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Due canti, una sola coscienza.  Nogaro. Dal sagrato al cielo: quando la fede osa tutta la storia

Due canti, una sola coscienza. Nogaro. Dal sagrato al cielo: quando la fede osa tutta la storia

Prima «Bella ciao», sul sagrato, tra la gente. Poi il «Magnificat», che si alza come una preghiera antica e indomabile. Non uno contro l’altro. Non uno a correggere l’altro. In successione. Come una rivelazione progressiva. Fuori dalla Cattedrale di Caserta non si è consumato uno strappo, ma un attraversamento. Il sagrato è diventato confine e passaggio: luogo teologico prima ancora che simbolico. È lì che la fede ha smesso di parlare per categorie rassicuranti e ha lasciato parlare la carne della storia. «Bella ciao» è esplosa dal basso, senza regia, senza mandato. È il canto di chi si sveglia e vede. Non spiega, non argomenta: constata. Dice che esiste un «invasore», cioè qualcosa che ruba umanità, dignità, futuro. Ogni epoca ha il suo. È il canto di una coscienza che non accetta di addormentarsi mentre il mondo brucia. È ruvido, diretto, non liturgico. È la voce del popolo quando riconosce una vita che non ha mai patteggiato con l’ingiustizia.

Poi, senza soluzione di continuità, si leva il «Magnificat». Non per neutralizzare, non per «rimettere ordine». Ma per portare a compimento. Perché il «Magnificat» non è il canto dei devoti, è il canto dei sovvertimenti: potenti rovesciati, affamati colmati, ricchi rimandati a mani vuote. È il testo più incendiario del cristianesimo, pronunciato da una donna senza potere, senza armi, senza protezioni. È «Bella ciao» portato alla sua radice ultima: Dio che prende parte. Qui sta la ricchezza che spiazza.

Il primo canto nasce dalla storia ferita. Il secondo nasce dalla fede che legge quella ferita e la giudica.

Uno grida dalla terra.

L’altro risponde dal cielo.

E insieme dicono la stessa cosa: la neutralità non è cristiana. Dentro questa sequenza si comprende Raffaele Nogaro. Non come icona pacificata, ma come biografia attraversata. Una vita che non ha separato il Vangelo dalla città, l’altare dalla strada, la preghiera dalla giustizia. Per questo il popolo ha trovato prima un canto di resistenza e subito dopo un canto biblico: perché quella vita stava esattamente in mezzo, senza fratture. Non c’è nulla da condannare. C’è molto da comprendere. Sul sagrato, la Chiesa ha parlato con due lingue diverse e un solo cuore. Come nei profeti. Come in Turoldo. Come nello stile di chi sa che il Vangelo non è mai neutro, ma sempre incarnato, sempre esposto, sempre rischioso.

Prima il grido.

Poi il canto.

E in mezzo, una vita che continua a giudicare la nostra.

Questo è ciò che è accaduto.

E lascia senza fiato perché non chiede commenti: chiede conversione.

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Testo pubblicato il 10.1.2026 nella pagina Facebook dell’autore

*Immagine ritagliata da Youtube. Link originale: https://www.youtube.com/watch?v=sR1GIXrs_xI

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