Nessun articolo nel carrello

Raffaele Nogaro, un profeta fra noi

Raffaele Nogaro, un profeta fra noi

CASERTA-ADISTA. Benché nemo propheta in patria (né d'origine né acquisita), «ascoltino o non ascoltino – perché sono una genìa di ribelli – sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro» (Ezechiele 2, 5)

Così dal giorno della sua morte, lo scorso 6 gennaio, padre Raffaele Nogaro continua a varcare nell'eternità la soglia di quella “porta della speranza” sempre aperta nel “già e non ancora” della sua vita terrena, che ha inizio e fine nel tempo di Natale (infatti è nato il 31 dicembre 1933), quando la Chiesa celebra con maggior vigore il mistero di quel Dio che prende carne umana e abita nella storia dell'umanità.

Proprio il 6 gennaio, papa Leone XIV, chiudendo l'ultima porta santa, a conclusione del Giubileo della Speranza, ha affermato: «Celebriamo oggi l’Epifania del Signore, consapevoli che in sua presenza nulla rimane come prima. Questo è l’inizio della speranza. Dio si rivela e nulla può restare fermo. Finisce un certo tipo di tranquillità, quella che fa ripetere ai malinconici: “Non c’è niente di nuovo sotto il sole” (Qoèlet 1,9). Inizia qualcosa da cui dipendono il presente e il futuro». Nell'esistenza di Nogaro la fede e la familiarità con la Parola di Dio e con la sua presenza reale nell'Eucarestia e nei fratelli sono state il motore di tutto, dei pensieri e delle azioni e certamente quella continua vitalità innovatrice, quella continua luce di speranza, nei suoi occhi, nelle sue parole, nei suoi scritti e nei suoi gesti oggi lasciano spazio a una mancanza.

Cristianamente la morte non ha l'ultima parola, però quella relazione attraverso i sensi (che poi è la più abituale) quando dura nel tempo e soprattutto quando è di qualità altissima (come lo è stata per chi ha conosciuto e frequentato padre Raffaele) viene meno, lascia un vuoto incolmabile. Anche Gesù stesso, alla morte dell'amico Lazzaro, umanamente e teneramente, pianse. I semi gettati da padre Raffaele però restano, il bene seminato, i gesti concreti. Tutto l'amore resta. Non gridiamo “santo subito”. Perché lui è già santo, lo è stato nella “radicale mitezza” di tutti i suoi 92 anni.

Padre Raffaele Nogaro, grande uomo e grande vescovo, ha vissuto il suo ministero con una fedeltà evangelica limpida e concreta, scegliendo di stare dalla parte della legalità, dei poveri e degli ultimi. Il suo stile pastorale è stato quello di chi tende la mano non per farsi baciare l’anello, ma per aiutare, per sollevare, per rimettere in piedi.

La grande stima che oggi gli viene espressa invita però anche a una riflessione più profonda: perché una testimonianza così evangelica suscita un consenso così ampio soprattutto nel momento del commiato? Forse perché la sua vita ci restituisce l’immagine di una Chiesa chiamata continuamente a rinnovarsi, a non adagiarsi, a camminare con maggiore decisione accanto agli ultimi. Colpisce come la fedeltà radicale al Vangelo, nella vicenda di Nogaro, venga spesso percepita come un tratto non ordinario. È un dato che interpella la comunità ecclesiale nel suo insieme. Il rischio, infatti, è che il riconoscimento pubblico si esaurisca nel momento celebrativo, senza tradursi in un’assunzione concreta del messaggio e dello stile che quella vita ha testimoniato. In molti aspetti del suo ministero, padre Raffaele ha anticipato con i fatti ciò che il magistero di papa Francesco avrebbe poi espresso con chiarezza: una Chiesa povera per i poveri, libera da logiche di potere, capace di farsi prossima, di uscire, di sporcarsi le mani. Senza proclami né etichette. Nogaro ha semplicemente vissuto il Vangelo, mostrando che ciò che oggi viene indicato come riforma è, in realtà, ritorno alle origini. Effettivamente ieri e oggi padre Raffaele è stato identificato e catalogato sulle maggiori testate nazionali come prete antimafia o anticamorra, come prete pacifista, come prete dei poveri, come amico degli stranieri e tanti altri appellativi che ingabbiano, non perché non siano veri in riferimento a Nogaro, ma perché ciò che mettono in luce della sua vita tradisce automaticamente ciò che non è ordinario, ciò che troppe volte non fa un vescovo, un prete, un cristiano di default e che proprio per questo fa notizia. Come avviene comunemente nella vita dei grandi santi, perseguitati in vita ed esaltati in morte, sovente proprio da quegli stessi persecutori che segretamente impallidiscono davanti alla loro testimonianza di vita.

Inconsapevolmente profetiche ancora le parole di papa Leone XIV che proprio il giorno della morte di padre Raffaele sembrano parlare di lui, della sua vita: «Amare la pace, cercare la pace, significa proteggere ciò che è santo e proprio per questo è nascente: piccolo, delicato, fragile come un bambino. Attorno a noi, un’economia distorta prova a trarre da tutto profitto. Lo vediamo: il mercato trasforma in affari anche la sete umana di cercare, di viaggiare, di ricominciare. Chiediamoci: ci ha educato il Giubileo a fuggire quel tipo di efficienza che riduce ogni cosa a prodotto e l’essere umano a consumatore? Dopo quest’anno, saremo più capaci di riconoscere nel visitatore un pellegrino, nello sconosciuto un cercatore, nel lontano un vicino, nel diverso un compagno di viaggio? Il modo in cui Gesù ha incontrato tutti e da tutti si è lasciato avvicinare ci insegna a stimare il segreto dei cuori che Lui solo sa leggere. Con lui impariamo a cogliere i segni dei tempi (cfr. Gaudium et spes, 4). Nessuno può venderci questo. Il Bambino che i Magi adorano è un Bene senza prezzo e senza misura. È l’Epifania della gratuità. Non ci attende nelle “location” prestigiose, ma nelle realtà umili. “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda” (Matteo 2, 6). Quante città, quante comunità hanno bisogno di sentirsi dire: “Non sei davvero l’ultima”. Sì, il Signore ci sorprende ancora! Si fa trovare. Le sue vie non sono le nostre vie, e i violenti non riescono a dominarle, né i poteri del mondo possono bloccarle. Di qui la gioia grandissima dei Magi che si lasciano alle spalle la reggia e il tempio ed escono verso Betlemme: è allora che rivedono la stella!».

Padre Raffaele non ha mai agito per profitto umano, è la sua stessa vita che parla. Proprio nell'aver riconosciuto “nel visitatore un pellegrino, nello sconosciuto un cercatore, nel lontano un vicino, nel diverso un compagno di viaggio” è stato attaccato, punito, deriso, umiliato. Padre Raffaele certamente non è stato un “vescovo a caccia di location prestigiose”, ma è riuscito sempre a scorgere la stella nei luoghi più dimenticati, meno notati, ma pulsanti di umanità assetata. Papa Benedetto XVI sosteneva che il Regno di Dio «non è un aldilà immaginario, posto in un futuro che non arriva mai; il suo Regno è presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge» (Spe Salvi, 31). Alla presenza di quelle ingiustizie caratteristiche di quella che papa Francesco definiva “cultura dello scarto”, lì Nogaro era sì in prima linea, con le maniche rimboccate, con coraggio e senza timore. Uomo abilissimo nel “cogliere i “segni dei tempi”.

Leggiamo su Adista Notizie (n. 2/26): «Ha portato avanti un ministero episcopale profondamente evangelico e fino alla fine dei propri giorni ha condotto battaglie contro la corruzione politico-affaristica, la camorra e il militarismo, per la pace, per i diritti dei migranti e delle donne vittime di tratta per sfruttamento sessuale, per l’ambiente [...]. Saldamente ancorato al Vangelo, il ministero episcopale di Nogaro non è spiritualistico e disincarnato ma centrato sui problemi e sui bisogni concreti delle persone e degli ultimi: denuncia a più riprese la malasanità, l’illegalità e la corruzione, mette sotto accusa l’abusivismo e la speculazione edilizia, è in prima linea nella difesa dell’ambiente, contro le cave e le discariche che assediano Caserta […]. E ovviamente è schierato frontalmente contro la camorra, che nel 1994 uccide il parroco di Casal di Principe don Peppe Diana. […] La pace e l’antimilitarismo sono gli altri punti fermi dell’episcopato di Nogaro».

Emblematico in tal senso il suo intervento dopo la strage dei militari italiani a Nassiriya, in Iraq, quando dissociandosi dalla retorica collettiva avverte: «Bisogna fare attenzione a non esaltare il culto dei martiri e degli eroi della patria, strumentalizzando la morte di questi nostri giovani per legittimare guerre ingiuste». Questo è solo un piccolo esempio ma rende l'idea di un uomo che non ha predicato la pace con parole vuote, ma ha smascherato guerrafondai travestiti da pacifisti, in comunione d'intenti con altri grandi uomini del nostro tempo come don Tonino Bello (spesso ridotto ingiustamente a semplice poeta e privato di tutto il suo spessore e la sua concretezza) e come padre Alex Zanotelli, con cui ha condiviso iniziative fino ai nostri giorni. Una tra le tante testimonianze del suo impegno e coerenza e della sua costanza e perseveranza fino alla fine, anche quando le precarie condizioni di salute e l'età avanzata glielo avrebbero impedito, è la lettera rivolta al presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinal Matteo Zuppi, e a tutti i vescovi italiani, in cui scrive: «L’unica rivoluzione valorosa e oggi indispensabile è la rivoluzione della Pace» (v. Adista Segni Nuovi n. 34/24).

Tornando all'omelia di papa Leone del 6 gennaio: «Ci interroga con particolare serietà, al termine dell’anno giubilare, la ricerca spirituale dei nostri contemporanei, – dice il papa – molto più ricca di quanto forse possiamo comprendere. Milioni di loro hanno varcato la soglia della Chiesa. Che cosa hanno trovato? Quali cuori, quale attenzione, quale corrispondenza? [...] Luoghi santi come le Cattedrali, le Basiliche, i Santuari, divenuti meta di pellegrinaggio giubilare, devono diffondere il profumo della vita, l’impressione incancellabile che un altro mondo è iniziato. Chiediamoci: c’è vita nella nostra Chiesa? C’è spazio per ciò che nasce? Amiamo e annunciamo un Dio che rimette in cammino?».

Ebbene, il pensiero va ancora a padre Raffaele. Chi ha varcato la soglia delle “sue chiese” ha trovato ascolto, accoglienza, vita, spazio, speranza nella possibilità di un mondo nuovo e diverso già iniziato. Sin da quando era ancora un giovane prete appena quarantenne che, alla morte improvvisa del parroco del Duomo di Udine, fu chiamato a sostituirlo e svolse «una attività pastorale intensissima, soprattutto a favore dei poveri e senza tetto che consideravano il Duomo come loro casa e riferimento. Inoltre istituì un consiglio di amministrazione della parrocchia formato da laici competentissimi in materia economica che si impegnavano a mettere i beni della parrocchia a servizio della parrocchia stessa e delle emergenze» (Sergio Tanzarella, «Raffaele Nogaro per una ecclesiologia che rinuncia al potere» in Raffaele Nogaro. 90 anni di radicale mitezza, a cura di Sergio Tanzarella, Il Pozzo di Giacobbe 2024). Il parroco che tutti desidererebbero, si potrebbe pensare, ma i benpensanti dell'epoca e soprattutto il suo vescovo di allora, Alfredo Battisti, non erano così felici di questo giovane prete che evidentemente vivendo il Vangelo in maniera così radicale e concreta e non solo a parole, ne faceva sfigurare altri, forse più clericali, più aderenti al cliché, ma meno disponibili a “sporcarsi le mani” e a «essere pastori con l'odore delle pecore», come dirà papa Francesco 40 anni dopo (omelia Messa del Crisma, 28 marzo 2013). Tanto che, scrive ancora Tanzarella, «il vescovo Battisti cerca di liberarsi di Nogaro. Battisti è amico del cardinal Sebastiano Baggio prefetto della Congregazione dei vescovi e così fa pressioni a Roma perché venga fatto vescovo, possibilmente lontano dal Friuli. La congregazione sceglierà per Nogaro la lontanissima e a lui sconosciuta diocesi di Sessa Aurunca». Da qui in poi inizierà quella parte di storia di padre Raffaele forse più nota.

Ancora papa Leone il 6 gennaio sostiene: «La gioia del Vangelo, invece, libera: rende prudenti, sì, ma anche audaci, attenti e creativi; suggerisce vie diverse da quelle già percorse. […] Dio ha sogni che ispira anche oggi ai suoi profeti; è determinato a riscattarci da antiche e nuove schiavitù; coinvolge giovani e anziani, poveri e ricchi, uomini e donne, santi e peccatori nelle sue opere di misericordia, nelle meraviglie della sua giustizia. Non fa rumore, ma il suo Regno germoglia già ovunque nel mondo. Quante epifanie ci sono donate o stanno per esserci donate!».

Ecco, Raffaele Nogaro è stato tutto questo e molto di più, realmente un dono immenso.

* Pubblicato anche su https://www.craterenews.it/

 

Foto dalla pagina Facebook Raffaele Nogaro

Adista rende disponibile per tutti i suoi lettori l'articolo del sito che hai appena letto.

Adista è una piccola coop. di giornalisti che dal 1967 vive solo del sostegno di chi la legge e ne apprezza la libertà da ogni potere - ecclesiastico, politico o economico-finanziario - e l'autonomia informativa.
Un contributo, anche solo di un euro, può aiutare a mantenere viva questa originale e pressoché unica finestra di informazione, dialogo, democrazia, partecipazione.
Puoi pagare con paypal o carta di credito, in modo rapido e facilissimo. Basta cliccare qui!

Condividi questo articolo:
  • Chi Siamo

    Adista è un settimanale di informazione indipendente su mondo cattolico e realtà religioso. Ogni settimana pubblica due fascicoli: uno di notizie ed un secondo di documentazione che si alterna ad uno di approfondimento e di riflessione. All'offerta cartacea è affiancato un servizio di informazione quotidiana con il sito Adista.it.

    leggi tutto...

  • Contattaci

  • Seguici

  • Sito conforme a WCAG 2.0 livello A

    Level A conformance,
			     W3C WAI Web Content Accessibility Guidelines 2.0

Sostieni la libertà di stampa, sostieni Adista!

In questo mondo segnato da crisi, guerre e ingiustizie, c’è sempre più bisogno di un’informazione libera, affidabile e indipendente. Soprattutto nel panorama mediatico italiano, per lo più compiacente con i poteri civili ed ecclesiastici, tanto che il nostro Paese è scivolato quest’anno al 46° posto (ultimo in Europa Occidentale) della classifica di Reporter Senza Frontiere sulla libertà di stampa.