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PRIMO PIANO. Una maratona o un respiro dell’anima?

PRIMO PIANO. Una maratona o un respiro dell’anima?

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 17 del 08/05/2021

L’hanno chiamata – spero i giornalisti e non chi l’ha pensata – “maratona” di preghiera per invocare la fine della pandemia. L’iniziativa, informa nientemeno che il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, coinvolgerà in modo speciale trenta santuari mariani sparsi in tutto il mondo, per guidare quotidianamente la recita del rosario; ma tutti i santuari dell’orbe sono invitati alla recita della preghiera mariana, ogni sera del mese di maggio alle 18. Papa Francesco aprirà la preghiera il 1° e la concluderà il 31 del mese dedicato alla Madonna. Tutto ovviamente trasmesso in diretta sui canali del Vaticano, e non solo.

Che profonda differenza da quella struggente preghiera di papa Francesco, sotto una pioggia scrosciante, nel silenzio di una piazza San Pietro desolatamente deserta e silenziosa, la sera del 27 marzo dello scorso anno. Una celebrazione semplice e intensa, dalla quale saliva verso il cielo un grido doloroso che raccoglieva quello di tutta l’umanità: «Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca... ci siamo tutti. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta».

Penso di non esagerare nel dire che tutto il mondo si fermò a riflettere di fronte a quella scuola di essenzialità, a quel grido di aiuto, a quell’invito alla condivisione e alla solidarietà. Fu un gesto di umiltà e di speranza per tutti, anche per chi non crede. Quella sera piovosa di marzo ci riconoscemmo tutti nel vecchio e affaticato papa che si trascinava vacillante e solitario attraverso l’immensa e deserta piazza. Riconoscemmo nella sua la nostra fragilità, nel suo gesto semplice e rivoluzionario, la nostra voglia di sconfiggere la pandemia con tutte le nostre forze. Invece ora, di fronte a questa nuova iniziativa vaticana, resto perplesso; e sono certo che, purtroppo, non si ripeterà lo stesso atteggiamento rispettoso di quella sera straordinaria, anche perché sono cambiate tante cose rispetto allo scorso anno: all’“andrà tutto bene”, si è sostituita la stanchezza, la rassegnazione e tanta rabbia.

Mi chiedo: la “maratona” è una caduta di stile di papa Francesco? O forse nasce per accontentare i soliti gruppi tradizionalisti? Penso, più semplicemente, che fa parte di quelle tante, troppe iniziative “stravaganti” alle quali i preti ci hanno abituato lo scorso anno. Se a noi preti si toglie la celebrazione della messa con il popolo, costringendoci a celebrarla da soli, sembra che saltino le nostre certezze, ci deprimiamo e andiamo in crisi, visto che per tanti la messa è diventato l’unico modo per vivere ed esprimere il proprio sacerdozio; e ci inventiamo le cose più strane e stravaganti per riempire il vuoto, come è avvenuto lo scorso anno durante il lockdown.

E allora largo alla fantasia. “Venghino signori, venghino”, c’è lo streaming della messa nelle posizioni più disparate, col telefonino ultimo grido appoggiato direttamente sull’altare che, semmai, ti aggiunge le orecchie di coniglio o i baffi di gatto perché sei impacciato con i tasti di questo aggeggio “diabolico” e te la prendi, in diretta, con ipotetici complotti contro la Chiesa; o c’è la messa ripresa con troppa devozione dalla emozionata e tremante perpetua di turno, in una chiesa desolatamente vuota. Abbiamo assistito basiti ad improbabili processioni con statue di ogni tipo, caricate sui mezzi più disparati e spesso precari - lambrette, camioncini, carretti, barche - e l’immancabile prete solitario cantare a squarciagola e, spesso stonando, dentro un gracchiante megafono canti antichi e moderni, il tutto ripreso e trasmesso con l’immancabile cellulare.

Abbiamo dovuto ingoiare, un po’ schifati, gesti incomprensibili e a volte ridicoli, come quello del prete che per esprimere la gioia pasquale delle donne del Vangelo, alla fine della messa di Pasqua ha intrapreso una improvvisa e bizzarra corsa solitaria attraverso una chiesa tristemente deserta, con l’unico ministrante che gli correva dietro per riprenderlo e rilanciare il tutto nell’etere sconfinato. La mia anziana sacrestana, il giovedì santo, ha comunque allestito il cosiddetto “sepolcro” per un’adorazione eucaristica che non ci sarebbe stata, e alla mia reazione meravigliata ha risposto che non se l’era sentita di non fare “come si è sempre fatto!”.

Certo noi preti potremmo fare tanto altro per riempire il tempo: leggerci un libro, aggiornarci, telefonare agli ammalati, studiare, rivedere i progetti pastorali, soprattutto svolgere un po’ di volontariato presso qualche struttura caritativa. Ma soffriamo di una grave forma di dipendenza da liturgia; e quando ce la tolgono andiamo in crisi di astinenza, come i tossici.

Voglio credere che il papa, “parroco del mondo”, a cui sta mancando il contatto vivo con le folle in piazza San Pietro, si sia lasciato prendere dalla stessa “frenesia” che colpisce i preti e abbia ideato questa stravagante “maratona” di preghiere. Intendiamoci, penso che non sia per niente negativa l’iniziativa; magari si riuscisse, attraverso la preghiera, a strappare le persone, ormai stanche e arrabbiate, dalla depressione vera che porta tanti al suicidio, alla violenza contro le donne e i propri familiari, alla disperazione rinfocolata e fomentata da persone senza scrupoli, che avviano inutili e dannose discussioni sull’ora del coprifuoco o su rischiose e immotivate riaperture dei vari esercizi commerciali. Magari bastasse recitare il rosario per far sbollire la rabbia di ragazzi e adolescenti annoiati che si danno appuntamento attraverso i social per una violenta e partecipata rissa, ripresa e rilanciata da decine di telefonini. Temo che questi il rosario non lo recitino affatto!

Sulla necessità di pregare, tanto o poco, anche il vangelo sembra dire due cose completamente diverse: «Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate». (Mt 6, 7-8). E: «Gesù disse ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai» (Lc 18,1-8). Non è questo il luogo per fare esegesi. Un possibile raccordo è in un prefazio della messa, che dice: «Tu, o Padre, non hai bisogno della nostra lode, ma per un dono del tuo amore ci chiami a renderti grazie; i nostri inni di benedizione non accrescono la tua grandezza, ma ci ottengono la grazia che ci salva». (Comune IV). Comunque sia, “maratona” o meno, spero che pregare diventi per ogni credente, come avrebbe detto il mahatma Gandhi «non domandare, ma il respiro dell’anima».

Vitaliano Della Sala è parroco a Mercogliano (AV) e vicedirettore della Caritas diocesana di Avellino

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