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Commercio delle armi: l’Italia triplica l’export. Intervista a Giorgio Beretta

Commercio delle armi: l’Italia triplica l’export. Intervista a Giorgio Beretta

Tratto da: Adista Notizie n° 18 del 14/05/2016

38541 ROMA-ADISTA. Nel 2015, nel nostro Paese, i valori delle operazioni autorizzate e svolte nell’ambito dell'esportazione dei materiali di armamento sono triplicati rispetto all'anno precedente, registrando la cifra record di oltre 8,2 miliardi di euro. È il dato allarmante che emerge dalla Relazione inviata alle Camere lo scorso 18 aprile, per conto del governo Renzi, dal Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti. 

E non sono solo le cifre a destare allarme ma anche i i Paesi di destinazione che confermano le preoccupazioni circa le violazioni alla legge 185 del 1990, quella che regola le esportazioni di armamenti all’estero (proibendo, tra l'altro, la vendita di armi a Paesi in stato di conflitto e che violano i diritti umani). Basti pensare all’invio nell’arco del 2015 di 5mila bombe all’Arabia Saudita utilizzate in Yemen dalla Royal Saudi Air Force.

Dei dati e delle loro implicazioni abbiamo parlato con Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (OPAL) di Brescia e della Rete italiana per il disarmo. 

Dall'analisi della Relazione inviata alle Camere lo scorso 18 aprile che quadro emerge? C'è qualche sorpresa che non ti aspettavi?

Dopo il calo registrato nel triennio 2010-2013 e gli accenni di ripresa del 2014, alla luce dei consistenti contratti firmati dalle aziende militari del gruppo Finmeccanica nel 2015, mi aspettavo un incremento delle autorizzazioni all’esportazione. Il valore complessivo delle licenze all’esportazione è triplicato, passando dai poco meno di 2,9 miliardi di euro del 2014 ad oltre 8,2 miliardi di euro: cifra record dal dopoguerra. In gran parte questo è dovuto alla forte ripresa delle commesse relative ai “programmi di cooperazione”, cioè i programmi intergovernativi che riguardano soprattutto la produzione di sistemi militari con i Paesi alleati dell’Unione europea e della Nato: si passa dai 338 milioni di euro del 2014 a quasi 3,2 miliardi di euro nel 2015. Ma sono fortemente aumentate anche le effettive autorizzazioni all’esportazione di materiali militari: nel 2015 sono state di quasi 4,7 miliardi di euro, più che raddoppiate rispetto ai poco più di 2,3 miliardi di euro del 2014. I grafici riassuntivi forniti dal Ministero degli Esteri e della Cooperazione (MAECI), sommando i “programmi di cooperazione” con quelli delle autorizzazioni “comuni”, finiscono col gonfiare le percentuali di ripartizione delle autorizzazioni rilasciate a “Paesi alleati” (Nato e Ue) rispetto a quelle delle zone a rischio (Medio Oriente, Asia, Africa). Verso la zona dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente, cioè le regioni di maggior tensione nel mondo, lo scorso anno sono state rilasciate licenze all’esportazione di materiali bellici per oltre 931 milioni di euro, cioè quasi un quarto di tutte le licenze; verso l’Africa sub-sahariana si è passati da meno di 2 milioni di euro nel 2014 a quasi 153 milioni nel 2015 e verso l’Asia si è arrivati a oltre 1 miliardo e 444 milioni. 

Quali sono a tuo avviso gli elementi che destano più preoccupazione?

Innanzitutto è preoccupante questo forte incremento di autorizzazioni all’esportazione di sistemi e materiali militari verso le zone di maggior tensione del mondo. Tra i principali acquirenti troviamo Paesi che stanno contribuendo da mesi al conflitto in Yemen (più di 8mila morti di cui la metà tra la popolazione civile) come l’Arabia Saudita (257 milioni di euro tra caccia Eurofighter, bombe, missili e sistemi per la direzione del tiro), gli Emirati Arabi Uniti (304 milioni di euro tra armi automatiche, veicoli, velivoli e navi da guerra e relativo munizionamento), il Qatar (35 milioni tra veicoli terrestri, apparecchiature elettroniche e munizioni), ma anche il Bahrain (54 milioni di euro che comprendono “armi leggere”), dove è in corso una tremenda repressione interna, e l’Oman (152 milioni di euro) che, pur non facendo parte della coalizione che è intervenuta militarmente in Yemen, non brilla certo per il rispetto dei diritti umani. In Asia spiccano le autorizzazioni verso Singapore (381 milioni) e Taiwan (258 milioni), ma non vanno dimenticate quelle verso il Pakistan (120 milioni) e soprattutto l’India (85 milioni), con la quale si è continuato a fare affari militari nonostante la vicenda dei due marò. Per non parlare dell’Africa subsahariana che addirittura supera il Nordafrica: si tratta di quasi 153 milioni di euro soprattutto per le forniture allo Zambia di due “velivoli” del valore di oltre 98 milioni di euro e al Kenya (25 milioni).

La Relazione di quest’anno offre maggiori  informazioni? La principale delle vostre richieste riguardava la trasparenza…

Purtroppo non è affatto migliorata. La Relazione che da due anni viene inviata alle Camere è ormai praticamente inutile per conoscere in dettaglio le operazioni autorizzate e svolte per esportazioni di armamenti. Tranne i valori monetari complessivi e i generici materiali militari suddivisi per Paese, la Relazione non permette più nemmeno di ricostruire, incrociando le varie tabelle dei ministeri, le operazioni. Tutto questo non solo rende gran parte della Relazione un mero esercizio burocratico e di facciata, ma soprattutto mina alla radice il controllo parlamentare e della società civile. Quella società civile che è stata la promotrice della legge n. 185 del 1990 dopo gli scandali delle esportazioni di sistemi militari degli anni Ottanta, coperte in gran parte dal segreto militare che, in vigore dai tempi del fascismo, ha regolato per 60 anni questa materia. Lo dico con forte rammarico: a nulla sono servite le reiterate richieste di maggior trasparenza avanzate al governo Renzi, ed in particolare al Ministero degli Esteri, dalla Rete italiana per il disarmo.

La Relazione conferma l'invio di 5mila bombe all'Arabia Saudita, utilizzate in Yemen dalla Royal Saudi Air Force: invio che la ministra della Difesa Roberta Pinotti ha definito “regolare” e “nel rispetto della legge”. Alla luce di queste affermazioni, come commenti la consegna – da parte di Ucsi (Unione cattolica stampa italiana), Ordine dei giornalisti, Università Suor Orsola Benincasa – del premio “Napoli Città di pace” alla ministra Pinotti?

Che siano state esportazioni “nel rispetto della legge” è tutto da verificare e proprio per questo lo scorso gennaio Rete Disarmo ha presentato in diverse Procure un dettagliato esposto e ha chiesto alle autorità competenti di accertarne la regolarità. Circa il Premio assegnato alla ministra Pinotti, credo che sia stato non solo inopportuno ma anche irriguardoso nei confronti di papa Francesco. «Perché armi mortali – ha detto il papa nel suo celebre discorso al Congresso degli Stati Uniti – sono vendute a coloro che pianificano di infliggere indicibili sofferenze a individui e società? Purtroppo, la risposta, come tutti sappiamo, è semplicemente per denaro: denaro che è intriso di sangue, spesso del sangue innocente. Davanti a questo vergognoso e colpevole silenzio, è nostro dovere affrontare il problema e fermare il commercio di armi». Inviterei perciò i promotori del premio a riflettere sui numerosi pronunciamenti del papa sulla minaccia che rappresenta il commercio – e non solo il traffico illecito – delle armi in relazione alla pace. 

Sul fronte delle banche armate che cosa si può dire?

È soprattutto su questo punto che la trasparenza è venuta meno. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha allegato alla Relazione un corposo documento di centinaia di pagine dalle quali però non è più possibile ricostruire le singole operazioni svolte dalle banche in quanto vengono riportati solo i valori generali delle “operazioni segnalate”. Di questa mancanza di trasparenza stanno approfittando da diversi anni, oltre che le aziende del gruppo Finmeccanica (adesso “Leonardo”), soprattutto le banche estere. E tra queste in modo particolare quelle banche, come Deutsche Bank e BNP Paribas, che non hanno mai emanato delle direttive per il controllo delle operazioni finanziarie sugli armamenti convenzionali e sulle armi leggere. Lo abbiamo evidenziato ripetutamente insieme alla Campagna di pressione alle “banche armate” promossa dalle riviste Missione Oggi, Mosaico di pace e Nigrizia. Il paradosso è che, proprio grazie a questa mancanza di trasparenza, oggi i maggiori profitti per la vendita di armi e sistemi militari italiani li intascano le banche estere.

* Immagine di United States Department of Defense SSGT Phil Schmitten, tratta dal sito Commons Wikimedia. Licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite

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