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La vita piena nella proposta di Gesù

Tratto da: Adista Documenti n° 41 del 23/11/2013

(…). Un mondo che appare lacerato dai problemi sociali, che si dibatte tra la morte delle utopie, la minaccia del pensiero unico e la disgregazione propria del postmodernismo, ha urgente bisogno di una proposta di buen vivir che emerga dal vangelo e si confronti con le esperienze di buen vivir di altre culture. (…).


DUE APPROCCI PRELIMINARI AL “BUEN VIVIR” NELLA VITA E NELLA PREDICAZIONE DI GESÙ

Non è molto difficile sapere quale fosse la proposta di buen vivir di Gesù. Si potrebbero prendere molti diversi testi (…) per avvicinarci alla comprensione del “Regno di Dio”, categoria teologica in cui Gesù ha racchiuso la sua proposta di buen vivir. Non pretendo tuttavia di essere esaustivo. Preferisco partire da due testi che possono servire a sintetizzare tale proposta: la risposta di Gesù alla domanda di Giovanni Battista, detenuto in una prigione di Erode - «Sei tu colui che viene, o dobbiamo aspettare un altro?» (Lc 7,18-23) – e la parabola delle pecore e dei capri, raccontata verso la fine del vangelo di Matteo (Mt 25,31-46).

Il primo testo è un riassunto, proposto dallo stesso Gesù, del significato della sua presenza nel mondo. La domanda dei seguaci di Giovanni ha a che vedere con il Regno di Dio che Gesù stava annunciando, un annuncio di cui Giovanni Battista, così legato all’idea della restaurazione di Israele, aveva appreso con sconcerto. (…).

La risposta di Gesù, più che chiarire a Giovanni il significato della sua missione, è probabile che abbia accentuato le sue perplessità. Quel che fa il Maestro di Nazareth è presentare una lista di situazioni che degradano l’umanità di chi le subisce. La lista comprende i gruppi più sfavoriti di Israele: ciechi, storpi, lebbrosi, sordi, poveri, categorie che rimandano a un qualche handicap (…). A queste situazioni, senza dubbio sgradite al Dio annunciato da Gesù, il Maestro collega un’azione liberatrice: i ciechi vedono, i sordi odono… (…). Gesù dice: andate e riferite a Giovanni quello che state vedendo e ascoltando: i ciechi non sono più tali, ora vedono. Gli storpi hanno smesso di esserlo, ora camminano. I lebbrosi hanno adesso la pelle risanata. I sordi riescono a sentire. I morti tornano alla vita. I poveri… non sono più poveri! Ora vivono degnamente. La Buona Notizia per i poveri viene in tal modo esplicitata: è la proposta di una vita degna e piena. (…). Il testo chiarisce quale sia il nucleo della proposta etica di Gesù: vita degna e piena per tutti e per tutte.

Una conferma ancora più evidente di questa affermazione si incontra nella parabola del giudizio finale, nota anche come parabola delle pecore e dei capri, presente esclusivamente in Matteo. Scrive José Antonio Pagola al riguardo: «Il criterio per separare i due gruppi è preciso e chiaro: gli uni hanno provato compassione di fronte ai bisognosi; gli altri hanno vissuto indifferenti alla loro sofferenza. Il re parla di sei fondamentali situazioni di necessità (…), situazioni che sono a tutti note e che si registrano in tutti i popoli di tutti i tempi. Dovunque si trovano affamati e assetati, immigrati e ignudi, infermi e prigionieri. Non vengono pronunciate parole magniloquenti. Non si parla di giustizia e di solidarietà, bensì di cibo, di abiti, di qualcosa da bere, di un tetto sotto cui trovare riparo. Non si parla neppure di “amore”, ma di cose assai concrete come “dare”, “accogliere”, “vestire”, “rendere visita”. Ciò che risulta decisivo non è un amore teorico, ma la compassione verso il bisognoso».

La vera sorpresa della parabola, tuttavia, emerge solo dalle parole del giudice. Né coloro che riceveranno il Regno né coloro che ne rimarranno esclusi comprendono perché il giudice dica: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». Abituati com’erano, grazie alla predicazione dei farisei, a ritenere che la benevolenza di Dio dipendesse dal rispetto della legge religiosa, le pecore e i capri si meravigliano del fatto che la salvezza sembri passare per un’altra strada. È a questo che si riferisce Pagola quando, con chiarezza estrema, propone: «Quanti sono dichiarati “benedetti dal Padre” non hanno agito per motivi religiosi, bensì per compassione. Non è la loro religione né l’adesione esplicita a Gesù a condurli al Regno di Dio, ma il loro aiuto ai bisognosi. Il cammino che porta a Dio non passa necessariamente per la religione, il culto o la confessione di fede, ma per la compassione verso i “fratelli più piccoli”. Probabilmente, questa scena del “giudizio finale” non è stata presentata in questo modo da Gesù. Non è il suo stile né il suo linguaggio. Ma il messaggio che contiene è, senza alcun dubbio, quello che emerge dal suo messaggio e da tutta la sua attività. Possiamo affermare senza paura di sbagliarci che la “grande rivoluzione religiosa” operata da Gesù consiste nell’aver aperto una via di accesso a Dio distinta dallo spazio sacro: l’aiuto al fratello sofferente. La religione non ha il monopolio della salvezza; il cammino più corretto è l’aiuto al bisognoso. Un cammino percorso da molti uomini e molte donne che non hanno conosciuto Gesù».


LE COSTANTI DEL MESSAGGIO DEL REGNO, PARADIGMI DEL “BUEN VIVIR”

Cercherò ora (…) di cogliere nei vangeli sinottici alcune caratteristiche del progetto di vita piena che Gesù è venuto ad annunciare (…), tenendo conto del fatto che non ci imbattiamo in documenti biografici di comprovata esattezza storica, bensì in riletture postpasquali della persona di Gesù di Nazareth e della sua opera, documenti che riflettono pertanto gli interessi degli autori e dei destinatari, tutti cristiani della prima e della seconda generazione.


A. LA GLORIA DI DIO È CHE L’ESSERE UMANO VIVA

(…). Per rispondere alla volontà di Dio, cioè per fargli cosa gradita, gli ebrei potevano contare sulla Torah. (…). La Torah impregnava tutto. Era il segno dell’identità di Israele. Quello che distingueva gli ebrei dagli altri popoli. Gesù non ha mai disprezzato la Legge, ma ci ha insegnato a viverla in maniera nuova, ascoltando fino in fondo il cuore di un Dio che vuole regnare tra i suoi figli e le sue figlie cercando per tutti una vita degna e felice. Non ha disprezzato la Legge con la maiuscola, ma l’ha reinterpretata portandola alla pienezza e osando in molte occasioni sfidare le leggi con la minuscola e ricollocare la Torah in un orizzonte direttamente legato allo sviluppo e alla felicità dell’essere umano.

Due passaggi sono utili a chiarirlo. Il primo è il testo di Marco in cui ha inizio una discussione che Gesù porterà avanti per tutto il suo ministero: quella sull’osservanza del sabato (Mc 2,23-3,7).

Risalta nel testo l’intenzione di Gesù di condurre la discussione sul terreno non dell’obbedienza concreta al comandamento così scrupolosamente spiegato nei dettagli dalla tradizione farisea, ma della ragione fondamentale soggiacente. La polemica sembra rispondere non alla domanda se si debba far questo o far quello nel giorno del riposo, ma alla questione fondamentale del perché ci sia un giorno di riposo. (…). Si sta affermando, pertanto, che esiste un criterio al di fuori della Legge stessa che conferisce ad essa la sua validità e la sua legittimità. Questo criterio è dato, senza dubbio, dalla volontà del legislatore nello stabilire la legge in questione, volontà che in questo caso consiste nel bene, nella felicità dell’essere umano. (...).

La legge del sabato era un aspetto essenziale dell’identità ebraica. (…). Il riposo assoluto, l’incontro tranquillo con i familiari e i vicini e la riunione nella sinagoga permettevano a tutti di vivere un’esperienza di rinnovamento. Il sabato era vissuto come un “respiro” voluto da Dio, che, dopo aver creato i cieli e la terra, si era anche lui riposato il settimo giorno. Non dovendo seguire il penoso ritmo del lavoro quotidiano, in questo giorno tutti si sentivano più liberi e potevano ricordare che Dio li aveva sottratti alla schiavitù perché potessero godere di una terra propria. (…). Per i lavoratori dei campi, il sabato era una “benedizione di Dio”. Gesù lo sapeva bene.

In effetti, è il bene della persona che Dio ha cercato nello stabilire la legge del sabato. Si trattava di restituire al lavoro umano la sua vera dimensione e di riconoscere pubblicamente che l’essere umano non è solo un homo faber. La dignità della persona richiede il riposo, l’ozio, il tempo gratuito, il tempo per Dio. (…).

Con la domanda “Cosa è permesso fare di sabato, fare il bene o fare il male, salvare una vita o uccidere?”, Gesù sta mettendo il dito nella piaga. Può un comandamento divino venire interpretato in maniera tale che possa derivarne un male anziché un bene per l’essere umano? Può Dio – è questa la domanda fondamentale – volere il male della persona? (…).

Non c’è da stupirsi che l’interrogativo resti senza risposta. Per gli interlocutori di Gesù, la domanda sembra non aver senso: è buono o cattivo ciò che Dio permette o proibisce di fare di sabato. È la Legge a dirci ciò che è bene e ciò che è male. Per Gesù, invece, il bene e il male devono essere determinati prima di consultare la legge religiosa. (...).

Per il gruppo dei farisei, era intollerabile che un uomo si ponesse al di sopra della Legge. (…). Non si trattava solamente della lotta per l’osservanza del sabato, ma della crisi di una concezione della Legge come mezzo sicuro per conoscere la volontà di Dio. (...).

L’obiettivo di Gesù non è offrire un codice morale più avanzato, ma aiutare a cogliere com’è e come opera Dio e come sarebbero il mondo e la vita se tutti operassimo come lui. Questo è ciò che vuole comunicare con la sua parola e con la sua intera vita. E in questo si coglie una profonda sintonia con ciò che i più antichi antenati ci hanno trasmesso.


B. LA BUONA NOTIZIA: IL NOSTRO È UN DIO COMPASSIONEVOLE

(…). Dio non viene a “difendere” i suoi diritti o a punire quanti non rispettano il suo mandato. Il Dio di cui Gesù parla non viene a imporre il suo “dominio religioso”. Di fatto, Gesù non chiede ai contadini di compiere meglio l’obbligo di pagare la decima, non si rivolge ai sacerdoti perché osservino con maggiore purezza i sacrifici di espiazione nel tempio, non incoraggia gli scribi a far rispettare più fedelmente la legge del sabato e le altre prescrizioni. Il Regno di Dio è un’altra cosa. Quello che preoccupa Dio è liberare le persone da ciò che le disumanizza e che le fa soffrire. (…).

Per comprendere meglio questo contenuto essenziale della predicazione di Gesù ci avvicineremo ora a una delle sue parabole più note, forse una delle più teologicamente rilevanti di tutti i vangeli. Si tratta della parabola del Buon Samaritano (Lc 10,25-37). (…).

La prima cosa che risalta è la contestualizzazione della parabola: si tratta della risposta a una questione posta da uno scriba, un letterato, un esperto della Legge. (…). I personaggi principali sono il sacerdote, il levita, il samaritano e l’uomo ferito lungo la strada. La vittima non è descritta che per la situazione in cui si è trovata a causa dell’aggressione. Gli altri tre personaggi, invece, vengono qualificati in senso religioso. I primi due (il sacerdote e il levita) appartengono alla casta sacerdotale. (…). In virtù del loro ufficio, i rappresentanti della tribù sacerdotale dovevano conoscere e trasmettere la Legge, cioè la volontà di Dio per il popolo. Il samaritano, invece, era un eretico. (…). Cosicché, se la Legge fosse stata il mezzo privilegiato per conoscere la volontà di Dio, si poteva star certi che i samaritani sarebbero stati gli ultimi a conoscerla, perché ignoravano la Legge.

È qui che risiede la forza demolitrice della parabola. Nel racconto di Gesù, i due rappresentanti della famiglia sacerdotale passano alla larga dinanzi al ferito che giace ai margini della strada. L’eretico, invece, si ferma a soccorrerlo. Fin qui la parabola sembrerebbe riferirsi solo alla bontà o alla malvagità delle persone in questione. Ma la critica di Gesù va molto oltre. Proseguendo nel dialogo con l’esperto della Legge, Gesù gli domanda: quale di questi tre si è fatto prossimo di colui che è caduto nelle mani dei banditi? Che vuol dire: quale dei tre ha interpretato correttamente il comandamento che mi hai ripetuto a memoria al principio della nostra conversazione? Perché il comandamento dell’amore non è una questione di precetti legali, ma di compassione per il prossimo. La domanda iniziale dello scriba appare radicalmente sbagliata: non si tratta di verificare chi sia il mio prossimo, ma di chiedermi come posso farmi prossimo degli altri, specialmente di quelli caduti in disgrazia.

Così, la parabola del buon samaritano propone un criterio diverso dalla Legge per conoscere la volontà di Dio: il fratello abbandonato lungo la strada. Ciò fa dire a un teologo latinoamericano (Juan Luis Segundo): «In realtà, Gesù non ha fatto che porre tra la domanda dell’esperto della Legge e la propria risposta una questione ermeneutica... così, invece di rispondere riguardo a chi è il mio prossimo secondo la Legge, risponde riguardo a chi devo farmi prossimo io prima di consultare la Legge. Per questo, in un modo che non può non scandalizzare Israele, l’unico che risponde in maniera corretta è colui che non conosce la Legge... ma porta dentro di sé un criterio ermeneutico più giusto, per quanto più rischioso della conoscenza legale: l’opzione per il povero, la pietà per il bisognoso. Da questa posizione, e solo da questa, ci si può rivolgere alla Legge e comprendere ciò che significa come norma».

C. FAVORIRE SEMPRE I PIÙ PICCOLI

Un’altra caratteristica di Gesù nei vangeli è data dalla sua scandalosa preferenza per i più piccoli, intesi come coloro che restano esclusi dallo schema di accettazione sociale promosso dai farisei (…).

In effetti, una delle maggiori cause del conflitto tra Gesù e i farisei (…) era il fatto che egli si relazionasse in maniera preferenziale ai poveri e ai peccatori. Gesù (…) si opponeva ai farisei perché li considerava responsabili di aver deformato la religione di Israele fino a renderla irriconoscibile. (…). Lo scontro con i farisei su questo piano ha costituito l’azione politica più sovversiva di Gesù, in quanto diretta a smontare il meccanismo ideologico con cui le autorità di Israele emarginavano i poveri, gli infermi e i peccatori e a superare in maniera radicale una mentalità che rendeva Dio complice e causa dell’oppressione dell’essere umano, infondendo negli stessi poveri una concezione della religione come strumento di dominazione a beneficio dei potenti di Israele. (…).

Questa preferenza di Dio per i deboli e per i piccoli si manifesta in molte parabole, tra cui risalta quella di Luca del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31). (…). Gesù non parla della “povertà” in astratto, ma di quei poveri che incontrava percorrendo i villaggi. Famiglie che sopravvivevano a stento, persone che lottavano per non perdere la terra e l’onore, bambini minacciati dalla fame e dalle malattie, prostitute e mendicanti disprezzati da tutti, infermi e indemoniati a cui era negata ogni dignità, lebbrosi emarginati dalla società e dalla religione. (…). Per questo, per proclamare la sua misericordia in maniera più concreta, Gesù si dedicò a qualcosa che Giovanni Battista non aveva mai fatto: curare gli infermi a cui nessuno provvedeva; alleviare il dolore delle persone abbandonate; toccare i lebbrosi che tutti evitavano; benedire e abbracciare i bambini e i piccoli. Tutti dovevano sentire la vicinanza salvifica di Dio, anche i più dimenticati e disprezzati: gli esattori delle imposte, le prostitute, gli indemoniati, i samaritani. (...).

La parabola del capitolo 16 di Luca è chiara per chi vuole leggerla nella prospettiva dell’azione liberatrice di Gesù. Per quanto si possa essere tentati di identificare il ricco con un malvagio oppressore e Lazzaro con una persona onesta e buona, la parabola non dice nulla di tutto questo. E non lo dice perché vuole evidenziare, precisamente, come le virtù morali scendano in secondo piano quando la realtà è, in sé, la negazione della giustizia e dell’uguaglianza che il Regno viene a proclamare. È possibile che il ricco fosse assai devoto e il povero un bandito. La situazione, tuttavia, continuerebbe a meritare la condanna di Gesù e il verdetto sarebbe esattamente lo stesso: il Regno viene a superare questa situazione.

Se Gesù avesse detto che il Regno di Dio sarebbe venuto per rendere felici i giusti, avrebbe avuto una logica e tutti avrebbero compreso, ma era il fatto che Dio fosse dalla parte dei poveri indipendentemente dal loro comportamento morale a risultare scandaloso. (…). Proclamando le beatitudini, Gesù non dice che i poveri sono buoni o virtuosi, ma che stanno soffrendo ingiustamente. Se Dio si schiera dalla loro parte, non è perché lo meritano, ma perché lo necessitano. Dio, Padre misericordioso di tutti, non può regnare se non facendo per prima cosa giustizia a coloro a cui nessuno la fa. (…).


D. IL POTERE: UNO STRUMENTO DI SERVIZIO

(…) Anche in questo caso selezioniamo due testi del Vangelo in cui Gesù offre la sua visione sul potere. Non bisogna dimenticare che questi testi sorgono in mezzo a una controversia, spesso esacerbata, all’interno della comunità cristiana: quale deve essere il trattamento da riservare al potere? Siamo collaboratori o oppositori del regime politico? Non ci ha detto Gesù che il suo regno «non è di questo mondo»? Quale dovrà essere allora la nostra posizione di fronte ai regni di questo mondo? Anche all’interno della comunità cristiana vi è un esercizio del potere: si tratta di posti di onore? (…).

Il primo testo è quello di Mc 10,35-45. (…). L’esercizio dell’autorità nella prospettiva cristiana ha il suo punto di riferimento nel modo in cui si esercita il potere nel mondo. Gesù denuncia nel testo la gestione piramidale del potere e la prassi nefasta dei governanti che opprimono e dominano. L’esercizio dell’autorità non si identifica con l’oppressione e la tirannia. In questo senso, la comunità cristiana svolge la stessa funzione che aveva Israele: rappresentare un’alternativa all’Egitto. Come Israele aveva l’obbligo di mostrare al mondo il volto di una comunità nuova e distinta, di un popolo di fratelli, così ora la comunità cristiana è chiamata a essere una comunità in cui il potere si esercita in maniera alternativa.

In contrasto con il potere dominatore, l’esercizio dell’autorità, nella prospettiva del regno che Gesù viene a proclamare, costituisce un servizio. (…).

Risulta chiaro in tal modo che esercitare il potere come servizio non è una regola facoltativa che si può o meno rispettare, ma una norma che trasforma radicalmente l’esercizio dell’autorità all’interno della comunità cristiana e che deve essere applicata, indefettibilmente, da chiunque eserciti un potere. Questo il significato più profondo della frase di Gesù: tra voi non sia così.

Un secondo testo che può illuminarci rispetto a tale caratteristica del progetto di Gesù è Mc 12,1-12, noto come parabola dei vignaioli omicidi. I destinatari della parabola sono (…) i rappresentanti del sinedrio (sommi sacerdoti, scribi e anziani, menzionati in Mc 11,27), detentori del massimo potere politico e religioso nell’ebraismo del tempo di Gesù. Un testo che mostra come la critica di Gesù all’esercizio del potere disturbasse a tal punto chi lo deteneva da originare il complotto diretto a ucciderlo. (…). Se la fedeltà individuale alla Legge è responsabilità di ciascuno in Israele, la sua applicazione sociale ricade sulle autorità politico-religiose. (…). Questa parabola rivolgeva ai suoi destinatari un’accusa feroce. Era come se Gesù dicesse loro: siete stati posti da Dio a governare il popolo di Israele; la ragione d’essere del vostro governo è far sì che la volontà del Dio della giustizia e dell’uguaglianza regni su questo popolo. Ma ecco che Dio viene a chiedere conto e, anziché incontrare una società fedele alla sua volontà, trova, da parte dei governanti da lui stesso posti, infedeltà e tradimento. (…).

I rappresentati del sinedrio capiscono che la parabola è diretta contro di loro e cercano di catturare Gesù. Così, la reazione corrobora la parabola, in cui per l’appunto i vignaioli si trasformano in omicidi. È la peggiore delle autodenunce del cattivo uso del potere. L’uso del potere a beneficio dei governanti, a scapito della funzione sociale di servizio, viene smascherata nella parabola. Che si volge anche contro di noi: i cristiani sono i vignaioli di un regno che non appartiene loro. Dovremo renderne conto.

E. GESÙ DÀ VITA A UNA COMUNITÀ FRATERNA DI EGUALI

(…) Ripetute volte si fa accenno nel vangelo a Gesù che siede alla mensa con i peccatori, cosa proibita nel giudaismo. Ora concentriamoci sulle istruzioni date da Gesù ai suoi discepoli, in cui si richiama l’aspetto della commensalità. (…).

Teologicamente parlando, si tratta di una manifestazione della presenza del regno, che (…) diventa possibile laddove c’è una comunità disposta a condividere la mensa in maniera egualitaria.

La vita errante, propria del movimento avviato da Gesù, ha un significato sociosimbolico radicale: è la rappresentazione simbolica di un egualitarismo senza intermediari. (…).

Gesù non vive di un lavoro remunerato; non possiede casa né terra; non deve rispondere ad alcun esattore; non porta con sé alcuna moneta con l’immagine di Cesare. Ha abbandonato la sicurezza del sistema per “entrare” con fiducia nel regno di Dio. D’altra parte, la sua vita itinerante al servizio dei poveri indica come il regno di Dio non abbia un centro di potere e di controllo. Non è come l’Impero, governato da Tiberio da Roma, né come la tetrarchia di Galilea, retta da Antipa da Tiberiade, né come la religione ebraica, su cui vegliano dal tempio di Gerusalemme le élite sacerdotali. Il regno sorge là dove avvengono cose buone per i poveri.

Questo tratto di Gesù (…) si riflette in maniera speciale nel testo di Mt 23,1-12. (…).

Con una triplice negazione (non fatevi chiamare... non chiamate nessuno... né fatevi chiamare...), Gesù intende enfatizzare un tratto decisivo nella futura comunità cristiana: l’esclusione di atteggiamenti di controllo e di protagonismo ideologico, simboleggiati dai tre titoli messi in discussione: maestro, padre e guida. L’atteggiamento che dovrà prevalere nella comunità cristiana è la fraternità (perché siete tutti fratelli...).

(…) In un mondo segnato dall’assenza di fraternità, in un sistema dominante di tipo patriarcale, Gesù invita i suoi seguaci a vivere in un vincolo di fraternità che li porti a superare ogni forma di dominio e di manipolazione. (…).

Questa creazione di una comunità egualitaria non è un accidente nella prassi ministeriale di Gesù, avendo a che vedere anche con la sua esperienza personale, dal momento che, come sappiamo, Gesù abbandonò la sua famiglia per dedicarsi all’annuncio del regno di Dio. Bisogna ricordare che a Nazareth, come in tutti i piccoli paesi del Medio Oriente dei tempi di Gesù, la famiglia era tutto: luogo di nascita, scuola di vita e garanzia di lavoro. (…). Questa famiglia non si riduceva al piccolo casolare costituito dai genitori e dai loro figli, ma si estendeva a tutto il clan familiare, raggruppato sotto un’autorità patriarcale (…).

Abbandonare la famiglia era molto grave. Significava perdere il vincolo con il gruppo protettore e con il popolo (…). Tuttavia, Gesù lo fece. (…). Cercava una “famiglia” che abbracciasse tutti gli uomini e le donne disposti a compiere la volontà di Dio. La rottura con la famiglia segnò la sua vita di profeta itinerante.

È bene riflettere su questo aspetto oggi che abbiamo sacralizzato una forma de famiglia come se fosse l’unica esistente nella storia. Non vediamo mai Gesù difendere la convivenza familiare, bensì far riferimento a un nuovo gruppo umano, quello dei discepoli e delle discepole, che doveva orientarsi in base a modelli ben diversi da quelli che reggevano la famiglia patriarcale del suo tempo. (…).

Neppure la situazione della donna dell’epoca è stata mai difesa da Gesù. (…). In realtà, la donna apparteneva sempre a qualcun altro, passando dal controllo del padre a quello del marito. Suo padre poteva venderla come schiava per sanare i suoi debiti (…). Suo marito poteva ripudiarla abbandonandola alla sua sorte. Era particolarmente tragica la situazione delle ripudiate e delle vedove, che restavano senza onore, senza beni e senza protezione, a meno che un altro uomo non si prendesse cura di loro. Più tardi, Gesù difenderà le donne dalla discriminazione, accogliendole tra i suoi discepoli e adottando una posizione netta contro il ripudio deciso unilateralmente dagli uomini. (…).

F. PERDONO E NONVIOLENZA: RICOSTRUENDO LA REALTÀ

Gesù rivela un comportamento complesso in relazione alla violenza, che richiede un approfondimento. L’irruzione del regno di Dio suscita violenza (Mt 11,12). Si tratta di una violenza difficile da caratterizzare (Lc 16,16), ma che Gesù non occulta. Di fronte all’ordine ingiusto, Gesù protesta, nella linea dei profeti, con atti e parole che i conservatori dell’ordine ritengono violenti, in quanto violano apparentemente la Legge.

In effetti, Gesù elimina l’equivoco di una rassegnazione cristiana dinanzi all’ingiustizia, ponendo l’esigenza della carità. Espelle i mercanti dal tempio (Mt 21,12; Gv 2,13-22), viola molte delle convenzioni religiose del suo tempo, è padrone del sabato (Mc 2,28), si oppone a una pace ingannevole (Mt 10,34; Lc 12,51), introduce la divisione persino nell’istituzione più sacra, la famiglia (Mt 10,35), insorge contro doveri sacri (Lc 9,60) e sovverte la normale cura dell’integrità del corpo (Mt 5,29). Si tratta di una violazione dell’ordine, proprio perché l’ordine è ingiusto rispetto alla realtà superiore del regno di Dio. (…).

Ma Gesù si presenta anche come mite e umile, tanto da trionfare sulla violenza sopportandola (1Pt 2,21-24). (…). Rispetto alla legge del taglione, Gesù esige il perdono incondizionato. Diverse disposizioni di Gesù riflettono questo mandato: amare i nemici (Mt 5,44; Lc 6,27), non opporre resistenza al male (Mt 5,30). (…). Egli considera che l’unico modo di ottenere la riconciliazione tra il violento e la sua vittima è l’amore e il sacrificio, la nonviolenza. (…).

La proposta non è di sopportare passivamente le ingiustizie, ma di assumere un atteggiamento fortemente attivo: andare incontro all’avversario, cercare di fare di lui un fratello. (…).

IL “BUEN VIVIR”: PUNTO DI CONTATTO TRA IL VANGELO E LE CULTURE INDIGENE

(…) La proposta di buen vivir di Gesù, racchiusa nella categoria teologica “Regno di Dio” ed espressa dalle sue parole, dalle sue azioni, dai suoi miracoli, dalle sue dispute, diventa sempre più chiara. Non è un ricettario di azioni concrete, ma un orizzonte a partire dal quale i seguaci del Maestro dovranno prendere le loro decisioni di fronte ai più diversi problemi che si troveranno ad affrontare in futuro.

(…). La comunità cristiana guarda se stessa come un esempio vivente di ciò che in termini moderni definiremmo come “l’altro mondo possibile”, una società alternativa. (…).

Solo rendendoci poveri con i poveri troveremo la via di uscita per un mondo costruito per acuire la disuguaglianza.

Le riflessioni che si svolgeranno durante questo incontro mostreranno come, in un’armonia che può derivare solamente dall’azione dello Spirito Santo in noi e nelle nostre culture, si possa giungere a una sintesi tra la proposta di buen vivir di Gesù e il modo in cui i nostri popoli comprendono la stessa realtà: il mondo della terra senza mali, il Sumak Kawsay. Credo che potrebbe servire per la nostra riflessione successiva indicare, di passaggio, alcuni punti di contatto:

1. Non evidenziamo forse nel nostro modo di applicare la giustizia nelle comunità il fatto che, più che dell’obbedienza alle norme e del semplice castigo del colpevole proprio della giustizia occidentale, i nostri popoli si preoccupano del recupero dell’armonia spezzata (l’essere umano al di sopra delle leggi)?

2. Non indicano forse le nostre vecchie tradizioni e i nostri miti il fatto che Dio ci ha creato tutti uguali in dignità e che nell’arcobaleno della convivenza umana non vi sono colori di troppo né gerarchie che rendano gli uni più importanti di altri (opzione per i più deboli)?

3. La rotazione delle cariche nelle comunità e il lavoro comunitario non rappresentano forse un modo nuovo di esercitare il potere, facendo sì che chi governa “comandi obbedendo” (il potere come servizio)?

4. Il riscatto della visione dei nostri antenati, che in Dio contemplavano con riverenza la dualità padre-madre e uomo-donna, non è forse motivo di ispirazione per la costruzione di una comunità che cancelli ogni tipo di discriminazione (Dio è pura misericordia)?

5. La pratica del consenso comunitario praticato nelle nostre comunità, in cui anche le minoranze hanno voce e rappresentanza, non è forse un modello di convivenza in grado di ridurre la violenza e di attenuare i conflitti (perdono e nonviolenza)?

E questi sono soltanto alcuni dei tratti rispetto a cui il vangelo e le culture indigene sembrano darsi la mano. Il buen vivir, di cui Gesù Cristo è un testimone e un referente indispensabile per la tradizione dei cristiani e delle cristiane, trova eco nelle più antiche tradizioni dei nostri popoli. E non è un caso, dal momento che è lo stesso vangelo a dichiararlo: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va» (Gv 3,8).

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