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Sinodo 1/. La sfida di una Chiesa sinodale: fra reale cambiamento e politica degli annunci

Sinodo 1/. La sfida di una Chiesa sinodale: fra reale cambiamento e politica degli annunci

Tratto da: Adista Notizie n° 38 del 11/11/2023

41635 CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Il sinodo si è chiuso, il 29 ottobre, con una relazione conclusiva che, come era prevedibile, lascia dietro di sé scie di delusi e di entusiasti. Sia l’ala liberal che i conservatori rivendicano i risultati ottenuti, tutti concordano però che il metodo di una discussione più approfondita, costruita attraverso piccoli gruppi, sia stato una delle cose migliori dell’assise perché ha risparmiato ai partecipanti quel clima di contrapposizione che pure si era registrato nei sinodi sulla famiglia. Il primo round si è dunque concluso con un apprezzabile dialogo a tutto campo che ha prodotto un testo finale non certo aperto a cambiamenti clamorosi, nel quale tuttavia è possibile trovare la traccia di alcune istanze riformatrici. La seconda sessione, quella dell’ottobre 2024 che dovrà prendere qualche decisione più concreta, sarà inevitabilmente più combattuta e polemica. Di certo è possibile fare però fin d’ora una prima valutazione: la vera novità del sinodo è stata la partecipazione dei laici, uomini e soprattutto donne, alla discussione e al voto finale. Se questa novità verrà in qualche modo codificata e magari anche ampliata per il futuro, sarà un fatto tale da mutare progressivamente il volto della Chiesa cattolica. Il vero cuore dell’assise, infatti, è stato proprio quello della sinodalità, ovvero la pari dignità dei laici, dei presbiteri e dei religiosi.

Il sinodo cambia la Chiesa?

Il rischio, intravisto dai settori più conservatori, è quello di una Chiesa non più guidata dai vescovi. Il cardinale statunitense Robert McElroy, arcivescovo di San Diego, di orientamento riformatore, rispondeva così, intervistato dalla rivista dei gesuiti America, a questa obiezione: «Ci sono tre diverse risposte a questa domanda. Chi guida la Chiesa? Tutto il popolo di Dio che si riunisce. In secondo luogo, il collegio episcopale ha un ruolo particolare nella Chiesa; e in terzo luogo, il papa. E così tutti e tre sono presenti a questo incontro (il sinodo, ndr). Ma penso che i fondamenti teologici e canonici di questo tipo di assemblea dovrebbero essere ulteriormente sviluppati e arricchiti, perché non possiamo tornare indietro. Non penso che ci dovrebbe mai più essere un sinodo di vescovi che non includa i laici come membri votanti. Lo sviluppo teologico di cosa sia il rapporto tra primato, collegialità e sinodalità, nel senso della presenza di tutto il popolo di Dio, deve essere cristallizzato» in forme giuridiche.

Donne e collegialità

«Essere una delle prime donne ad avere il diritto di voto in un sinodo dei vescovi mi fa molto piacere e mi riempie di gratitudine», ha dichiarato Helena Jeppesen-Spuhler, svizzera, delegata laica per l‘Europa all’assemblea sinodale. «Molte persone in tutto il mondo, e in Svizzera – ha detto – hanno lavorato per decenni per rendere possibile una maggiore partecipazione ai processi decisionali della Chiesa. Ora abbiamo fatto un passo avanti». Helena Jeppesen, incontrando la stampa, è tornata anche sull’accento posto nella relazione di sintesi sulla «supervisione» nei confronti dei vescovi, che ora devono rendere conto non solo al Vaticano, ma anche alla comunità dei credenti. «Sono rimasta sorpresa da questo, ma credo che la pressione della crisi degli abusi sessuali abbia portato a tale salutare presa di coscienza». Per quanto riguarda il posto delle donne nella Chiesa, la delegata ha trovato la relazione meno «coraggiosa» rispetto alle discussioni dell’assemblea. Ma ci sono piste di riflessione e le porte sono aperte. Spetta alle Chiese locali lavorarci sopra, ha detto. Fra le proposte emerse e approvate si legge infatti: «Siano attivati, in forme giuridicamente da definire, strutture e processi di verifica regolare dell’operato del Vescovo, con riferimento allo stile della sua autorità, all’amministrazione economica dei beni della diocesi, al funzionamento degli organismi di partecipazione e alla tutela nei confronti di ogni tipo di abuso. La cultura del rendiconto è parte integrante di una Chiesa sinodale che promuove la corresponsabilità, oltre che un possibile presidio contro gli abusi». Su questa stessa lunghezza d’onda, si afferma anche: «Sulla base della comprensione del popolo di Dio quale soggetto attivo della missione di evangelizzazione, si codifichi l’obbligatorietà dei Consigli Pastorali nelle comunità cristiane e nelle Chiese locali. Insieme, si potenzino gli organismi di partecipazione, con un’adeguata presenza di laici e laiche, con l’attribuzione di funzioni di discernimento in vista di decisioni realmente apostoliche». Dunque si auspica e si promuove l’idea di un governo il più possibile collegiale della diocesi. In generale, è emersa la tensione, e anche però il bisogno di un dialogo, tra chi teme un allontanamento della tradizione, uno svilimento della natura gerarchica della Chiesa e la perdita di potere o, al contrario, un immobilismo e un mancato coraggio per il cambiamento. «Sinodale» e sinodalità» sono invece termini che «indicano un modo di essere Chiesa che articola comunione, missione e partecipazione». Dunque un modo di vivere la Chiesa, valorizzando le differenze e sviluppando il coinvolgimento attivo di tutti. A cominciare da presbiteri e vescovi: «Una Chiesa sinodale non può fare a meno delle loro voci», si legge. «Abbiamo bisogno di comprendere le ragioni della resistenza alla sinodalità da parte di alcuni di loro»; perché resistenze ci sono state.

Il modello tedesco

Il vescovo di Essen, Franz-Josef Overbeck, rappresentante al sinodo di quella Chiesa tedesca in cui è particolarmente acuta la richiesta di riforme radicali, ha sottolineato, parlando con Katholisch.de, portale di informazione sulla Chiesa cattolica in Germania, le differenze culturali e di sensibilità che esistono nel mondo cattolico su questioni come per esempio la presenza e il ruolo delle donne: «Quando parliamo del ruolo delle donne, dell'orientamento sessuale e della diversità o di questioni di potere, ciò si associa a risultati molto diversi a seconda della cultura, della storia e delle esperienze delle rispettive Chiese locali. La teologia ha a che fare con i modi di pensare e questi differiscono a seconda del luogo di provenienza. Ciò è diventato molto chiaro, ad esempio, nella domanda “Chi è un prete e come vive”?». «Nella nostra società tedesca – ha aggiunto Overbeck – la questione della parità di diritti tra donne e uomini è completamente diversa rispetto, ad esempio, a molte altre società del sud del mondo. Ciò non ha quasi bisogno di spiegazioni, ma deriva dai mondi in cui viviamo e siamo modellati. Ciò è particolarmente vero quando si riflette sulla vita con la Chiesa. Questo è esattamente ciò che abbiamo sperimentato molto chiaramente a Roma, e non era una novità per me, ma per tutti coloro che sono meno coinvolti di me nei contesti della Chiesa mondiale, è stato sorprendente». In quanto alle istanze riformatrici espresse dal cammino sinodale tedesco, «All'inizio ho notato un atteggiamento molto scettico – ha osservato il vescovo di Essen – da parte di molte persone. Alcuni erano davvero negativi. Ma ciò è cambiato nel tempo perché la comprensione dei temi è cresciuta alla luce della discussione pubblica durante la nostra assemblea sinodale. Credo che la partecipazione delle donne con diritto di voto e di consulenza abbia permesso di definire queste questioni in un modo completamente diverso».

Nel documento comunque si rinnova l’invito a un ascolto «autentico» nei confronti delle «persone che si sentono emarginate o escluse dalla Chiesa, a causa della loro situazione matrimoniale, identità e sessualità» e che «chiedono di essere ascoltate e accompagnate, e che la loro dignità sia difesa». Loro desiderio è di «tornare “a casa”», nella Chiesa, ed «essere ascoltate e rispettate, senza temere di sentirsi giudicate», si afferma nel documento, ribadendo che «i cristiani non possono mancare di rispetto per la dignità di nessuna persona». Tuttavia la relazione conclusiva evita accuratamente di citare le persone lgbtq, segnando così un rilevante passo indietro anche rispetto alle sintesi di diversi sinodi continentali. 

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