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Spiritualità e ambiente. Curare la terra, curare noi

Spiritualità e ambiente. Curare la terra, curare noi

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 17 del 08/05/2021

Perché scindere la parola spiritualità e la parola ambiente? Siamo ancorati a schemi che declinano la spiritualità come distacco dalla realtà, dalle relazioni, dall’ambiente. Come se spirituale fosse tutto ciò che rende rarefatto il corporeo, il concreto per poter attingere ciò che invece riteniamo divino, angelico, celeste, appunto spirituale.

Mi sembra allora importante sciogliere questo pericoloso schema, perché terra, ambiente e spirito di Dio sono, per la Chiesa cattolica, e quindi anche per una comunità monastica, e per me, monaca appunto agostiniana, una dentro l’altra.

«Del Tuo Spirito Signore è piena la terra», cantiamo in un salmo (103). C’è un soffio buono che abita la vita, ogni uomo, ogni creatura, ogni animale, ogni filo d’erba, che riempie appunto tutta la terra, non solo le parti celesti, ma proprio anche i sassi, i frammenti più piccoli. Tutto l’ambiente è saturo di Dio. Cito il Catechismo della Chiesa Cattolica nel numero 339: «Ogni creatura ha la sua propria bontà e la sua propria perfezione...». Le varie creature riflettono, ognuna a suo modo, un raggio dell'infinita sapienza e bontà di Dio. E papa Francesco nella Laudato si’ al n. 9 ci ricorda: «È nostra umile convinzione che il divino e l’umano si incontrino nel più piccolo dettaglio della veste senza cuciture della creazione di Dio, persino nell’ultimo granello di polvere del nostro pianeta».

Spiritualità è forse imparare a guardare il mistero buono che abita dentro le cose. Gesù Cristo ci insegna a stare dentro la vita con questo sguardo buono: ci parla ad esempio di Dio Padre come Colui che si prende cura dei gigli del campo, degli uccelli dell’aria, pure del filo d’erba. «Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?» (Mt. 6,30). Spiritualità è proprio imparare a vivere, in questa storia, in questa terra, capaci di incantarci per quel sottile e fragile filo d’erba. La vita è così, tutta piena e carica di quello Spirito buono di Dio.

Apro allora tre piste legate a tre parole: dono, cura, preghiera.

Il dono della terra

La terra ci è stata donata, non è una conquista, un diritto che ci spetta e di cui siamo proprietari. Noi apparteniamo alla terra, ma la terra non appartiene a noi! Siamo noi stessi, addirittura, terra da custodire, e fruitori di questo dono da proteggere, da far fiorire, sempre e sempre di nuovo. Riconoscere che siamo depositari di un dono ci apre gli occhi, il cuore, l’ascolto a fare scelte che rispettino questo dono. Non è nostro diritto sfruttare, rovinare, non rendere i fratelli beneficiari di questo stesso dono.

San Giovanni Paolo II nel messaggio per la pace del 1 gennaio 1990 (“Pace con Dio, pace con tutto il creato”) scriveva: «La pace mondiale è minacciata... anche dalla mancanza del dovuto rispetto per la natura, dal disordinato sfruttamento delle sue risorse e dal progressivo deterioramento della qualità della vita... Il rispetto per la vita e per la dignità della persona umana include anche il rispetto e la cura del creato, che è chiamato ad unirsi all'uomo per glorificare Dio». Sarebbe spontaneo, se custodissimo la consapevolezza che tutto ci è stato donato da Dio, anche noi stessi!

Così ci ricorda anche papa Benedetto XVI in un’udienza del 26 agosto 2009: «La terra è dono prezioso del Creatore, il quale ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, dandoci così i segnali orientativi a cui attenerci come amministratori della sua creazione».

David Turoldo: «Perché è Dio che nei prati fiorisce, / si espande, dilaga e poi torna a fiorire. / Questo solo è peccato, / origine di ogni altro errare / il non aver saputo che la terra è di Dio / che egli è nel cuore delle cerve / e sotto le ali delle rondini».

La cura

Nel racconto della Genesi, Dio termina la sua opera con la creazione dell’uomo, affidandogli un compito: «Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse » (Gen. 2,15).

L’uomo è chiamato ad aver cura della vita, a farla fiorire, a promuovere la vita. È inscritta in lui questa urgenza, questo amore verso la terra, come anche verso il prossimo, e certamente verso noi stessi. Perché la prima natura siamo noi, il nostro prossimo, l’impasto misterioso della nostra materia fatta davvero di polvere di stelle. La cura, la custodia che Dio affida all’uomo è per tutta la natura, così come, lo ricordavamo, ovunque è presente il soffio dello Spirito di Dio. E Dio opera in sinergia con noi, fidandosi della nostra intelligenza e passione.

Che sia questo stesso fuoco ad accendere economie quotidiane di attenzione e fioritura dei piccoli germogli. Cura viene da cor urat, scalda il cuore, lo accende. C’è qualcosa che urge, ed è bello mettersi in azione. A partire dal piccolo, certamente, ma convinti che solo i piccoli passi fanno fare tanta strada.

Papa Benedetto XVI, nella stessa udienza già citata del 2009, ci ricorda: «Il creato è affidato alla responsabilità dell’uomo, il quale è in grado di interpretarlo e di rimodellarlo attivamente, senza considerarsene padrone assoluto. L’uomo è chiamato piuttosto a esercitare un governo responsabile per custodirlo, metterlo a profitto e coltivarlo, trovando le risorse necessarie per una esistenza dignitosa di tutti (...). Perché ciò si realizzi, è indispensabile lo sviluppo di “quell’alleanza tra essere umano e ambiente, che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio”».

Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda al n. 340: «L'interdipendenza delle creature è voluta da Dio. Il sole e la luna, il cedro e il piccolo fiore, l'aquila e il passero: le innumerevoli diversità e disuguaglianze stanno a significare che nessuna creatura basta a se stessa, che esse esistono solo in dipendenza le une dalle altre, per completarsi vicendevolmente, al servizio le une delle altre».

È il mistero della reciproca attenzione, cura, rispetto, della interconnessione cui nessuno è esente! Ed è semplicemente meraviglioso!

Gratitudine e liturgia

«Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode. E l'uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato... l'uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te» (Conf. 1,1). Inizia così Sant’Agostino il suo testo delle Confessioni, e ci dice già quale alta creatura sia l’uomo, lanciata verso quell’eterno, di cui è tutto impregnato il presente. Questa è la liturgia, la lode, il ringraziamento a Dio, l’opera più sublime dell’uomo, e la sua responsabilità più alta anche nei confronti della terra. Certo il curarla e custodirla, ma soprattutto il darle voce nella lode, il far partecipare tutto il creato all’inno di ringraziamento a Dio!

Il salmo 8 ci parla di questa altezza dell’uomo, dell’alta dignità che Dio ha dato all’uomo: se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l'uomo perché te ne ricordi? Eppure l'hai fatto poco meno degli angeli, gli hai dato potere sulle opere delle tue mani.

Coltivare la terra, nel testo della Genesi, equivale a servire, rendere culto a Dio. Liturgia e coltivare sono sinonimi. In fondo anche il popolo ebraico la sua prima liturgia la vive in un deserto, il tempio arriva in seguito! Allora la liturgia è proprio questo far partecipare tutto il creato alla gratitudine verso Dio. Lo ricordiamo ogni volta che durante la Santa Messa offriamo il pane e il vino «frutto della terra e del nostro lavoro», o solo per portare esempi ma le citazioni sono tantissime: la preghiera eucaristica «Padre veramente santo, per mezzo di Gesù Cristo, tuo Figlio e nostro Signore, nella potenza dello Spirito Santo fai vivere e santifichi l'universo». Ma i salmi che quotidianamente cantiamo sono un pullulare di animali, monti, fiori, tutto il creato. Solo a titolo di esempio cito pochi versetti del cantico di Daniele: «Benedite, acque tutte, che siete sopra i cieli, il Signore, benedite, potenze tutte del Signore, il Signore. Benedite, sole e luna, il Signore, benedite, stelle del cielo, il Signore. Benedite, piogge e rugiade, il Signore. benedite, o venti tutti, il Signore». La libertà dell’uomo, con il peccato, ha ferito l’armonia del creato. «Tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto» (Rom 8,22), e noi abbiamo la responsabilità di accogliere, farci carico di questo grido. Cito sempre papa Francesco nella Laudato si’ 84: «Tutto l’universo materiale è un linguaggio dell’amore di Dio, del suo affetto smisurato per noi. Suolo, acqua, montagne, tutto è carezza di Dio». E al n. 85: «Dai più ampi panorami alla più esili forme di vita, la natura è una continua sorgente di meraviglia e di reverenza. Essa è, inoltre, una rivelazione continua del divino».

Questa contemplazione del creato ci permette di scoprire attraverso ogni cosa qualche insegnamento che Dio ci vuole comunicare, perché «per il credente contemplare il creato è anche ascoltare un messaggio, udire una voce paradossale e silenziosa».

Non posso non dare la parola a sant’Agostino, conosciuto dai più solo come complesso filosofo e teologo e non come uomo innamorato di Dio, dell’uomo e pertanto di tutto il creato. Per lui è semplice trovare le tracce di Dio in ogni cosa creata e dare a tutte la voce della lode! «L’intero tuo creato non interrompe mai il canto delle tue lodi» (Conf. V,1,1). «Tutte le creature lo lodano, tutte gridano. Loro voce è, in certo qual modo, la bellezza che tutte posseggono e con cui confessano Dio. Il cielo grida a Dio: Tu mi hai fatto, non sono stato io a farmi. La terra grida: Tu mi hai modellato, non io. Come gridano queste creature? Ogni volta che l'uomo le considera e scopre queste verità. Gridano con la tua ricerca, gridano con la tua voce. Osserva il cielo: è bello; osserva la terra: è bella; tutt'e due insieme sono assai belli. Ebbene, lui li ha fatti e li dirige, dal suo cenno sono governati; lui sospinge il corso delle stagioni, stabilisce i momenti e li stabilisce da se stesso. Quando tu osservi queste creature e ne godi e ti sollevi all'Artefice di tutto, allora si leva la sua lode sulla terra e nel cielo» (Sal 148,15).

Per concludere

Mi sembra che sarebbe sufficiente riconoscere, credenti e non, che davvero è «Amor che move il sole e l’altre stelle», come ci suggerisce Dante (Par. XXXIII 145) e allora verrebbe naturale in tutti risvegliare ogni giorno la passione per il tutto! E ancora che è importante custodire in noi il cuore dei bambini, quelli che Gesù porta ad esempio per entrare nel regno dei cieli, perché i bimbi sanno stupirsi, si meravigliano delle cose grandi e piccole. È la nostra cura!   

Suor Ilaria Magli è monaca agostiniana del monastero Santi Quattro Coronati a Roma. Questo contributo è stato preparato per l'incontro "Spiritualità e ambiente: Curare la Terra per curare noi" che si è tenuto il 15 aprile nell'ambito del cantiere Cipax 2020-2021.

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