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COSA APPARE E COSA È NASCOSTO AD APARECIDA

Tratto da: Adista Documenti n° 46 del 23/06/2007

Appena conclusa la V Conferenza generale dei vescovi cattolici dell’America Latina e dei Caraibi ad Aparecida do Norte (dal 13 al 31 maggio), e prima ancora di ricevere il documento ufficiale, diversi gruppi ecclesiali sono già impegnati a commentare il documento finale della Conferenza, nel tentativo di offrire un’interpretazione che alimenti una nuova tappa del loro cammino. Gli organismi legati alla pastorale popolare sono in cerca di un’interpretazione che, nel continente, favorisca il cammino dei popoli impoveriti e, nel mondo intero, una maggiore apertura della gerarchia cattolica nel dialogo con l’umanità. Per farlo in modo approfondito e anche onesto, è necessario discernere cosa c’è dietro alle parole e comprendere meglio la teologia patente, ma anche latente, nel testo e come ciò può influire sulla vita delle nostre Chiese.

1. Una conferenza specchio della realtà ecclesiale
Il documento della Conferenza di Aparecida esprime la teologia e il modo di comprendere la missione attualmente in vigore nella Chiesa cattolica. Nel 1968, il documento conclusivo di Medellín riuscì ad andare oltre la comprensione di molti vescovi e pure oltre l’esperienza quotidiana delle Chiese. Aprì dei cammini. Fu coraggioso e profetico. Nel 1979, il documento conclusivo di Puebla non riuscì ad andare oltre l’esperienza ecclesiale, ma espresse ancora il volto propriamente latinoamericano delle Chiese. Sulla linea del Concilio Vaticano II, per quanto “cum Petro et sub Petro”, come ai vescovi piace dire, la Chiesa latinoamericana era costituita da vere “Chiese locali” e non semplicemente da succursali della Curia romana. Ciò avveniva all’inizio del pontificato di Giovanni Paolo II. Ora, tanti anni dopo, Aparecida non poteva non riflettere la nuova realtà. Basti pensare che, nel 2005, più di cento cardinali, tra cui i latinoamericani, hanno ritenuto che il più adatto a condurre la Chiesa cattolica nella realtà del XXI secolo fosse il cardinal Ratzinger, l’attuale papa. Se riflettiamo su questo, concorderemo sul fatto che la conferenza dei vescovi ad Aparecida ha persino sorpreso positivamente. Senza dubbio, questa volta, il gruppo venuto da Roma ha tenuto un atteggiamento più discreto e meno aggressivo che a Santo Domingo. Questa volta, il clima generale della Conferenza pare sia stato meno teso e più fraterno. C’è chi dice che il documento rifletta le interpretazioni diverse e anche contrarie del mondo e della Chiesa esistenti nel seno dell’episcopato latinoamericano e caraibico. Di fatto, ad ogni pagina, troviamo alcune prospettive più aperte e altre meno. Tuttavia, queste discrepanze sono stati minori ad Aparecida che a Puebla. Attualmente, i vescovi che hanno optato per proseguire nel cammino proposto dal Concilio Vaticano II sono un’infima minoranza nell’insieme degli episcopati nazionali e più ancora tra i vescovi votati per la conferenza. I vescovi più aperti dovevano essere votati dai confratelli in ciascun Paese, dal momento che nessuno di loro sarebbe mai entrato nella lista dei vescovi nominati da Roma. I cardinali di Curia non pensano che sia una loro missione quella di assicurare che, in un’assemblea come questa, possano partecipare almeno alcuni vescovi legati a settori e organismi di pastorale popolare che proliferano per tutto il continente, rappresentando milioni di cattolici. Stando così le cose, all’interno del quadro monolitico che i vertici ecclesiastici tentano di costruire in una conferenza come questa, è sorprendente che vi siano alcuni accenni di apertura e di evoluzione. Persone presenti alla conferenza hanno testimoniato come il clima fosse positivo e come, con il passare dei giorni, i vescovi dei diversi Paesi approfondissero la loro conoscenza, in maniera che, alla fine, l’ambiente era realmente di fratellanza e autentica collaborazione.
Questa apertura si è registrata non soltanto nei rapporti tra i vescovi, ma anche in quelli verso altri segmenti ecclesiali. Così, alcuni teologi latinoamericani legati ai settori più popolari, come è il caso dei rappresentanti del gruppo Amerindia, sono stati all’ultimo accettati come collaboratori dei vescovi alla conferenza. La preoccupazione dei consiglieri più legati alle basi era che il documento potesse pronunciare una parola forte di incoraggiamento verso i diversi settori ecclesiali ed esprimere una parola profetica per tutto l’insieme dell’umanità al servizio della quale la Chiesa deve porsi. È un compito importante verificare fino a che punto ciò sia stato ottenuto.

2. L’altro lato della Conferenza di Aparecida
A partire da Medellín e anche da Puebla, le Conferenze dell’episcopato latinoamericano hanno affermato una tradizione di maggior peso rispetto a quella dei sinodi che hanno carattere solo consultivo. Per questo, già la realizzazione della V Conferenza è stata di per sé una vittoria per la Chiesa dell’America Latina e dei Caraibi, come pure è stata un’op-portunità rara per i vescovi di realtà locali tanto diverse potersi incontrare ed affermare un cammino comune. I settori più chiusi volevano che Aparecida si ponesse in continuità con Santo Domingo. I più aperti preferivano richiamarsi all’eredità di Medellín e Puebla, malgrado queste conferenze siano avvenute nel contesto di un mondo radicalmente differente.
Diversamente dalle Conferenze precedenti, questa si è svolta in un santuario popolare mariano di importanza nazionale. E gli organismi di pastorale hanno saputo trarre profitto da ciò. Durante la Conferenza si sono svolti eventi che a Santo Domingo sarebbero apparsi come iniziative parallele o clandestine. Ad Aparecida, invece, si sono ben inseriti nell’ambiente e hanno aiutato i vescovi a tenere davanti agli occhi aspetti del quotidiano delle loro Chiese. Così, per tutta una notte, si è svolto un pellegrinaggio popolare che ha mobilitato molti movimenti di pastorale. Il Consiglio nazionale dei laici ha organizzato un importante seminario di teologia. E durante tutto il tempo della Conferenza dei vescovi è rimasta aperta ad Aparecida una Tenda dei Martiri che ha accolto centinaia di pellegrini, promosso incontri su diversi temi e celebrato quotidianamente la lode a Dio, come è costume delle Comunità di base.
Da tempo questi settori della pastorale popolare si mobilitavano e riflettevano sulla Conferenza di Aparecida. Tramite gli episcopati nazionali, molti organismi di pastorale avevano dato il loro contributo per la Conferenza. A Santo Domingo queste collaborazioni provenienti dalla base della Chiesa erano state praticamente ignorate dagli autori del documento. Alcune di esse si sono salvate solo grazie al lavoro paziente e ostinato del compianto dom Luciano Mendes de Almeida, che tanto ci manca. Nel testo di Aparecida, invece, si intravede qui e lì il segno del tentativo delle pastorali sociali di farsi presenti e di influire sul documento. Bisogna vedere se questi riferimenti si tradurranno in una linea di azione pastorale rivolta ai problemi del popolo o se serviranno solo da abbellimento, a mo’ di ciliegina sulla torta. Qualcuno più critico o pessimista potrà perfino chiedersi se non si è finito piuttosto con il coprire, con un velo di trucco, il conservatorismo presente nella prospettiva generale del testo.
Indipendentemente dai risultati concreti della Conferenza episcopale di Aparecida, le mobilitazioni di ampi settori della Chiesa, avvenute prima e, ancor più, durante la Conferenza, hanno rivelato una vitalità ecclesiale che da molto le nostre Chiese non vedevano. In un certo senso, anticipano il giorno in cui, senza escludere il diritto dei vescovi ad una conferenza propria, le Chiese dell’America Latina potranno svolgere una grande assemblea ecumenica del popolo di Dio, in grado, per rappresentatività e autorevolezza, di dare orientamenti al cammino delle Chiese.

3 – Un primo sguardo sul Documento di Aparecida
È più prudente riservare commenti dettagliati per il momento della divulgazione del testo ufficiale. Tuttavia, difficilmente ci saranno cambiamenti sostanziali nel testo, a parte il taglio di alcune parole o frasi che la Curia solitamente censura. Un teologo presente ad Aparecida racconta di aver colto, fra la terza versione del documento e la versione finale, la censura di tre paragrafi nel testo sulle Cebs. Vedremo come sarà il testo ufficiale. Pure così, si può già da ora guardare al complesso del Documento, che è abbastanza lungo (573 paragrafi) e onnicomprensivo.
Una prima osservazione riguarda gli obiettivi del documento e i destinatari. Non possiamo più immaginare che si parli ad ogni persona di buona volontà, come Giovanni XXIII nella Pacem in terris, o come Paolo VI che ricordava, alla fine del Concilio, che “per incontrare Dio è necessario incontrare l’essere umano”. Il documento di Aparecida si rivolge ai fedeli cattolici. L’obiettivo espresso è di “continuare a dare impulso all’azione evangelizzatrice della Chiesa” e i suoi autori dicono chiaramente di comprendere l’evangelizzazione come il compito di “rendere tutti i suoi membri (cioè i fedeli cattolici) discepoli e missionari di Cristo” (Introduzione, n. 1). Questa V Conferenza si propone “il grande compito di proteggere ed alimentare la fede del popolo di Dio e di ricordare anche ai fedeli di questo continente che, in virtù del loro battesimo, sono chiamati ad essere discepoli e missionari di Gesù Cristo (Discorso Inaugurale, 3)”. La missione è definita come compito di “confermare, rinnovare e rivitalizzare la novità del Vangelo radicata nella nostra storia, a partire dall’incontro personale e comunitario con Gesù Cristo, che suscita discepoli e missionari”.
È sotto la lente di questa preoccupazione maggiore di “fare discepoli” e di restituire dinamismo all’evangelizzazio-ne, che il documento allude ai diversi problemi e sfide dei popoli latinoamericani e, pertanto, delle Chiese in essi inserite. È bello vedere che il documento di Aparecida riprende il metodo “vedere, giudicare, agire” consacrato a Medellín (nn. 19 e 20) e ignorato a Santo Domingo. Chi legge l’osser-vazione contenuta nel documento può poi stupirsi che, nel prosieguo del testo, questa metodologia non appaia chiaramente. In ogni modo, lo stesso fatto che i vescovi abbiano optato per questo metodo rivela il desiderio di dialogare con il meglio della nostra storia ed è positivo anche se, nella pratica, gli autori del documento hanno avuto difficoltà a concretizzare questa opzione.
Il documento ha uno stile pastorale, un tono prudente e, in generale, conciliante. Esprime una visione positiva rispetto alla vita delle Chiese e rivolge parole affettuose di incoraggiamento a ministri e fedeli. Lamenta che molte volte la vita parrocchiale diventi mero compimento di riti e insiste che si torni a proporre ai fedeli un incontro vivo e profondo con Gesù Cristo. Parla positivamente delle comunità ecclesiali di base e delle pastorali sociali. Dedica una parola amica alle comunità indigene e nere (nn. 88-90). Malgrado l’approccio negativo con cui il papa, all’apertura della Conferenza, si era riferito alle religioni indigene e nere, la Conferenza riconosce ombre nel processo dell’evangelizzazione del continente e valorizza queste tradizioni spirituali (nn. 56 e 75), sebbene l’attenzione maggiore del documento sia su “come rafforzare la presenza e la partecipazione degli indios e degli afro-americani nella Chiesa cattolica” (nn. 88-94, 548-552).
Il documento si apre a questioni sociali. Parla criticamente degli effetti perversi della globalizzazione (nn. 34, 44, 60 e altri). Fa riferimento al debito estero dei Paesi (n. 68), alla riforma agraria (n. 72), alle migrazioni (n. 73), ai trattati di libero commercio (n. 67), agli organismi geneticamente modificati (n. 67), alla corruzione e alla violenza (nn. 77 e 78). Insiste sulla necessità di proteggere la biodiversità, di rivolgere particolare attenzione all’acqua (n. 84) e denuncia la fragilità dell’Amazzonia e della regione antartica (n. 83). Sottolinea l’importanza dell’assistenza ai malati (secondo il documento, in America Latina esistono 32.116 istituzioni impegnate nella pastorale della salute), ai tossidipendenti e ai detenuti.
Tutte queste questioni sono affrontate a partire dalla missione delle comunità ecclesiali come discepole di Gesù Cristo e “per portare il mondo alla grazia della fede”. Invece di una Chiesa che Medellín chiamava “servizio liberatore” e aperta al mondo (Med 5,15), la visione di Chiesa di questo documento è auto-referenziale. Dice che il suo obiettivo è promuovere l’incontro dei fedeli con Cristo, ma è chiarissimo come intende questo incontro: “L’incontro con Cristo – dice il testo – grazie all’azione invisibile dello Spirito Santo, si realizza nella fede ricevuta e vissuta nella Chiesa. Con le parole di papa Benedetto XVI, ripetiamo con certezza: ‘La Chiesa è la nostra casa! Questa è la nostra casa! Nella Chiesa cattolica abbiamo tutto ciò che è buono, tutto ciò che è motivo di sicurezza e di consolazione. Chi accetta, nella sua totalità, il Cristo come Cammino, Verità e Vita ha pace e felicità garantite, in questa e nell’altra vita!” (Benedetto XVI, Allocuzione del Santo Rosario, 13/5/07) (n. 262).
Questa prospettiva ecclesiocentrica e auto-referenziale limita molto il modo in cui sono trattati problemi sociali tanto gravi. Rimane l’impressione che queste questioni appaiano nel testo non tanto perché i vescovi abbiano voluto contribuire a risolverli, ma perché rappresentano delle sfide per le Chiese e hanno conseguenze per la pastorale interna della Chiesa cattolica.

4 – Dietro alle parole e alle ispirazioni
Per comprendere meglio un documento, bisogna valutare la sua bibliografia. Per questo ho studiato le citazioni contenute nel Documento di Aparecida, scoprendo quello che compare e quello che non compare nel testo. Come non poteva essere altrimenti, le citazioni più frequenti sono di encicliche e allocuzioni di Giovanni Paolo II. Si ripetono ad ogni pagina. A seguire vengono le citazioni dell’attuale papa. Sono quasi gli unici riferimenti con cui i vescovi possono costruire, oggi, il loro modello di Chiesa. Paolo VI è citato due volte (nn. 493 e 561). C’è un’allusione al Cantico delle Creature di san Francesco d’Assisi (n. 140) e una volta è citato san Giovanni Crisostomo (n. 168). Fra i documenti ecclesiali, le citazioni più ricorrenti riguardano testi recenti. Tuttavia, riprendono qualche volta documenti del Concilio Vaticano II e anche della Conferenza di Medellín. Malgrado siano stati elaborati per una realtà di 40 anni fa, per quel che riguarda la Chiesa cattolica sono i testi più attuali e profetici che ci si possa attendere. In merito alla Bibbia, il documento di Aparecida cita effusivamente e di frequente i Vangeli e Paolo (più di 80 volte). In generale sono citazioni, isolate dal loro contesto, per confermare quello che il Documento vuole dire su Gesù Cristo e sui suoi discepoli. Altri libri biblici sono citati pochissime volte. Ci sono 11 citazioni dell’Antico Testamento, quattro delle quali dal primo capitolo del Genesi.
Un quadro così ristretto rivela gli orizzonti poco aperti che il testo indica. Mai prima, in America Latina, un documento ecclesiale aveva insistito tanto sulla necessità dell’“in-contro personale e intimo con la persona di Gesù Cristo”, ma il problema è che quello che c’è dietro queste parole è l’adesione alla Chiesa cattolica e, peggio ancora, nei riguardi della società, il ritorno a quello che il testo chiama “tradizione cattolica”.
Poiché la fede è identificata con questa tradizione, non c’è opzione né prospettiva di mutamenti seri. Un contributo preparatorio della Conferenza proveniente dal Brasile chiedeva che si avesse il coraggio di aprire il ministero presbiterale agli uomini sposati (“viri probati”). Né questa, né nessun’altra proposta innovatrice riceve un qualunque accenno nel Documento.
Fin dall’introduzione, il Documento sottolinea che “il dono della tradizione cattolica è un cemento fondamentale di identità, originalità e unità dell’America Latina e dei Caraibi. È una realtà storico-culturale, segnata dal Vangelo di Cristo. (...)”. E arriva a dire: “Malgrado le fragilità e miserie umane (di chi?), la nostra Chiesa gode di un alto indice di fiducia e di credibilità da parte del popolo. È dimora di popoli fratelli e casa dei poveri” (n. 8). In varie parti del documento (nn. 7, 8, 10, 56, 546 e altri), i vescovi identificano il Vangelo con la tradizione cattolica. Citano la Dei Verbum del Concilio Vaticano II: “La Sacra Scrittura, Parola di Dio scritta per ispirazione dello Spirito Santo” (DV 9), ma per dire subito dopo che essa lo è “con la Tradizione, fonte di vita per la Chiesa e anima della sua azione evangelizzatrice” (n. 263). Nella conclusione del documento, la proposta è di rafforzare la fede “per affrontare serie sfide, perché sono in gioco lo sviluppo armonioso della società e l’identità cattolica dei suoi popoli” (DI 1).
In America Latina, questa nostalgia dei tempi della Cristianità non era mai stata tanto chiaramente espressa e come “oggetto di fede”. Ai nostri tempi e per chi legge la storia con un minimo di senso critico, questo sembra tanto incredibile che rimane difficile perfino da commentare.

5 – Conseguenze teologiche e pastorali (quello che appare o è nascosto ad Aparecida)
Se la base di partenza per parlare di missione è la nostalgia della Cristianità, necessariamente la concezione di missione sarà di conquista, anche se mascherata in termini di metodo e tono. È allora normale che la gerarchia lavori per rifare nel mondo la “tradizione cattolica”. In questa prospettiva, la Chiesa può e anzi deve impegnarsi per la giustizia, può e deve agire nel campo sociale e politico (n. 399). Può difendere la riforma agraria e le politiche sociali trasformatrici. Ma lo fa a partire da una prospettiva di potere clericale e per consolidare la sua presenza e il suo prestigio nella società e non per servire umilmente il Regno. Per questo, tutti gli argomenti affrontati in un Documento come quello di Aparecida non arrivano a generare proposte di azione che rispondano effettivamente alla realtà come rilevata nel Documento stesso. I temi sociali non sembrano, di per sé, far parte della missione. Sono assunti in quanto possono aprire le porte alla vera missione che è sempre religiosa ed interna.
Lo stesso titolo e tema della conferenza: “Discepoli e missionari di Gesù Cristo, Cammino, Verità e Vita” assume un senso troppo ristretto e dogmatico. Nella concezione ebraica, la verità è contenuta proprio tra i due termini di cammino e vita. Non è pertanto un’affermazione esclusiva, né proprietà di nessuno. È molto più un processo relazionale. Simone Weil diceva: “Bisogna fermarsi e bussare, bussare instancabilmente alla porta, in uno spirito di attesa insistente ed umile. Nella ricerca della verità, l’umiltà è la virtù più essenziale”.
Al contrario, così come è elaborato nel documento di Aparecida, questo tema suona come affermazione della cristologia tradizionale cattolica contro i tentativi latinoamericani di situare la persona di Gesù nel suo contesto storico e di credere in lui, e seguirlo, aderendo alla fede di Gesù e non solo alla fede in Gesù. In questa prospettiva macroecumenica, ricevere la fede di Gesù come il contenuto primario della nostra fede ci apre fondamentalmente al progetto di Dio (il Regno), ossia la vita per l’universo. È una prospettiva di missione e di vita ecclesiale regnocentrica, più che cristocentrica. Non possiamo dimenticare che è stato nel contesto della preparazione a questa conferenza che il Vaticano ha reso nota la sua censura a Jon Sobrino.
Il documento parla sempre del Cristo, adorato come Dio, Salvatore e unico mediatore. Anche le diverse volte che fa riferimento al Regno è il “suo” Regno (del Cristo). Questa forma di presentare Gesù non lo unisce alla nostra umanità e lo divide da tutte le altre tradizioni spirituali.
Del resto, in questo punto, gli autori non mascherano il loro disinteresse per l’ecumenismo e il pluralismo culturale e religioso, come anche per il dialogo con le altre tradizioni. Per dovere, non possono evitare tali questioni. Trattano di ecumenismo e ne sottolineano pure l’importanza. I paragrafi dal 251 al 255 sono belli e molto positivi. Tuttavia, il Do-cumento chiarisce che “è necessario riscattare il senso del-l’apologetica non come lotta contro gli eretici, ma come difesa e approfondimento della propria fede” (n. 245). Valorizza il dialogo interreligioso (nn. 251-255), ma sottolinea che il dialogo non esclude l’annuncio missionario della fede (n. 253) e che deve realizzarsi soprattutto con le religioni monoteiste, il che, in America Latina e nei Caraibi, praticamente esclude la maggioranza delle comunità e tradizioni del popolo. Il modello continua ad essere quello di dialogare con chi è più simile a noi e, per quello che leggiamo nel Documento, il riferimento è all’esperienza europea.

6 – Una parola per non scoraggiare nessuno (a mo’ di conclusione)
Sia come sia, certamente questo Documento avrà l’ef-fetto positivo di suscitare dibattiti e sollevare questioni, tanto sulla realtà del continente, quanto sulle strutture e problematiche delle comunità ecclesiali.
La cosa più importante del Documento è la receptio che se ne farà. Pochi lo leggeranno integralmente e meno ancora cercheranno di sapere quello che sta dietro le parole. L’importante è garantire una ricezione che valorizzi i punti positivi. Qui, quello che rimarrà nella coscienza delle comunità è che i vescovi latinoamericani e caraibici, riuniti ad Aparecida, hanno appoggiato le Comunità ecclesiali di base, valorizzato le pastorali sociali e chiesto che si realizzi nella Chiesa una nuova Pentecoste, proposta che, anche se non citata chiaramente, risale a papa Giovanni XXIII nella convocazione del Concilio Vaticano II.
Nel suo brillante libro “Dal Vaticano II ad un nuovo Concilio?”, Luiz Alberto Gomes de Souza comincia ricordando una citazione del cardinale Newman: “Esaminando la storia, sembra che la Chiesa cammini verso la verità perfetta attraverso diverse dichiarazioni successive e in direzioni contrarie, migliorandosi e completandosi le une con le altre. È necessario un minimo di fede in essa, dico io. Pio (IX) non è l’ultimo dei papi... Abbiamo pazienza. Un nuovo papa e una nuovo concilio raffineranno l’opera”.
Certamente abbiamo diritto di sperare questo relativamente alla Conferenza e al Documento di Aparecida.

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