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PRIMO PIANO. Battisti, Salvini e il Paese ostaggio delle mafie

PRIMO PIANO. Battisti, Salvini e il Paese ostaggio delle mafie

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 4 del 01/02/2019

Ho seguito in diretta la “Cerimonia” dell’arrivo di Cesare Battisti nell’aeroporto di Ciampino, lunedì scorso 11 gennaio. Un evento che avrebbe dovuto svolgersi nel massimo del riserbo, così come di norma avvengono gli arresti e i trasferimenti in carcere di delinquenti comuni e no, mentre invece tutto si è svolto come se arrivasse un alto capo di Stato o un papa! Ad attendere l’arrestato c’era, infatti, un folto comitato di accoglienza. In prima fila il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, il collega alla Giustizia, Alfonso Bonafede e i poliziotti del Gom, il nucleo speciale della Polizia penitenziaria italiana. Mancava solo il tappeto rosso da stendere ai piedi della scaletta dell’aereo… Una scena surreale, nella quale si incontravano ...da una parte un avanzo di storia passata che della lotta allo Stato di diritto aveva fatto bandiera e, dall’altra, i rappresentanti di un governo che dello Stato di diritto fa un feticcio. Le due parti, tuttavia, seppur apparentemente su posizioni opposte, le vedevo, nella mia coscienza di cittadino, unite da uno stesso comune denominatore: il riferimento sordo e ottuso allo “Stato”, cancellando nella realtà le persone con i loro diritti e nella dimensione della loro umanità! I primi nella furia iconoclasta della lotta rivoluzionaria, i secondi nella volontà impositiva e tutelare di un sovranismo autocentrico ed autoritario. I primi uccidendo i “difensori” dello Stato, i secondi facendo morire gli “invasori” dello Stato. Per ambedue le parti un collante comune: il ritorno della figura del “nemico”, comunque e sempre da combattere.

Quale nemico?

Contrariamente a quanto vogliono farci credere i giocolieri della politica, secondo i quali tutti i mali legati all’attuale crisi sono da ricollegare, a doppio filo, al malgoverno degli anni passati e al fenomeno dell’invasione dei migranti, noi siamo del parere che il peccato originale dell’attuale crisi sia da ricercarsi nel processo di finanziarizzazione dell’economia che bypassa il lavoro moltiplicando i soldi con i soldi e nel malaffare mafioso/camorristico che narcotizza l’economia nel traffico di droga e di armi, nel lavoro nero e nel ricatto malavitoso. Se l’attuale ministro dell’Interno investisse sulla lotta a questi che sono i veri nemici da combattere le energie e il tempo che impiega nella lotta ai “falsi invasori”, noi come Paese avremmo risolto già da tempo i nostri problemi.

Centinaia di realtà sociali e sindacali, insieme a molte istituzioni locali, chiedono con urgenza anche a questo Governo e al Parlamento che venga data priorità politica all’impegno contro disuguaglianze, povertà e mafie che stanno devastando il Paese e la coesione sociale, con la colpevole complicità di chi sposta l’attenzione su falsi problemi o certamente di minore importanza. Un impegno che non può essere affrontato con slogan e semplificazioni roboanti alle quali assistiamo giornalmente, senza nessun rispetto per chi vive una condizione materiale ed esistenziale drammatica o di disagio, bensì mettendo in campo misure chiare ed efficaci, ben diverse da quelle che leggiamo sui giornali o sui social.

Si tratta di un’urgenza che un uomo di Stato non può non avvertire, ma che al ministro non interessa perché per lui il tornaconto personale è più importante del suo compito istituzionale.

La Lega, di cui il ministro è anche segretario, è da anni che porta avanti la sua politica neoliberista, in una involuzione storica che non le si può perdonare. Il Welfare State fu una possente opera di demercificazione di beni collettivi e sociali. Il neoliberismo è stato al contrario una poderosa opera di rimercificazione di quegli stessi beni e di altri come l'acqua, la conoscenza, i legami sociali.

Non per niente Massimo Giannini, su Repubblica del 31 ottobre 2013, parlando del sistema finanziario lo definiva come “ambiente criminogeno” «che ha annientato l'economia reale cannibalizzando il lavoro, distruggendo i diritti, destrutturando la democrazia».

La cultura

E sotto accusa non poniamo solo la politica del ministro dell’“Inferno” , ma la cultura che diffonde con le sue parole e con i suoi gesti e comportamenti, fatta di supponenza e di disprezzo, di odio e di vendetta. Memori, come spesso ci ricorda don Ciotti, che se i valori dominanti sono quelli del profitto e del potere, anziché quelli dell'uguaglianza e dei diritti, e quelli dell’odio xenofobo e dell’esaltazione nazionalistica anziché quelli dell’attenzione e della solidarietà, è inevitabile che la mafia si radichi (per  ché quelli sono i suoi “valori”). Certo, i suoi metodi sono più violenti e più spicci, di quelli che la cultura dominante propone, ma l'humus è lo stesso. Sotto questo aspetto, allora, i confini tra mafia e Stato diventano molto labili, mancando una cultura attenta e sensibile, al punto tale che un certo patriottismo non può far altro che da fertilizzante per tutte le caste chiuse e per tutte le “Cose” che diventano “Nostre”!

Era il primo settembre del 1991 quando, a questo proposito, padre Balducci, dalle colonne de Il Secolo XIX denunciava questo abbraccio letale per la democrazia: «La mafia è il segno del fallimento dello Stato, anzi è la crescita di uno stato illegale dentro lo Stato legale. I due organismi vivono utilizzando gli stessi apparati: respirano la stessa aria, sono irrorati dallo stesso sangue. Vivono in simbiosi, insomma, tanto che la morte dell'uno sarebbe, stando così le cose, la morte dell'altro. Nessuna radioscopia vi permetterebbe di distinguerli l'uno dall'altro. Nello Stato legale si fa largo ricorso a espedienti illegali e nello stato illegale si fa largo uso di espedienti legali».

A ventotto anni di distanza gli fa eco la denuncia del Procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri che in un’intervista a Riccardo Iacona (22 gennaio, “Presa diretta”, Rai 3) dice: «La ‘ndrangheta è classe dirigente e (dalle indagini in atto) emerge sempre più che ci sono dei soggetti vicini alla ‘ndrangheta che gestiscono la cosa pubblica. (…) La politica è debole e così la ‘ndrangheta è diventata classe dirigente».

Con criminale soddisfazione del grande assente ministro Salvini che, su altri palchi, fa concorrenza perfino alla madonna di Medjugorje con le sue continue apparizioni! 

* Aldo Antonelli è prete “freelance” ad Avezzano e coordinatore di Libera per la provincia di L’Aquila  

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