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 La Marina italiana nel Golfo di Guinea a difesa del commercio d'armi e di petrolio

La Marina italiana nel Golfo di Guinea a difesa del commercio d'armi e di petrolio

Informatissimo come sempre, Antonio Mazzeo apre squarci su attività del nostro Paese di cui l'opinione pubblica difficilmente verrebbe a conoscenza. Di seguito il suo articolo.

La Marina italiana è nel Golfo di Guinea in cooperazione con Eni e armatori

di Antonio Mazzeo

Unità navali ed elicotteri della Marina militare italiana a “difesa” dei pozzi petroliferi dell’ENI e dei mercantili delle grandi compagnie armatoriali. Dallo scorso anno il sistema Italia fa le cose in grande anche nel Golfo di Guinea, in Africa occidentale, nelle acque prospicienti la Costa d’Avorio, il Ghana, la Nigeria e l’Angola. Con il decreto di finanziamento delle missioni internazionali, nel luglio 2020 il Parlamento ha dato il via al pattugliamento del Golfo in funzione “anti-pirateria”, a salvaguardia dei crescenti investimenti finanziari nell’area da parte dell’holding energetica a capitale statale e di alcuni gruppi privati. Lo Stato Maggiore della Marina l’ha denominata Operazione Gabinia dalla “legge romana approvata nel 67 a.C. che concesse a Pompeo Magno i più ampi poteri possibili per condurre la guerra contro i pirati che ormai da decenni rendevano insicuro il Mediterraneo e le sue coste”.(1) Una dotta reminescenza storica degli ammiragli alla guida delle forze navali dell’Italia repubblicana, forse nostalgici dello strapotere che il Senato dell’antica Roma concesse al generale-condottiero in barba al diritto: massima libertà operativa nel Mare Nostrum e finanche nella terra ferma sino a 50 miglia di distanza dalle coste con un’invincibile armata di 500 navi, 5.000 cavalieri e 120.000 fanti. Opportuno annotare – come ricordano gli storici - che l’approvazione della legge Gabinia “anti-pirati” segnò una tappa fondamentale nel collasso della Repubblica romana e nella fondazione dell’Impero con i sovrani padri-padroni dello Stato.

Nel testo approvato dal Parlamento, la nuova missione militare è inserita nel capitolo riservato al Potenziamento dei dispositivi nazionali e della NATO (scheda 38- bis/2020). “E’ autorizzato l’impiego di un dispositivo aeronavale per attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nel Golfo di Guinea per fronteggiare le esigenze di prevenzione e contrasto della pirateria e delle rapine a mano armata in mare”, riporta il dispositivo. “Esso ha l’obiettivo di assicurare la tutela degli interessi strategici nazionali nell’area, con particolare riferimento alle acque prospicienti la Nigeria. In particolare è previsto lo svolgimento dei seguenti compiti: proteggere gli asset estrattivi dell’ENI presenti in Nigeria e in Ghana; supportare il naviglio mercantile nazionale in transito nell’area; rafforzare la cooperazione, il coordinamento e l’interoperabilità con la Nigeria e gli altri Stati rivieraschi; garantire una presenza e sorveglianza non continuativa, con compiti di Naval Diplomacy”. Niente giri di parole e nessuna ipocrisia, dunque. Si va nelle acque dell’Africa occidentale per il petrolio, il gas e per gli interessi degli armatori, non c’è peace keeping o esportazione di democrazia, almeno stavolta. Per l’Operazione Gabinia c’è stato l’ok per schierare sino a 400 militari, due mezzi navali e due aerei. La tranche di spesa autorizzata per i primi quattro mesi di missione è pari a 9.810.838 euro. (2)

“Il Golfo di Guinea è da alcuni anni il punto focale della pirateria africana, che ha drasticamente aumentato i suoi attacchi alle imbarcazioni e agli equipaggi in transito”, riporta la scheda allegata al decreto autorizzativo. “Nel 2019 il numero di marinai presi in ostaggio al largo delle coste dell’Africa occidentale è aumentato di più del 50%. Secondo i dati resi noti dal Rapporto annuale sulla pirateria pubblicato dall’International Maritime Bureau, i membri degli equipaggi presi in ostaggio durante l’attraversamento del Golfo sono saliti da 78 nel 2018, a 121 nel 2019, una cifra che rappresenta più del 90% dei sequestri registrati in mare in tutto il mondo. Ciò ha seriamente compromesso il traffico commerciale internazionale e inflitto pesanti costi economici alla regione”. Sempre secondo l’IMB, sommando il valore dei riscatti, l’incremento dei premi assicurativi e i danni all’indotto commerciale a causa di ritardi, perdite e danneggiamenti, tra il 2018 e il 2020 la pirateria sarebbe costata ai Paesi del Golfo di Guinea una cifra che oscilla tra i 2 e i 3.5 miliardi di dollari. Continua in: http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2021/06/la-marina-italiana-e-nel-golfo-di.html

*Foto tratta pixnio.com, immagine originale e licenza

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