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Buona scuola. Punto di non ritorno

Buona scuola. Punto di non ritorno

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 32 del 24/09/2016

Un nuovo anno scolastico è iniziato. Il secondo dall’entrata in vigore della legge 107, ma in realtà il primo a mostrare molti dei suoi effetti deleteri. La campagna mediatica orchestrata dal Governo continua, con un’opinione pubblica totalmente imbonita: ecco la “Buona scuola”, che ha risolto il problema del precariato, che ha immesso in ruolo migliaia di docenti, che ha premiato i meritevoli, che ha inaugurato la stagione dell’alternanza scuola-lavoro, che ha dato ai dirigenti l’opportunità di scegliersi i docenti con lo strumento della chiamata diretta e di mettere ogni insegnante al posto giusto (su cattedra, potenziamento, supplenze, uffici di vicepresidenza o progetti), pescando nel gran calderone dell’‘organico dell’autonomia. Il tutto attraverso i  212 commi dell’unico articolo di cui è composta la riforma, che rimodula in una dimensione patologica il principio dell’autonomia scolastica. Imponendo ad ogni istituto di inventarsi la scuola che vuole, come vuole e con chi vuole, per poi mettersi sul mercato, cercando iscritti e finanziamenti a colpi di progetti, pubblicità e – perché no? – conoscenze personali. Rigorosamente, «senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica», come recita lo stilema più ricorrente nelle pagine della legge. E, rigorosamente, allontanandosi da un dettato costituzionale originario che non concepiva le scuole come aziende in concorrenza tra loro e che non vedeva nella scuola la riproduzione deterministica della ricchezza e della povertà dei diversi territori della nostra penisola ma, al contrario, la immaginava come strumento di uguaglianza, come garanzia di pari opportunità, come istituzione fondativa di un paradigma di democrazia cui la Repubblica destinava, e non sottraeva, un investimento etico-politico prima ancora che economico.

Il laissez-faire della 107 si intreccia con la lunga serie di provvedimenti regressivi che l’hanno preceduta – ben impilati dai ministri dell’istruzione da Berlinguer in poi e poi sparigliati nel “precipitato” dei tagli draconiani di Tremonti e Gelmini – e in particolare con l’istituzione del Sistema Nazionale di Valutazione e i suoi INVALSI, RAV, NEV, sigle che indicano pratiche burocratiche di valutazione e di autovalutazione di studenti, docenti e scuole, del tutto avulse non solo dalla realtà ma dal principio stesso di realtà, nella loro realizzazione meramente formale che nega a priori i bisogni reali e le condizioni reali di azione poiché in verità rispondono a un’esigenza di controllo tecnicistico e verticistico. L’intreccio ha creato un cortocircuito, ben visibile a chi osserva ed esercita un pensiero critico: nelle scuole regnano disordine e caos; il malcontento è generalizzato; lo scollamento tra le parole e i fatti è evidente; la preoccupazione, per chi ancora crede nella scuola e nel suo mandato sociale e civico, è altissima.

Qualche esempio. La compilazione del RAV (Rapporto di Autovalutazione) si è rivelata un’inutile perdita di tempo. La maggior parte dei dati da inserire, poi processati a livello centrale, erano quelli delle segreterie, del MIUR e dell’ISTAT. Solo una piccolissima parte lasciata alla libera compilazione, quella degli obiettivi da raggiungere nel triennio, con uno spazio riservato di 150 caratteri. Un tweet, insomma, per indicare le aree e le attività di miglioramento su cui la scuola intendeva concentrare le sue risorse. Indicazioni alle quali non è poi seguito alcun provvedimento consequenziale, in termini di risorse umane ed economiche. Le scuole sono state inondate di docenti delle discipline più disparate perché era necessario svuotare le GAE per dire che si era risolto il problema del precariato, a prescindere dai bisogni reali. Così abbiamo un “organico dell’autonomia” in cui alcuni continuano ad avere le loro 18 ore curricolari, con tutto il carico che ne consegue, e altri fanno invece qualcos’altro, vuoi perché vogliono continuare a seguire progetti ormai definanziati, vuoi perché si sono spontaneamente alleggeriti il lavoro, vuoi perché è bastato che qualche refolo di scontento lambisse le orecchie dei DS per essere a vario titolo demansionati. Né del resto era possibile non porsi il problema dell’arrivo, nella propria scuola, di docenti che non hanno le classi o di colleghi di altre discipline, e lasciarli, isolati e alienati, in una condizione straniante di eterni supplenti di ruolo. E mentre molte cattedre di materie d’indirizzo continuano ad essere coperte da esterni, è facile immaginare che in virtù dei commi 70, 71 e 79  della 107 (che prevedono l’insegnamento di materie “affini” e l’istituzione dell’organico di rete), ben presto anche chi ha vinto un concorso per insegnare storia e filosofia alle superiori potrà trovarsi ad insegnare italiano alle medie o alle elementari, senza più una propria sede di titolarità ma girovagando, ogni giorno dove serve. Vogliamo parlare dell’alternanza scuola lavoro? Una vera e propria lesione del diritto allo studio e una enorme perdita di tempo per gli studenti, costretti a svolgere gratuitamente le più disparate mansioni nelle istituzioni pubbliche o nelle aziende private. E vogliamo parlare del bonus premiale per i docenti? Una polpetta avvelenata data in pasto a un branco di animali affamati dopo 10 anni di contratto bloccato, di stipendi miserevoli, di straordinari non pagati, spingendo i più famelici ad avventarsi in pochi sui soldi di tutti. I più famelici, ripeto, non certo i più meritevoli. Che avrebbero dovuto difendere quei principi di giustizia, di equità, di solidarietà, che ormai solo in pochi insegnano con le parole e con l’esempio ai propri studenti. 

La 107 ha sdoganato l’egoismo, l’individualismo, la presunzione, la discrezionalità, l’arbitrio. E li ha normati. Ha infeudato la scuola in un sistema piramidale e gerarchico che calpesta il principio di comunità educante, espresso negli organi collegiali (con la loro funzione di garanzia della partecipazione democratica alla vita della scuola – e per questo, in assoluto, migliore rispetto a qualunque gestione monocratica) e in un sistema giuridico equiordinato, fondato sul principio della libertà e della responsabilità. Le tante deleghe in bianco che la legge riserva al Governo, il nuovo Contratto collettivo nazionale che prima o poi verrà firmato o il rinnovato status giuridico dei docenti di cui si vocifera daranno semplicemente il colpo di grazia a un sistema, quello dell’istruzione, già pesantemente incrinato. Da tutti quei ministri, dirigenti e docenti che, per volere o per inerzia, hanno portato la scuola a questo drammatico punto di non ritorno. 

Anna Angelucci è insegnante, dell’Associazione nazionale per la scuola della Repubblica

*Immagine di chiesADIbeinasco, tratta dal sito Flickr, immagine originale e licenza. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite

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