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Aborto ed eutanasia: l’“altro” Bergoglio che scalda la destra

Aborto ed eutanasia: l’“altro” Bergoglio che scalda la destra

Tratto da: Adista Notizie n° 36 del 20/10/2018

39533 CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. «Ma come può essere terapeutico, civile, o semplicemente umano un atto che sopprime la vita innocente e inerme nel suo sbocciare? Vi domando: è giusto far fuori una vita umana per risolvere un problema? È giusto affittare un sicario per risolvere un problema? Non si può, non è giusto far fuori un essere umano».

Che papa Francesco non fosse solo il papa del «chi sono io per giudicare?» i cattolici più avveduti se ne erano accorti da tempo. E si erano accorti anche del fatto che le aperture del papa, le parole, i gesti, gli atteggiamenti improntati ad anticonformismo, l’apertura alla realtà contemporanea ed alle culture secolarizzate non hanno spesso corrisposto a cambiamenti magisteriali o dottrinari.

Però le ultime uscite del papa, su aborto ed eutanasia, sono particolarmente dure; e fanno riflettere sul segno che questo pontificato intende lasciare. Bergoglio, nell’udienza generale di mercoledì 11 ottobre, è tornato su un argomento “classico”, un leit motiv sui cui da decenni la gerarchia cattolica martella incessantemente e sul quale nemmeno lui ha voluto esimersi dall’intervenire a più riprese: il no all’aborto, bollato come crimine e peccato gravissimo, con parole che riecheggiano per violenza quelle di Giovanni Paolo II, che nel libro Memoria e identità, del 2005, parlò dell’aborto come del nuovo “Olocausto”.

Le accuse di Francesco ai medici che praticano l’aborto, considerati sicari senza scrupoli assoldati per uccidere, fanno pendant con rivolte il 1.mo ottobre, ai partecipanti al IV Seminario sull'Etica nella gestione della Salute, ricevuti in udienza. In quella occasione il papa aveva detto: «Stiamo vivendo quasi universalmente una forte tendenza alla legalizzazione dell'eutanasia». «Sappiamo che quando viene fatto un accompagnamento umano sereno e partecipativo, il paziente cronico grave o il paziente malato terminale percepisce questa sollecitudine». E quindi, ha aggiunto, «anche in queste dure circostanze, se la persona si sente amata, rispettata, accettata, l'ombra negativa dell'eutanasia scompare o diventa quasi inesistente, perché il valore del suo essere si misura dalla sua capacità di dare e ricevere amore, non dalla sua produttività».

Nella semplificazione papale, chiunque muore in seguito ad un intervento medico esplicitamente richiesto dal malato o dai suoi familiari (quando il malato non è nelle condizioni di decidere), ricade nella fattispecie dell’eutanasia. In realtà, tecnicamente eutanasia è la scelta consapevole di una persona di farsi aiutare a morire perché ritiene la qualità della sua vita irrimediabilmente compromessa dalla malattia fisica o psichica. Nei celebri casi di cronaca di Piegiorgio Welby e di Eluana Englaro, ad esempio, l’eutanasia non c’entrava nulla. Welby, malato terminale di Sla, nel 2006 aveva chiesto che fosse interrotta la respirazione artificiale che – tramite tracheotomia – lo teneva in vita contro la sua volontà. Ha chiesto cioè l’interruzione di una terapia che non voleva gli fosse più praticata, non l’eutanasia. Il padre di Eluana Englaro, nel 2009, aveva chiesto (e ottenuto dopo una lunga battaglia giudiziaria) che fossero interrotte idratazione e alimentazione forzata della figlia, in coma irreversibile da oltre 17 anni e ridotta in stato vegetativo. Non chiese che Eluana fosse uccisa. Semmai chiese che non ci si accanisse più sul corpo della figlia per tenerla artificialmente in vita.

In ogni caso, queste ultime uscite del papa, con corredo di giudizi tranchant e espressioni forti ed iperboliche, sembrerebbero soprattutto un tentativo di “ricucire” con i settori più conservatori e oltranzisti della Chiesa. Il papa, infatti, quando parla a favore dei migranti e si dimostra comprensivo verso omosessuali divorziati, atei o intellettuali e maître à penser della cultura laica e secolarizzata, fa indignare i settori più retrivi dell’establishment ecclesiastico; le intemerate su aborto e eutanasia cercano così una sponda che riconcilii la pastorale della “misericordia” con la teologia della “verità”.

Del resto, nel pensiero di Francesco non vi è contraddizione tra la facciata “progressista” del suo pontificato e quella più “tradizionalista” e tutto va perfettamente d’accordo. La sintesi sta nella lotta alla “cultura dello scarto”: che, per il papa, è indifferentemente denuncia della periferia degradata, del povero che vive una condizione di marginalità sociale ed economica, solidarietà alla vittima del sistema economico neoliberista, al migrante respinto o non accolto; difesa dell’embrione scartato o del feto non partorito; condanna del malato terminale che cerca di morire dignitosamente come di ogni analisi prenatale finalizzata a evitare la nascita di bambini con gravi malattie genetiche.

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