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Per il verso giusto. Vola alta, parola...

Per il verso giusto. Vola alta, parola...

Vola alta, parola, cresci in profondità.

Tocca nadir e zenith della tua significazione,

giacché talvolta lo puoi – segno che la cosa esclami

nel buio della notte –

però non separarti da me, non arrivare,

ti prego, a quel celestiale appuntamento

da sola, senza il caldo di me […]

Mario Luzi

Questa poesia è tratta dalla raccolta di Mario Luzi Per il battesimo dei nostri frammenti; è utile fare attenzione all’epigrafe che apre il volume, un breve passo del Prologo al Vangelo di Giovanni: «In lei [la parola] era la vita; e la vita era la luce degli uomini». È facile pensare, per richiamo ma forse soprattutto per contrasto, a un’altra epigrafe giovannea che apre un’importante poesia di Leopardi: “La ginestra” («E gli uomini preferirono le tenebre alla luce», Gv, 3, 19). 

Già da qui Mario Luzi (1914-2005) sembra dialogare, più o meno segretamente, con quel Leopardi a lui così caro; se l’orizzonte del Leopardi della Ginestra è essenzialmente quello terreno, l’orizzonte del “finito”, Luzi sembra voler fare un passo oltre le posizioni leopardiane. Puntando sull’aspetto più “luminoso” e “alato” del verbo e delle possibilità di senso che sprigiona, Luzi ci aiuta a dischiudere un possibile percorso sulla relazione tra parola e trascendenza, tra parola e fede, e in ultima analisi, tra poesia e l’Oltre. Ci invita a non soggiogare la poesia e la sua dimensione metaforica a una asettica, spenta grammatica che si farebbe “epigrafe mortuaria”; ci invita a considerare l’eccedenza del poetico nell’umano. 

Luzi denuncia una corruzione della parola che venga ridotta a mero segno, destituita di senso, «non più spirito ma lettera, e lettera morta!». Qual è il rischio, si domanda il poeta toscano? Forse proprio quello di “svuotare” le parole, «quando non c’è più rispondenza né nell’oggetto che essa [la parola] nomina né nella persona che riceve questa indicazione». Il rischio segnalato da Luzi è una forma di «astrazione che svuota di senso vero della parola facendo perdere il contatto tra le cose e la loro nominazione». Le parole allora sono «esuberanze inutili, perché non hanno più dentro di sé il “caldo umile” delle cose che dovrebbero nominare». La parola che invece Luzi invoca, una parola “piena”, colma di senso, è propriamente la parola poetica.

«Vola alta, parola»; esprimere la tensione che la parola deve portare con sé, senza diventare preda di ideologie, senza essere consumata come merce, senza essere svuotata della sua alta profezia. Il poeta chiede di non separarsi da lui («non separarti da me»). Il divorzio della parola dalla vita è infatti la tragica conseguenza dell’allontanamento della parola dalla storia. È dunque una tensione polare, quella espressa da Luzi, tra l’alto volo del verbo e, dall’altra parte, il tentativo di scongiurare il distacco del verbo stesso dall’urgenza della vita, dal suo concreto farsi. L’invocazione, quasi una preghiera che il poeta rivolge alla parola, vuole esorcizzare questo pericolo, «non arrivare, / ti prego, a quel celestiale appuntamento / da sola, senza il caldo di me…». 

Questo celestiale appuntamento ha bisogno di una parola “diversa” dalle parole banali, consumate voracemente nel contingente. Ma la “diversità” di questa parola che è “alta” e cioè non banale, non ideologica, non commerciale, non significa estraneità alla storia. Significa che questa parola si carica di attesa rispetto a uno scorrere impersonale ed “eterno”, astorico del tempo; si prepara a un “appuntamento” (nel tempo, nello spazio, nella storia) con il divino («celestiale»). Il «caldo di me» evocato da Luzi richiama la pelle della parola, il suo corpo, il suo respiro. La qualità di una scuola, di una comunità civile, perfino di una comunità ecclesiale dovrebbe essere interpretata dalla misura della sua parola, dal volo e dal calore della parola, che ne esprime la tensione, la passione e, se necessaria, l’indignazione.

Un appello, mi pare quello di Luzi, a non dividere estetica da etica, volo alto e fragile crosta terrestre. In un tempo in cui le parole perdono il volo e dimenticano l’umile, commovente calore della terra, sembra quella di Luzi, infine, l’ultima chiamata per una parola costituente, quella capace di rifare il mondo. 

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