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LA COSA PUBBLICA COME COSA PRIVATA, IL MALINTESO MORALE DEI POLITICI CATTOLICI

Tratto da: Adista Documenti n° 26 del 01/04/2006

DOC-1722. ROMA-ADISTA. La ragione decisiva dell'esistenza della mafia è nella politica. La mafia abita nel salotto buono della politica. Ma anche della Chiesa. I politici in odore di mafia sono cattolici e si autoassolvono: la loro coscienza non riconosce il peccato pubblico verso la città e la loro Chiesa li conforta rimuovendo di fatto il fenomeno mafioso dalla sua riflessione. Pone così la questione cattolica p. Nino Fasullo, redentorista, direttore della rivista Segno e animatore culturale della sua città, Palermo, in particolare attraverso l'annuale Settimana Alfonsiana. Di seguito il suo intervento (i titoli di questo e dei successivi interventi sono redazionali).

RELAZIONE DI NINO FASULLO

Nella politica la forza della mafia

Può essere utile, a mo' di premessa, richiamare il significato del termine mafia, per una più esatta valutazione del fenomeno e delle scelte che devono accompagnarla. Mafia vuol dire criminalità organizzata che fruisce di un particolare rapporto di scambio col potere pubblico e legale. Fenomeni di criminalità esi-stono in tutte le parti del mondo. In Sicilia, a partire dagli anni '60 del secolo XIX, ovvero dall'Unità d'Ita-lia, ne nasce uno - la mafia - caratterizzato da un in-timo legame di mutuo sostegno con rappresentanti delle istituzioni: membri del Parlamento, uomini po-litici, componenti delle forze dell'ordine. Pertanto, sono parte integrante del fenomeno mafioso esponenti delle classi sociali superiori, ovvero della aristocrazia fondiaria, imprenditoriale, culturale, professionale e della nobiltà. Per cui la mafia, metaforicamente, può essere rappresenta dal palazzo. Come il palazzo è formato da piani bassi, medi, alti, altissimi, così la mafia è multistratificata, quindi socialmente e cultural-mente complessa. La struttura mafiosa è, pertanto, piramidale: c'è chi decide e comanda, e chi invece media, esegue, copre, depista, disinforma. Ognuno svolge un compito, collaborando dall'interno e dall'esterno per il buon funzionamento dell'associazione. Molto spazio è tenuto dalla manovalanza. Il tratto distintivo della mafia, pertanto, non è la criminalità, più o meno occasionale, ma l'organizzazione: criminalità di asso-ciati. Particolare attenzione deve essere prestata agli strati superiori del fenomeno. Spesso la parola mafia viene associata a "criminalità dei poveri", alla gente del popolo o, al massimo, della classe media. È un errore. La spina dorsale della mafia è costituita dagli uomini e dalle donne dei salotti buoni, cioè da coloro che contano socialmente. Contano perché hanno denaro, relazioni, forza decisionale, soprattutto sul piano politico. La ragione decisiva dell'esistenza del fenomeno mafioso è infatti nella politica. Esistesse una traspa-rente, riconoscibile, ininterrotta iniziativa politica di contrasto alla mafia, l'esistenza del fenomeno avrebbe i "giorni contati".

Se questa è la mafia, non è difficile immaginare quali conseguenze chiare e coerenti si dovrebbero trarre. Specie dal punto di vista cristiano. A questo proposito voglio riportare quanto affermato a Palermo, nel febbraio del 1983, da Enrico Chiavacci, noto e autorevole teologo italiano, in una conferenza organiz-zata dai padri redentoristi siciliani in occasione dei 250 anni del loro istituto. "Si combatta - disse Chiavacci - con ogni accanimento contro ogni lista o candidatura singola, politica o amministrativa, che si sappia appog-giata, o anche solo vagamente favorita, da gruppi o ambienti in qualche modo legati alla mafia. Il sospetto di mafia, o di collusione con la mafia, dovrebbe essere la fine di un politico o di un amministratore. Per un cristiano dovrebbe essere un discorso chiuso. Non c'è bisogno di prove in senso giuridico: le prove servono per condannare. Qui si tratta del giudizio sul curatore del bene della polis. Il sospetto deve bastare".

A leggere queste parole dopo 23 anni, vengono i brividi, tanta è la distanza etica che ci separa da esse. Permangono, infatti, non solo in Sicilia, difficoltà notevoli a costruire forme di vita democratica libere dalla mafia.

Il ritardo della Chiesa

Una di queste difficoltà è dovuta proprio alla lentezza, o al ritardo, della Chiesa. Sono passati molti anni - inizi degli anni ‘80 - da quando si ebbe la "mattanza" palermitana. Quanti morti, quanti funerali! Poi si è saputo di complicità, connivenze, affari, tutti sotto il segno della criminalità organizzata. Ma non si è visto pressoché nessuno: non una parrocchia, non una comunità, che da allora abbia avviato una riflessione seria e pubblica sul fenomeno mafioso; che abbia guardato dentro i 150 anni circa della storia mafiosa. Bisogna entrare nelle viscere della società siciliana, discutere in pubblico, per avviare una qualche forma di coinvolgimento e di responsabilità sul piano etico.

E dire che le spinte non sono mancate. A parte il fatto che i morti - quanti morti! - avrebbero dovuto da soli indurre a fare diventare chiaro a tutti da che parte stare, da quale lato devono mettersi la Chiesa e i cri-stiani. Invece, una certa inerzia, un certo immobilismo caratterizza la Chiesa siciliana considerata nel suo in-sieme.

Non è senza significato il fatto che, storicamente, l'impulso a reagire alla mafia sia arrivato da due sommi pontefici: Paolo VI e Giovanni Paolo II, tutti e due non siciliani, tutti e due esterni e molto lontani dal fenomeno mafioso.

Il primo impulso arrivò nel 1963. Il 30 di giugno di quell'anno, a Palermo c'era stata la strage mafiosa di Ciaculli, borgata palermitana, in cui persero la vita sette uomini delle forze dell'ordine; nello stesso giorno altri due uomini furono uccisi a Villabate, periferia di Palermo. Sette più due: in un solo giorno nove morti. Una settimana dopo, il 7 luglio, il pastore valdese Pietro Valdo Panascia fece affiggere sui muri della città un manifesto in cui condannava la violenza mafiosa e chiamava i cristiani a schierarsi e mobilitarsi. Si diceva stupito che di fronte alla morte di tante persone i cristiani potessero rimanere muti e inerti.

Un mese dopo l'uscita del manifesto del pastore, Paolo VI, da poco nuovo pontefice, fece scrivere dal suo segretario di Stato una lettera all'arcivescovo di Palermo. In essa veniva citata l'iniziativa del pastore Panascia e si chiedeva perché la Chiesa palermitana non prendesse iniziative, non facesse un gesto pubbli-co per dissociare la Chiesa dal fenomeno mafioso e avviare una riflessione. La strage, tra l'altro, aveva avuto risonanza enorme in Italia e all'estero, e tutti, non senza ragione, parlavano male della Sicilia. Ma l'arcivescovo, risentito, rispose al Papa che la Chiesa palermitana non aveva nulla da rimproverarsi; che non si sentiva chiamata in causa perché a posto con la coscienza; che faceva intero e bene il proprio dovere intraprendendo molte opere di carattere sociale; che soprattutto non aveva nulla da imparare dai pastori protestanti. L'anno successivo, in occasione della Pa-squa del 1964, l'arcivescovo scriverà la nota lettera pastorale, intitolata Il vero volto della Sicilia, in cui affermava che la mafia esisteva, sì, ma si trattava solo di delin-quenza comune dovuta a "giovinastri disoccupati" (così nella lettera a Paolo VI dell'agosto 1963). Il pre-lato metteva così la mafia a carico dei poveri, solle-vando "il salotto buono" da ogni sospetto, da ogni e qualsiasi responsabilità.

L'altra spinta arrivò nel 1993 da Giovanni Paolo II, quando nella Valle dei Templi alzò la voce gridando ai mafiosi: "Convertitevi, abbandonate la via del sangue e della violenza, verrà il giudizio di Dio cui non potrete sottrarvi". Purtroppo, dopo quel grido, dopo quelle parole del papa la Chiesa, presa nel suo insieme, ha fat-to seguire poco. Va ricordato un documento dei ve-scovi siciliani sulla evangelizzazione nel quale un im-portante capitolo è dedicato al fenomeno mafioso. Fi-nalmente, una pagina molto severa. Ma quanti la cono-scono, quanti ha coinvolto, quale risposta ha avuto nella Chiesa, chi l'ha discussa al suo interno?

Il fenomeno mafioso, purtroppo, in pratica viene rimosso, forse rinviato, oppure aggirato o annacquato, al punto che ne vengono date spiegazioni piuttosto curiose di tipo metafisico-religioso. Seppure nessuno ormai ne neghi l'esistenza, spesso viene ricondotto sotto la categoria di peccato, non cogliendone la specifica gravità storica. Alcuni trovano la sua genesi nel primo libro della Bibbia: nei primi dodici capitoli del Genesi! Ogni uomo - si afferma - se guarda dentro di sé può trovarvi nascosto un piccolo mafioso. Infine, siamo tutti peccatori, perché prendersela tanto con i mafiosi? Si mediti piuttosto sulla storia di Caino e Abele e si capirà che cosa è mafia.

La sostanza di questi discorsi, peraltro, è presente in una indagine su cosa pensano della mafia i preti della provincia di Palermo (cfr. Segno 267-268/2005). Emer-ge che parte del clero ha compreso poco del fenome-no. Certo, la realtà ecclesiale è variegata, complessa, non priva di contraddizioni che la riflessione e il tempo potranno comporre per una testimonianza più coeren-te e credibile. Ma con le difficoltà bisogna misurarsi. Una di esse riguarda i rapporti con l'ambiente mafioso. La Chiesa corre il rischio, per qualche verso, di ridursi da luogo di conversione e di assunzione di responsabi-lità a luogo di comprensione e tolleranza nei confronti dei comportamenti mafiosi. Può giocare un ruolo de-responsabilizzante anche la figura di Satana, quando viene presentata come il tentatore che spinge nella rete seduttrice di Cosa nostra. E giù esorcismi, benedizioni e preghiere, senza rendersi conto che il problema va affrontato con ben altri mezzi e scelte appropriate.

Cercare lucidità e coerenza in approcci come questi è difficile. Si stenta a comprendere perché alcuni preti trattino con garbo e riguardosa comprensione i mafiosi e/o i politici indagati e/o detenuti ("Ai carissimi fratelli che a causa delle indagini giudiziarie sull'intreccio mafia-politica, vivono la sofferenza dell'avviso di ga-ranzia o del carcere": così inizia la lettera di un prelato nel 2005) e non i pentiti, annessi tout court al fenomeno di un "pentitismo facile e delinquenziale" e beneficiari di un "sistema carcerario per oziosi", come ha affer-mato un altro prelato. Bisogna analizzare con atten-zione la cultura che sta alla base di posizioni come queste. Non è problematica e un po' pelosa una pastorale che mentre è comprensiva verso i mafiosi è severa e perfino sprezzante nei confronti dei pentiti?

La latitanza della coscienza politica

Ma c'è un altro punto su cui riflettere. È noto che alcuni - non pochi - uomini della politica e della pubblica amministrazione sono stati indagati e anche rinviati a giudizio dalla magistratura. Le imputazioni riguardano reati di mafia, ovvero reati gravissimi, specie se commessi da rappresentanti delle istituzioni. Di fronte a accuse di questo genere che cosa hanno fatto gli interessati? Si sono autoassolti, sono rimasti al loro posto, non si sono dimessi. Con quale motivazione? Il testimonio della propria coscienza personale. Nel Paese e in Sicilia è invalso questo strano tipo di ragio-namento: poiché la mia coscienza non mi rimprovera nulla ("so di avere agito correttamente"), non mi di-metto, non lascio il posto che occupo. Piena anarchia etica: altro che relativismo! Viene dimostrato che esiste una perfetta identità tra coscienza e poltrona pubblica. Alcuni aggiungono la variante "popolo": "mi ha eletto il popolo - dicono -, il popolo mi ha dato il posto, solo il popolo me lo può togliere". E c'è un piccolo partico-lare: i politici indagati e/o sotto processo per reati di mafia, che rifiutano di dimettersi, sono tutti cattolici. E non cattolici silenziosi e riservati, ma loquaci, che sbandierano il proprio cattolicesimo. Tanti di loro appartengono a movimenti spiritualistici molto dediti, però, agli affari materiali, specie nel settore pubblico. Forse ci troviamo di fronte a una nuova questione cattolica, questa volta squisitamente etica. Questi catto-lici considerano l'ufficio che occupano come proprietà privata. Non sembrano avere cognizione di cosa sia democrazia, istituzione, ente pubblico. Ma forse è vi-cino il tempo in cui qualche voce autorevole si solle-verà per dire "basta": chi vuole fare politica la faccia sotto la propria esclusiva responsabilità, senza coin-volgervi il cristianesimo e meno ancora la Chiesa.

Il ricorso alla coscienza individuale per motivare il rifiuto di dimettersi da un ufficio pubblico è etica-mente insostenibile. La carica pubblica - di sindaco, ministro, presidente, assessore, ecc. - non è proprietà privata di alcuno ma una funzione della città. Chi la occupa deve essere pronto a risponderne in qualsiasi momento a chi ne ha titolo, ossia la magistratura, che svolge il suo ufficio per conto della città, ovvero di tutti. Questo principio, peraltro, appartiene all'in-segnamento sociale della Chiesa, ed è eticamente vin-colante non solo per i cattolici. Nell'ufficio pubblico la coscienza personale ha scarsa pertinenza e peso. L'in-dagato o, peggio, chi è sotto processo non può de-tenere l'ufficio come un ostaggio. Infine, non si di-mette il colpevole, ma l'innocente, la persona moral-mente pulita.

La mancata distinzione tra coscienza individuale (inviolabile) e coscienza pubblica, politica, è una delle cause del degrado etico cui il Paese, e la regione sici-liana, sono pervenuti. Venirne a capo è estremamente arduo. Ci sono vizi - un impasto di interessi, affari, relazioni, ideologismi, prassi consolidate di illegalità - duri come rocce, difficile da spezzare e rimuovere, per creare un po' di ordine, legalità e libertà. La sfida, ov-viamente, va raccolta per vivere in una democrazia più autentica e credibile.

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