"Lasciamo respirare Cuba", a pagare è il suo popolo. Una campagna che nasce negli Stati Uniti
Sono ben 100 le misure di blocco e sanzioni adottate dagli Stati Uniti contro Cuba dagli anni ’60 a oggi, elencate una per una. Le elenca l’articolo che su progresoweekly.us (13 febbraio) dà voce alla campagna Let Cuba breathe (Lasciamo respirare Cuba), nata proprio negli USA e diventata virale, nel momento in cui l’embargo verso l’isola comprende anche la minaccia ai Paesi produttori di petrolio di esportare combustibile verso di essa. È «una guerra economica progettata per soffocare», originata nell’aprile del 1960, quando «il funzionario statunitense Lester D. Mallory scrisse in un memorandum segreto che la politica nei confronti di Cuba avrebbe dovuto negare denaro e rifornimenti per ridurre i salari e "provocare fame, disperazione e il rovesciamento del governo"».
Più di sessant'anni dopo, «la struttura costruita su quella premessa – dice il manifesto della campagna – non ha fatto che espandersi. Embarghi commerciali, isolamento finanziario, restrizioni di viaggio, divieti tecnologici, limiti alle rimesse, sanzioni contro paesi terzi e pressioni sulle istituzioni internazionali costituiscono uno dei regimi sanzionatori più completi mai imposti a una piccola nazione. Comprende rotte di navigazione, sistemi bancari, catene di approvvigionamento di medicinali, scambi accademici e persino legami familiari». «Indipendentemente dall'opinione che si ha del governo cubano – si legge – la realtà è innegabile: le principali vittime di questa politica sono le persone comuni. Quando un Paese non può acquistare liberamente carburante, pezzi di ricambio, attrezzature mediche, materiali da costruzione o prodotti agricoli, la scarsità cessa di essere astratta e diventa una realtà quotidiana. Gli ospedali improvvisano. Le infrastrutture si deteriorano. I blackout aumentano. Le famiglie aspettano per ore in file interminabili».
«Se l'obiettivo fosse davvero la democrazia – ipotizza il testo – il compromesso sarebbe la via più logica. Il commercio espone le società a nuove idee. Il viaggio crea connessioni umane. Gli scambi accademici e culturali rafforzano le istituzioni civiche. Le opportunità economiche generano attori interessati alla stabilità e all'apertura. L'isolamento produce esattamente l'opposto».
Inoltre, la politica statunitense verso Cuba «pone gli Stati Uniti in una posizione moralmente contraddittoria. Washington difende il libero mercato, la sovranità e i valori umanitari, ma mantiene misure che limitano cibo, medicine, energia e finanziamenti a un paese vicino di undici milioni di abitanti. Fare pressione su una piccola isola in questo modo non dimostra forza, ma insicurezza».
«Porre fine a questa posizione – propone la campagna – non sarebbe una concessione a nessun governo; sarebbe l'affermazione di un principio: che le nazioni devono essere in grado di risolvere i propri problemi senza coercizioni volte a causare sofferenza. Il futuro di Cuba – il suo sistema politico, la sua economia e il suo contratto sociale – deve essere deciso dai cubani, non progettato attraverso privazioni esterne».
«È giunto il momento di un approccio diverso. Sostituire la punizione con l'impegno. L'intimidazione con il dialogo. Lo strangolamento economico con relazioni normali. (…). Dopo sessant'anni, una conclusione è chiara: la politica non ha raggiunto gli obiettivi dichiarati. Al contrario, ha prodotto un costo umano tangibile e una profonda sfiducia reciproca». E dunque, «Lasciamo che Cuba respiri e permettiamo al suo popolo di decidere il proprio destino».
*Immagine generata da IA
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