensità, una democrazia senza contenuto sociale ridotta a un recipiente vuoto. Certo, abbiamo ancora le elezioni, ma sembrerebbe che vi sia un solo partito, il Partito del Mercato Unito, in due varianti dalle differenze limitate: la versione neoliberista della destra e quella socioliberista del centrosinistra.

L'indebolimento della democrazia è particolarmente visibile nel funzionamento oligarchico dell'Unione Europea, dove, a fronte della scarsa influenza del Parlamento, il potere è saldamente nelle mani di organi non eletti, come la Commissione Europea o la Banca Centrale Europea. Secondo Giandomenico Majone, docente dell'Istituto Europeo di Firenze e uno dei teorici semiufficiali dell'Unione, il continente ha bisogno di «istituzioni non maggioritarie», cioè di «istituzioni pubbliche che non sono, di proposito, tenute a rispondere né a elettori né a dirigenti eletti»: il solo modo per proteggerci dalla «tirannia della maggioranza». In tali istituzioni, «qualità come esperienza, competenza, discrezione professionale e coerenza (…) sono molto più importanti della responsabilità democratica diretta». È difficile immaginare un’apologia più sfacciata della natura oligarchica e antidemocratica dell’Unione.

IL PUNTO PIÙ BASSO

Con l’attuale crisi economica, la democrazia è scesa ai livelli più bassi. In un recente editoriale, il quotidiano francese Le Figaro ha scritto che l'attuale situazione è eccezionale e ciò spiega perché le procedure democratiche non possano essere sempre rispettate; quando torneranno i tempi normali, potremo ristabilire la legittimità democratica. Abbiamo pertanto una specie di “stato d’eccezione” economico/politico, nel senso che gli attribuiva Carl Schmidt. Ma chi è il sovrano che ha il diritto di proclamare, secondo Schmidt, lo stato d’eccezione? Per un certo tempo dopo il 1789 e prima della proclamazione della Repubblica Francese nel 1792, il re aveva il diritto costituzionale di veto. Quali che fossero le risoluzioni dell’Assemblea Nazionale e i desideri e le aspirazioni del popolo francese, l’ultima parola apparteneva a sua maestà.

In Europa oggi il re non è un borbone o un asburgo, bensì il capitale finanziario, alleato ai grandi capitali industriali. Tutti i governi europei attuali sono funzionari di questo monarca assolutista, intollerante e antidemocratico. Che siano di destra, di “estremo centro” o di pseudo-sinistra, conservatori, democristiani o socialdemocratici, tutti servono fanaticamente il diritto di veto di sua maestà. La sovranità assoluta e totale oggi in Europa risiede, perciò, nel mercato finanziario globale. I mercati finanziari dettano a ciascun Paese i salari e le pensioni, i tagli alla spesa sociale, le privatizzazioni, il tasso di disoccupazione. Qualche tempo fa hanno nominato direttamente i capi di governo (Papademos in Grecia e Mario Monti in Italia), scegliendo cosiddetti “esperti”, che sono in realtà loro fedeli servitori.

Vediamo da vicino alcuni di questi “esperti” onnipotenti. Da dove vengono? Mario Draghi, il capo della Banca Centrale Europea, è un ex dirigente di Goldman Sachs; Mario Monti, ex commissario europeo, è stato anch’egli un consulente di Goldman Sachs. Monti e Papademos sono membri della Commissione Trilaterale, un circolo molto selezionato di politici e banchieri che decidono cosa fare e quali misure adottare. Il presidente della Trilaterale Europea, Peter Sutherland, ha fatto parte della Commissione Europea e della direzione di Goldman Sachs; il vicepresidente della Trilaterale, Vladimir Dlouhy, ex ministro ceco dell’economia, è consulente di Goldman Sachs per l’Europa Orientale. In altre parole, gli “esperti” incaricati di salvare l’Europa dalla crisi hanno lavorato per una delle banche direttamente responsabili della crisi dei mutui sub-prime negli Stati Uniti. Ciò non significa che ci sia una cospirazione per consegnare l’Europa alla Goldman Sachs; indica semplicemente la natura oligarchica dell’élite di “esperti” che governa l’Unione.

I governi d’Europa sono indifferenti alle proteste pubbliche, agli scioperi, alle manifestazioni di massa, all’opinione o ai sentimenti della popolazione; sono solo attenti – in grado massimo – all'opinione e ai sentimenti dei mercati finanziari, dei loro dipendenti e delle agenzie di rating. Nella pseudo-democrazia europea, consultare il popolo con un referendum è un’eresia pericolosa o, peggio ancora, un crimine contro il Santo Mercato. Il governo greco, guidato da Syriza, la Coalizione della Sinistra Radicale, è l’unico che ha avuto il coraggio di organizzare una consultazione popolare.

Il referendum greco ha riguardato non soltanto fondamentali temi economici e sociali, ma anche e soprattutto la democrazia. Il 61,3% dei “No” è stato un tentativo di sfidare il veto regale della finanza. Avrebbe potuto essere il primo passo verso la trasformazione dell’Europa, da monarchia capitalista a repubblica democratica, se non fosse che le attuali istituzioni oligarchiche europee rivelano una scarsa tolleranza per la democrazia. Tali istituzioni hanno immediatamente punito il popolo greco per il suo insolente tentativo di rifiutare l’austericidio. La debitocrazia è di ritorno in Grecia con il suo desiderio di vendetta, imponendo un programma brutale di misure economicamente recessive, socialmente ingiuste e umanamente insostenibili. È stata la destra tedesca a fabbricare questo mostro e a imporlo al popolo greco con la complicità di falsi “amici” (Hollande, Renzi e altri).

Con l’aggravarsi della crisi e la crescita dell'indignazione popolare, esiste una crescente tentazione, in vari governi, di distrarre l’attenzione pubblica verso un capro espiatorio: gli immigrati. Così, stranieri senza documenti, migranti extracomunitari, musulmani e rom sono presentati come la principale minaccia all'Unione Europea. Ciò offre naturalmente grandi opportunità a partiti razzisti, xenofobi, semi-fascisti o apertamente fascisti che stanno proliferando e che, in numerosi Paesi, fanno già parte del governo: una minaccia molto seria alla democrazia nel continente.

La sola speranza è data dalla crescente aspirazione a un’Europa che vada al di là di una competizione selvaggia, di brutali politiche d’austerità e di eterni debiti da rimborsare. Un’altra Europa è possibile: democratica, ecologica e sociale. Ma ciò non si realizzerà senza una lotta comune delle popolazioni europee, oltre i confini etnici e i ristretti limiti dello Stato-nazione.

UN SISTEMA INTRINSECAMENTE ANTIDEMOCRATICO

In America Latina, la democrazia continua a soffrire forti attacchi da parte del capitale. Dopo le dittature, lavoratori dei campi e delle città ne hanno nuovamente sfidato la tirannia, somministrata in forti dosi di neoliberismo durante il cosiddetto decennio perduto (gli anni '90, ndt) e oltre: l'offensiva delle classi dominanti in risposta alla situazione economica globale e all'esistenza di processi di costruzione del potere popolare, verso l'esercizio di una democrazia dal basso. (…). La guerra dell'acqua e quella del gas in Bolivia costituiscono nitide espressioni della crescita della mobilitazione popolare. È stata una conquista della democrazia esercitata dal basso, che ha mostrato la profonda connessione tra l'aspetto sociale e l'esercizio della democrazia diretta.

(…). L'ascesa della democrazia popolare ha tracciato un cammino che è partito dalla protesta (per esempio, l'insurrezione argentina degli anni 2000-2001), ha conquistato capacità di veto rispetto a determinate politiche neoliberiste (Bolivia, Ecuador, Argentina) e ha favorito l'avvento di nuovi governi in tutta la regione, ponendo nuove condizioni per la relazione tra democrazia, partecipazione popolare e giustizia sociale. Con diversi gradi e sfumature, l'avvento di questi movimenti e di nuovi governi ha dato vita a processi di democratizzazione delle strutture istituzionali (…) e anche di autogestione territoriale (comunità zapatiste, autogestione nelle fabbriche e nell'uso delle risorse naturali), a processi di ridistribuzione della ricchezza e, nei casi più radicali, a dinamiche di sottrazione di risorse strategiche al grande capitale (come in Bolivia e in Venezuela). Molti di questi processi hanno mostrato come l'ampliamento della democrazia in un'ottica partecipativa e comunitaria e la giustizia sociale siano in relazione con l'esistenza di potenti movimenti sociali e di organizzazioni popolari (...) tendenti a prendere nelle proprie mani il controllo di un territorio o di funzioni sociali come la sicurezza.

Tuttavia, il capitalismo non è stato sconfitto nella regione. In tutta l'America Latina, le destre si sono riorganizzate, con strategie distinte legate ai rapporti di forza esistenti e alla storia politica di ogni Paese. (…). Nel 2009, Manuel Zelaya è stato destituito come presidente dell'Honduras dalla Suprema Corte di Giustizia, con l'accusa di tradimento alla patria. (…). In Paraguay (2012), il governo di Lugo è stato vittima di un golpe parlamentare, organizzato attraverso un processo di destituzione articolato dal Senato. (…).

I casi del Paraguay e dell'Honduras esemplificano una certa diversificazione strategica da parte delle destre latinoamericane. A differenza del periodo precedente, e di fronte a un rapporto di forze meno favorevole, si avvalgono della manipolazione mediatica (molto spesso grazie al monopolio dei grandi mezzi di comunicazione, come in Venezuela e in Messico) e istituzionale per rovesciare governi eletti democraticamente che non hanno neppure mostrato tratti di radicalità comparabile a quella dei governi di Venezuela o Bolivia. Da subito, il Venezuela è stato uno dei bersagli preferiti, in quanto all'imperialismo risulta insopportabile che un governo di sinistra controlli una delle maggiori riserve di petrolio. (…).

Lungi dal credere che la battaglia della democrazia contro il capitale sia stata vinta in America Latina, siamo invitati a osservare come il capitale conservi buona parte del suo potere nella regione e come ciò rappresenti una minaccia costante in campo político. (…). Esiste un'urgente necessità di radicalizzare la democrazia mediante la costruzione del potere popolare, di cui un esempio particolarmente significativo è dato dalle comuni create in Venezuela a partire dal 2009. È importante rimodellare gli Stati secondo una visione che rompa con i disegni della democrazia liberale e i dettati del grande capitale. Le esperienze legate alle assemblee costituenti risultano fondamentali, ma senza perdere di vista la necessità di costruire potere popolare al di là delle forme statali, generando un ponte e un vincolo tra la sfera democratica e quella comunitaria (…), per ripensare gli orizzonti anticapitalisti e comunisti del nuovo secolo. (…).

La coscienza e l'organizzazione del popolo, necessarie per cancellare la destra dal continente, possono venire solo da processi di auto-organizzazione, in cui la pluralità e il dibattito siano parte della creatività rivoluzionaria.

In altre parole, la nostra speranza per il futuro risiede nell’indignazione popolare e nei movimenti sociali, diffusi particolarmente tra i giovani e le donne in diversi Paesi. Per questi movimenti, risulta sempre più evidente che la lotta per la democrazia è una lotta contro il neoliberismo e, in ultima analisi, contro lo stesso capitalismo, un sistema intrinsecamente antidemocratico, come già indicava Max Weber più di un secolo fa.

POST SCRIPTUM

L'immigrazione in Europa di centinaia di migliaia di rifugiati, vittime dei conflitti in Medio Oriente - e  degli interventi imperialisti -, ha provocato in molti governi reazioni isteriche, xenofobe e razziste (…). Ci sono per fortuna sacche di resistenza della sinistra radicale in Portogallo, Grecia, Spagna, Inghilterra e altri territori, ma predominano in Unione Europea il disastro neoliberista e l'offensiva di forze fasciste e razziste. In entrambi i casi, due tendenze profondamente anti-democratiche.

Allo stesso tempo, in America Latina, la vittoria di Macri e della destra in Argentina, i disastrosi risultati elettorali del Partido Socialista Unido de Venezuela, in uno scenario che vede ora il Parlamento diretto dalla destra, e il processo di impeachment contro Dilma Rousseff in Brasile rappresentano l'apertura di un nuovo periodo in cui, alla crisi economica e al riflusso delle mobilitazioni e dei governi di sinistra, si aggiunge una rottura politica che minaccia in maniera forte la stabilità della sinistra in America Latina. Una svolta che deve alimentare da subito la più ampia unità contro l'escalation golpista, senza dimenticare l'urgenza di generare una visione critica intorno al trasformismo di alcuni governi progressisti, come quello del Pt in Brasile, che si sono avvicinati a posizioni social-liberiste, riproducendo modelli economici estrattivisti che oggi sembrano condurre a un vicolo cieco. (…). Malgrado tali condizioni, settori significativi delle maggioranze del continente presentano una coscienza in aperta contrapposizione al neoliberismo e in certa misura allo stesso capitalismo. Con certezza, questa energia farà fronte alle soluzioni autoritarie formulate dalle destre e dall'imperialismo staunitense. I giochi non sono ancora fatti, nel continente.

* Immagine di Udo Springfeld, tratta dal sito Flickr, immagine originale e licenza. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite

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