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Arcivescovo Niger: l'Italia dovrebbe chiedersi come aiutare e non come fermare i migranti

Arcivescovo Niger: l'Italia dovrebbe chiedersi come aiutare e non come fermare i migranti

Monsignor Djalwana Lompo è il primo arcivescovo di Niamey (capitale del Niger) di origine nigerina da quando la Chiesa si è insediata nel Paese africano circa 100 anni fa. Vive, insieme ai fedeli cristiani (solo l'1,5% della popolazione), in un contesto estremamente fragile, attraversato dai flussi migratori diretti verso il Mediterraneo e segnato dal profondo radicamento del fondamentalismo islamico, spesso unica alternativa alla disperazione per molti giovani.

Il quotidiano dei vescovi italiani Avvenire, il 10 luglio, ha scambiato alcune battute con mons. Djalwana, centrando l'attenzione sul tema delle migrazioni africane verso l'Europa e sulla presenza degli italiani nel suo Paese. Sotto la lente la decisione del precedente governo italiano di inviare soldati per combattere (ufficialmente) il terrorismo e per arginare i flussi migratori, che vedono in città come Agadez hub cruciali delle tratte del deserto e dei traffici di esseri umani. «La soluzione – critica l'arcivescovo – non è quella di dire: fermiamo tutto, impediamo ogni passaggio. Dobbiamo piuttosto chiederci che cosa possiamo fare per coloro che passano per il Niger», che fuggono da guerra e fame. Per loro, aggiunge Djalwana, «a volte, la sola alternativa all’espatrio è cedere alle proposte in moneta sonante di Boko Haram o della delinquenza».

Il prelato dubita che la missione italiana in Niger possa portare qualche frutto: «Noi chiediamo piuttosto che la cooperazione tra Niger e Italia non sia militare, ma per lo sviluppo. Se, ammesso ma non concesso, l’azione militare riuscisse a interrompere il flusso migratorio verso l’Europa, provocherebbe però enormi problemi a noi in Niger, per la crescita della delinquenza e la distruzione della struttura societaria e tribale del Paese».

Nel corso dell'intervista l'arcivescovo di Niamey sottolinea più volte le difficoltà che vivono la comunità cristiane spesso nel mirino del terrorismo, alle quali però il popolo nigeriano risponde con coesione e solidarietà, incurante delle differenze etniche e religiose.

La stessa Chiesa, racconta ad Avvenire, «ha iniziato le sue attività un secolo fa con una semplice pastorale della presenza: anche dove non ci sono cristiani, o pochi, il prete cattolico vive in mezzo ai musulmani, ne condivide la vita». Le strutture della Chiesa, come scuole e le Caritas, seguono sempre una regola precisa: «L’accoglienza di chiunque, al di là della diversità, e l’attenzione, sempre, a favorire dei progetti di sviluppo nel Paese. La Caritas, ad esempio, ha più del 70 per cento del suo personale musulmano. E non potrebbe essere diversamente, con un’apertura ai valori umani comuni a tutti». Il dialogo e l'accoglienza sono pane quotidiano nella vita religiosa in Niger.

Alla fine dei nostri giorni, conclude l'arcivescovo con un monito che dovrebbe risuonare forte anche adalle nostre parti, «Dio ci chiederà conto di come abbiamo chiuso o meno il nostro cuore, di come avremo accolto i musulmani o meno, di come saremo stati caritatevoli. In un Paese musulmano come il nostro, il Vangelo ci interpella continuamente sulla nostra accoglienza e sulla nostra apertura».

* Nostra Signora del Perpetuo Soccorso (cattedrale di Niamay). Foto di NigerTZai, tratta da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza. La foto è stata tagliata.

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