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Libano. Nel ricordo di Stefano Chiarini e Maurizio Musolino

Libano. Nel ricordo di Stefano Chiarini e Maurizio Musolino

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 34 del 08/10/2016

Com’è possibile che il Libano non sia colpito dall’orrore dell’esercito del Daesh? Le ragioni principali sono due, assicura Talal Salman, direttore del prestigioso giornale indipendente As Safir (indipendente, parola rara ormai - infatti sono in crisi nera). La prima è che i profughi palestinesi che vivono in questo Paese dal 1948 hanno cacciato dai loro campi i terroristi che tentavano di infiltrarsi (è successo nel campo di Ein El Hillweh, nei pressi di Sidone, dove sono sempre molto alte le tensioni; e in quello di Nahr El Bared, che si trova al Nord, vicino Tripoli, completamente distrutto nel 2007 dall’assedio con cui furono stanati gli uomini di Fatah al Islam – la sua ricostruzione è a buon punto ma i fondi europei per ora sono bloccati, dice il responsabile Marwan Abdulaal). L’altra riguarda la scelta del Partito di Dio, Hezbollah – la principale forza della resistenza libanese all’occupazione e all’ingerenza israeliana – di impegnare le proprie forze militari in Siria per sostenere il contrasto all’avanzata di questa macchina da guerra creata dall’Occidente. 

È questo il quadro delineato dal direttore di As Safir che incontriamo a Beirut con il Comitato Per non dimenticare Sabra e Shatila. Talal Salman, tra i principali sostenitori della campagna, volta a conservare la memoria di quanto accaduto nei due campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila nel 1982, ci offre una buona cena, pesce e vino libanese sempre di buona qualità. Noi italiani siamo circa 30, il gruppo più numeroso e organizzato di una folta delegazione alla quale si uniscono ogni anno attivisti dagli Stati Uniti, dalla Finlandia, dalla Malesia, dalla Spagna, dall’Inghilterra. 

Nella settimana tra l’11 e il 18 settembre ricordiamo il massacro di 34 anni fa, compiuto dai falangisti sotto la regia del falco israeliano Ariel Sharon, allora ministro della Difesa di Tel Aviv che aveva invaso il Paese dei Cedri. Una strage efferata per i modi particolarmente violenti e brutali in cui fu condotta – i corpi straziati, le pance delle donne incinte squarciate – e perché fu compiuta sotto gli occhi della comunità internazionale che aveva garantito la protezione dei campi dopo la partenza concordata di Yasser Arafat e dei suoi feddayin che accettarono di lasciare il Paese alla volta di Tunisi. Simbolo della repressione e della volontà di schiacciare i palestinesi. 

Nel 2001 Stefano Chiarini, giornalista de il Manifesto, riuscì a costituire un Comitato internazionale per recuperare l’area di una delle fosse comuni e per dare il via alla celebrazione della ricorrenza: una sfida che Stefano riuscì a vincere, perdendo quella fatale con la vita. Morì precocemente e improvvisamente nel febbraio del 2007, mentre i palestinesi di Gaza si ammazzavano tra loro: Tommaso Di Francesco, oggi condirettore de il Manifesto, scrisse che forse non gli resse il cuore di fronte al fratricidio di un popolo che lui aveva molto amato per la sua capacità di resistere, in modo unitario, laico, senza bisogno di farsi infervorare da un Dio ma solo per il bisogno di riscattare la propria dignità di popolo. Da allora il Comitato esiste e funziona, la memoria non è stata persa, mentre i palestinesi aspettano che il loro diritto al ritorno si concretizzi.  

La loro condizione nei 12 campi disseminati in tutto il Libano è disperata: 449.957 rifugiati registrati dall’UNRWA, l’agenzia dell’Onu che si occupa dei palestinesi, le cui casse sono quasi vuote  (una cifra alla quale va aggiunto un numero di persone non censite), in uno Stato di 4 milioni di persone assai mal messo: istituzioni fragili, Costituzione ingessata sulle appartenenze confessionali, economia azzerata dalla presenza soffocante della finanza internazionale che lì fa passare, pulire e smistare i suoi capitali sporchi. Il Parlamento libanese è chiuso da parecchio tempo – impossibile convocare le elezioni per rinnovarlo – e dal 25 maggio 2015 è scaduto il mandato dell’ex Capo dello Stato Michel Suleiman: le forze politiche stanno discutendo non solo il nome del suo possibile successore (che in base alle regole attuali deve essere un cristiano maronita) ma anche la riscrittura della cornice costituzionale. Il nuovo sindaco di Ghobeiry (il Comune a sud di Beirut nel quale insiste l’enorme campo di Chatila), Maan Al Khalil, esponente di spicco del Partito di Dio, ha risposto alla domanda sui tempi per la scelta del nuovo presidente, spiegandoci che le questioni aperte sono diverse: «Insieme ad un nome, vogliamo riscrivere le regole e scegliere la nostra collocazione rispetto ad una questione chiave: qual è la posizione del Libano nel conflitto israelo-palestinese e nella guerra al terrorismo?». Una posizione assai condivisibile ma quanto attuabile nel contesto incandescente di questo Paese?

«L’ottimismo fa parte della Resistenza», dice Maan Bashour, animatore del Forum Justice for Palestine, un organismo che svolge un lavoro molto interessante (in programma un incontro internazionale ad Algeri) per coordinare giuristi di ogni luogo attorno al tema dell’attuazione dei diritti affermati ma non attuati del popolo Palestinese. Dunque, dobbiamo guardare con fiducia ad un futuro che sembra fatalmente nelle mani dell’arroganza di un Erdogan che pensa al suo Califfato – «non gli basta la Siria, vuole pure l’Iraq», dice Bashour – o del razzismo di un Netanyahu che guarda al sogno sionista della Grande Israele, o, ancora, della violenza del Daesh e del cinismo dell’Occidente. 

Sì, bisogna avere fiducia: sono sicura che così avrebbe detto Maurizio Musolino che ha tirato le fila del lavoro di Stefano Chiarini fino a quando non si è spezzato anche per lui il legame con la vita. Anche lui, come Stefano, amava la Palestina e amava molto anche la Siria: aveva studiato ad Aleppo ai tempi dell’Università. Forse anche il suo cuore, come quello di Stefano, non ha retto mentre passavano le immagini dell’assedio criminale alla città simbolo della convivenza. Struggente l’accoglienza riservataci nei campi profughi: grandi foto dei nostri compagni perduti salutavano il nostro arrivo, dandoci la gioia e il dolore del loro ricordo. 

Stefania Limiti è giornalista, saggista, fondatrice, assieme a Stefano Chiarini e Maurizio Musolino, del Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila

* Una foto scattata da Stefania Limiti durante il viaggio di quest'anno. Nelle immagini sono ritratti Stefano Chiarini e Maurizio Musolino

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