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La barca di Pietro, nave senza nocchiero in gran tempesta

Tratto da: Adista Documenti n° 8 del 02/03/2013

Alla fine l’anziano cardinale tedesco, per lunghi anni guardiano della più rigida dottrina dogmatica e morale cattolica – e papa dall’età di 76 anni – ha gettato la spugna.
Subito dopo la morte di Giovanni Paolo II, nell’imponente scenario del Colosseo, in mondovisione, Ratzinger si era candidato, di fatto, a prendere il posto di Wojtyla col proposito di ricondurre la Chiesa nel contesto dottrinale e disciplinare del Concilio di Trento. Già da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (Cdf) aveva combattuto la teologia scaturita dal Vaticano II ma, candidandosi papa al di sopra delle parti, sceglie un obiettivo più scioccante per l’opinione pubblica: la “sporcizia” nella Chiesa, quella sotto gli occhi di tutti e quella nascosta. Messo da parte il felpato linguaggio del prelato di Curia, Ratzinger pronuncia parole che qualche secolo prima avrebbero potuto uscire dalla bocca del frate domenicano Girolamo Savonarola. Davanti ai cardinali elettori e alle telecamere di tutto il mondo, accusa i ministri della Chiesa di tradimento, “abuso della Parola”, superbia e autosufficienza: «Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote, quanta sporcizia c’è nella Chiesa».
Così Ratzinger negli otto anni di pontificato, in continuità con l’opera di restaurazione compiuta presso l’ex Sant’Uffizio, non ha fatto che enunciare principi ed emanare condanne per chiunque – preti, vescovi, teologi, laici – si scostasse minimamente dalla dottrina. Ha rintracciato nell’aggiornamento nato dal Vaticano II la prima causa dell’indisciplina degli ecclesiastici progressisti e del decadimento dei principi morali sui quali la Chiesa si era arroccata come roccia immobile. Il suo primissimo intento è stato dunque neutralizzare le aperture conciliari. Per questo ha mandato subito un segnale di benevolenza ai seguaci dello scismatico mons. Marcel Lefebvre che negano la legittimità del Vaticano II e ne rifiutano le principali Costituzioni. Qualcuno ha detto che non è stato Ratzinger a ricondurre i lefebvriani nella Chiesa, ma questi ultimi a riportare il papa nei rigori della Chiesa tridentina.
La rigidità dottrinale di Ratzinger si è espressa anche in materia di morale sessuale nel segno della conservazione: niente sesso al di fuori del matrimonio; esclusa la convivenza prematrimoniale o con partner divorziati; niente contraccettivi; porte chiuse alle coppie gay; fuori discussione anche la masturbazione.
Sul versante della bioetica, altre drastiche chiusure: proibita la fecondazione assistita – secondo Ratzinger, contro natura – anche se praticata da coniugi regolarmente sposati; nessuna comprensione per i malati terminali (e per i loro congiunti), a cui la Chiesa di Ratzinger impone l’obbligo delle cure e dell’alimentazione forzata, per contrapporre al peccato della “dolce morte” – l’eutanasia – la condanna ad una vita penosamente vegetale. Ne emerge un quadro di Chiesa matrigna e distante anni luce dalla misericordia di Dio che lei stessa predica.
Alla “sporcizia” nella Chiesa di cui parla Ratzinger potremmo aggiungere “altri” peccati, e allora il quadro diventa sì fosco e catastrofico: la diffusissima piaga della pedofilia dei preti; le convivenze clandestine dei preti obbligati al celibato da una legge ecclesiastica (non di Dio!); i traffici finanziari della Banca vaticana, il denaro della Santa Sede investito in speculazioni finanziarie; l’ostentazione della ricchezza, gli intrallazzi economici tra le mura vaticane.
A completare il quadro del mare in tempesta, il tema della cosiddetta dottrina teologica. La ricerca teologica contemporanea si sforza di presentare all’essere umano non il Dio astratto della teologia romana – imprigionato nel ristretto perimetro canonico della dogmatica istituzionale ecclesiastica – ma un Dio libero e liberante, che rispetta le coscienze, non impone pesi e corrisponde al desiderio di trascendenza e all’istanza di giustizia e di libertà presenti nella vita di ogni uomo e di ogni donna.
Ma il teologo Ratzinger si è fatto giudice assoluto, prima da prefetto e poi da papa, di tutte le controversie teologiche contemporanee. Ha condannato fino alla scomunica autorevoli teologi in tutto il mondo quando le loro formulazioni si discostavano, anche solo minimamente, dal suo fondamentalismo tridentino. Il “vicario di Gesù Cristo”, con l’autorità che dice discendergli direttamente da Dio, ha fatto fioccare sugli studiosi decine e decine di condanne sommarie, inappellabili e definitive.
Ratzinger si era candidato per “ripulire” la Chiesa dalle scorie negative del Vaticano II, ma negli otto anni di pontificato ha visto solo diffondersi la “sporcizia” – gli scandali sono sotto gli occhi di tutti – e crescere la disobbedienza: i fedeli sono indignati e, nella loro intimità, continuano a ignorare la rigida precettistica; i teologi si allontanano da Roma; i giovani non si accostano alla confessione; chiese e seminari si svuotano. Al timone, Ratzinger vede la barca di Pietro sempre più in balìa di un mare in tempesta. L’ultimo scandalo, quello del furto di documenti segreti, ha colpito lui personalmente e ha sbattuto la barca contro gli scogli di una sconcertata opinione pubblica mondiale. Oggi sente di non avere il vigore necessario per affrontare la tempesta e abbandona la barca. Ma non ci sarà nessun “De Falco” a intimargli di tornare a bordo…
Con questo numero speciale, Adista propone una ricostruzione dell’esperienza ratzingeriana tra Cdf e soglio pontificio, corredata da alcuni commenti (dove non è indicata la fonte, sono stati scritti per noi o anche per noi) di illustri teologi sul delicato avvicendamento al vertice che la cattolicità vive in questo tardo inizio di 2013. (giovanni avena)

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