Crollo degli Aiuti Pubblici allo Sviluppo: il nuovo ordine mondiale sacrifica i più poveri del pianeta
Nel 2025 i fondi pubblici destinati allo sviluppo (ACS), erogati dagli Stati membri del Comitato di Aiuto allo Sviluppo (Development Assistance Committee-DAC) dell'OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), sono crollati a 174,3 miliardi di dollari segnando un drastico e inquietante -23,1%. Tanto che la community italiana della Cooperazione Internazionale e della Sostenibilità, “Info Cooperazione” (info-cooperazione.it), che il 10 aprile dà notizia dei dati preliminari dell’OCSE-DAC, parla del 2025 come dell'«anno zero degli aiuti allo sviluppo»: «È il calo annuale più drastico mai registrato da quando esiste questa misurazione, e arriva dopo una già preoccupante contrazione del 6,1% nel 2024. In termini reali, gli aiuti del 2025 risultano del 4,2% inferiori a quelli del 2019, cancellando in ventiquattro mesi i progressi accumulati in cinque anni».
I dati fotografano il catastrofico tracollo degli APS, scenario purtroppo attesa da quando Donald Trump – insieme all’allora direttore del Doge (Department of Government Efficiency) Elon Musk – aveva annunciato, sotto lo slogan sovranista “America First”, lo smantellamento dell’agenzia Usa per lo sviluppo internazionale (UsAid), fondata nel 1961 da John Fitzgerald Kennedy come strumento di soft power globale (v. Adista online).
La contrazione dei fondi USA è determinante per comprendere lo scenario attuale: nel 2025 si registra il taglio draconiano del 56.9% degli aiuti USA, fino alla rilevazione precedente il principale donatore globale. Oggi gli States scivolano al secondo posto dopo la Germania, seguiti dagli altri principali donatori (UK, Giappone e Francia).
Spiega Info Cooperazione che «l'effetto più dirompente si è scaricato sul sistema multilaterale: i contributi americani alle Nazioni Unite sono precipitati dell'87,2%, il calo più grande mai registrato ai finanziamenti dell'ONU. Un segnale che va ben oltre i numeri: è la rottura unilaterale di decenni di architettura della cooperazione globale».
Pagano un prezzo altissimo soprattutto i Paesi più poveri del pianeta, in particolare quelli africani subsahariani, che dipendono fortemente dagli APS e non hanno strumenti per far fronte a tagli tanto importanti.
L’analisi racconta più alcune contraddizioni del sistema. Nel quadro dei tagli complessivi, colpisce la smisurata crescita degli aiuti a Kiev sotto aggressione russa: «l'Ucraina da sola ha ricevuto più risorse di tutti i Paesi meno sviluppati del mondo messi insieme (28,1 miliardi) e più dell'intera Africa subsahariana (29,2 miliardi). Non si tratta di mettere in discussione il sostegno a Kiev, legittimo e necessario di fronte a un'aggressione militare. Si tratta di prendere atto che il sistema degli aiuti globali si è riconfigurato intorno a una logica geopolitica che lascia indietro i Paesi più poveri e più fragili, senza che questa scelta sia stata discussa apertamente né accompagnata da risorse aggiuntive».
C’è poi un «confronto che brucia» e che spiega bene la direzione politica imboccata in questi anni: quello tra APS e spesa militare, quello in buona sostanza tra spesa per lo sviluppo (che fatica a raggiungere l’impegno dello 0,7% di PIL) e investimento per la guerra (che sembra invece potenzialmente illimitato). Spiega infatti Info Cooperazione che «i 32 Paesi della NATO hanno speso nel 2025 circa 1.400 miliardi di dollari per la difesa, mentre i fondi globali per gli aiuti si sono attestati tra i 170 e i 190 miliardi».
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