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CONGO AL BIVIO: DOPO 40 ANNI, LE PRIME ELEZIONI DEMOCRATICHE

Tratto da: Adista Notizie n° 57 del 29/07/2006

33509. BUKAVU-ADISTA. Salvo un nuovo rinvio – e sarebbe il settimo – il prossimo 30 luglio si andrà alle urne nella Repubblica Democratica del Congo: un avvenimento storico, le prime vere elezioni dopo oltre 40 anni di guerra civile e periodi di 'transizione', in cui hanno perso la vita oltre 4 milioni di persone. A dare una mano al nascente processo democratico nel grande Paese centro-africano ci saranno anche 63 volontari dei Beati Costruttori di Pace, invitati a prendere parte al monitoraggio delle operazioni di voto dalla società civile congolese, a coronamento di un impegno per la riconciliazione nato dal conflitto iniziato nel 2001.

Quella in Congo è da sempre una delle tragedie più 'invisibili' agli occhi dei media internazionali, malgrado il grande Paese centro-fricano sia il teatro della più massiccia operazione di peacekeeping dell'Onu.

Guerra senza fine

La guerra non ha dato tregua alla popolazione congolese praticamente dal giorno dell'indipendenza dalla potenza coloniale, il Belgio, arrivata nel 1960 con la nomina a primo ministro di Patrice Lumumba. La parabola di guerra civile, corruzione e interventi dietro le quinte degli ex-occupanti – così comune a tanti Stati africani – inizia subito, con una rivolta nella provincia del Katanga, ricca di giacimenti, sostenuta dagli interessi minerari degli ex-occupanti belgi. Da un conflitto in cui sempre più evidente risultava la longa manus di Stati Uniti e Unione Sovietica, impegnate per il predominio nel Continente africano, emerge nel 1965 l'uomo forte, Joseph Destre Mobutu, un ex colonnello. Al potere per oltre trent'anni, Mobutu ha sfruttato senza scrupoli la ricchezza del Paese, per stabilire nel Congo un regime a partito unico corrotto e senza alternativa. Alla fine, il dittatore fu costretto ad andarsene nel 1997 da una ribellione sostenuta da Rwanda e Burundi, sotto la guida del padre (Laurent Kabila) dell'attuale presidente, Joseph Kabila.

La pace fu breve: già nel 1998 scoppiava un nuovo conflitto, in seguito al tentativo di Kabila di sganciarsi dai suoi ex-alleati di etnia Tutsi. Questi, con l'aiuto del governo e dell'esercito ruandese, invasero il Congo da est mentre Kabila cercava aiuto dai vicini Zimbabwe e Angola. Quest'ultimo conflitto ha da solo provocato oltre tre milioni di morti, fino alla firma di un cessate il fuoco nel 1999 e all'invio, l'anno successivo, di una missione Onu. Dopo lunghe e laboriose trattative un accordo di condivisione dei poteri (power sharing) è stato raggiunto nel 2003, permettendo a Kabila, nominato presidente fino alle elezioni, di costruire un enorme – e costoso – apparato di potere forte di quattro vicepresidenti, 36 ministri e 620 deputati: una grande macchina in cui la corruzione può facilmente inserirsi e che spiega facilmente perché Kabila sia dato oggi per favorito alle elezioni.

Dopo l'insediamento del governo provvisorio, il passo successivo previsto dagli accordi di pace era la ratifica popolare della nuova Costituzione, avvenuta con un referendum nel dicembre 2005. In quell'occasione, oltre 25 milioni di congolesi si sono registrati per votare – oltre la metà donne: un successo considerevole in un Paese dove molte milizie non sono state ancora disarmate e rifiutano di integrarsi nel nuovo esercito nazionale e dove anni di guerra civile hanno distrutto ogni infrastruttura, tanto che in molte zone le schede e le urne elettorali devono essere distribuite in elicottero.

Il voto: occasione o pericolo?

"Sostituire la logica delle armi con quella delle urne può essere pericoloso: gli ex-combattenti possono semplicemente ritornare a sparare se non possono ottenere ciò che vogliono col voto". Così ha scritto un analista lo scorso aprile, sintetizzando bene quelle che sono paure e speranze alla vigilia del voto. Si tratta di un timore diffuso anche tra la popolazione. Ad alimentare i dubbi, anche il fatto che uno dei principali artefici del movimento democratico congolese, Etienne Tshisekedi, abbia deciso di boicottare le elezioni dopo la sua esclusione dalla corsa presidenziale. Un recente incontro dei suoi sostenitori nella capitale Kinshasa si è concluso con scontri tra i suoi e la polizia.

Un voto pregiudicato da corruzione e irregolarità potrebbe spegnere quella fiducia che si è creata nel Paese verso la possibilità di pace e democrazia. Il referendum che nel 2005 ha ratificato la nuova Costituzione è stato un successo, alimentando le speranze per una partecipazione la più ampia possibile al voto del 30 luglio: quasi il 90% dell'elettorato potenziale si è registrato al voto e quasi la metà dei votanti erano donne. Ma ci sono anche segnali positivi: la richiesta avanzata dagli osservatori che l'esercito sia costretto, salvo in caso di emergenza, a rimanere dentro le caserme durante le operazioni di voto è stata accolta dal governo di Kabila.

Una sfida enorme

Anche solo dal punto di vista tecnico, organizzare il voto in un paese come il Congo è una sfida proibitiva. Si tratta della più grande tornata elettorale organizzata con il sostegno della comunità internazionale, e l'Onu, davanti alle difficoltà di assicurare supervisione e controllo alle circa 53.000 urne, ha accolto a braccia aperte l'offerta dei Beati Costruttori di Pace - invitati dalla società civile congolese - a dare una mano con le operazioni di monitoraggio. È così che è partita l'iniziativa che porterà 63 volontari italiani nella regione del Kivu, una delle più turbolente del Paese, al confine con il Rwanda.

È arrivato anche il riconoscimento ufficiale, nella forma del sostegno assicurato alla missione da parte della viceministra degli Esteri Patrizia Sentinelli: gli osservatori italiani partiranno per il Congo su un aereo di Stato. (alessandro speciale)

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