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PRIMARIE DEL PD: I MEDIA CATTOLICI SCRIVONO RENZI. MA LEGGONO LETTA

Tratto da: Adista Notizie n° 45 del 21/12/2013

37426. ROMA-ADISTA. Per avere un’idea di quale potrà essere il rapporto tra il nuovo Pd guidato da Matteo Renzi e le gerarchie cattoliche può essere indicativo quanto avvenuto a Strasburgo il 10 dicembre scorso. Quel giorno è stata votata una risoluzione non vincolante sulla salute e sui diritti sessuali e riproduttivi, presentata dai gruppi Ppe e Ecr (i conservatori britannici), nella quale si afferma che la formulazione e l'attuazione delle politiche su salute e diritti sessuali, inclusa l'educazione sessuale nelle scuole, è competenza degli Stati membri. La risoluzione è stata approvata con 334 voti a favore, 327 contrari e 35 astensioni. Il testo altro non è che il risultato di un emendamento che ha stravolto il documento elaborato dalla Commissione per i diritti delle donne del Parlamento, sostenuto dai socialisti e dalle sinistre. Documento nel quale si facevano una serie di raccomandazioni ai governi degli Stati membri e dei Paesi candidati con l’obiettivo di assicurare un'informazione completa riguardo ai metodi di regolazione delle nascite, garantendo a tutte eguale accesso a una gamma di metodi contraccettivi di qualità ed a metodi di conoscenza della fecondità; di promuovere il ricorso alla contraccezione d'urgenza a prezzi abbordabili e senza formalità (in pratica, la possibilità di acquistare senza prescrizioni mediche particolari la cosiddetta "pillola del giorno dopo") e di garantire a tutte la possibilità di accedere all'aborto in sicurezza.

Nei corridoi di Strasburgo, racconta Marco Zatterini sulla Stampa (11/12), rimbalzano voci a proposito dell’ira del leader socialista Hannes Swoboda, presidente dell'Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici, nei confronti dei deputati del suo gruppo che si sono astenuti. Sono sei, sono tutti italiani, e sono tutti “renziani” (David Sassoli, Silvia Costa, Mario Pirillo, Franco Frigo, Vittorio Prodi e Patrizia Toia). Il loro voto favorevole non avrebbe ribaltato il risultato dell’aula, ma la loro scelta brucia. Anche perché, sulla carta, a sinistra erano tutti d’accordo sulla risoluzione elaborata dalla Commissione. Invece i popolari del Ppe ed i conservatori britannici Ecr sono riusciti a rimandare tutta la materia alla competenza dei singoli Paesi.

Insomma, in Italia come in Europa la vittoria di Renzi prefigura un partito sempre meno di impianto socialdemocratico e liberal e sempre più attento a non urtare le sensibilità del mondo cattolico e dell’establishment economico finanziario. Su queste basi, cui si può aggiungere l’area “nuovista” che circonda il nuovo segretario e l’idea che con la sua vittoria il Pd rompa definitivamente con la sua tradizione di partito di sinistra, l’idillio con i vertici cattolici dovrebbe essere assicurato.

In realtà, il successo di Renzi alle primarie (frutto anche di una opposizione interna divisa e senza candidati di “peso”) non è stato salutata con l’entusiasmo che era lecito attendersi dalla stampa cattolica. In parte ciò è dovuto alla prudenza che spesso nella Chiesa cattolica caratterizza l’avvento di ogni novità. In parte al rischio che un successo tanto largo acceleri la crisi dell’esecutivo guidato da Letta, fortemente sostenuto in questi mesi dalla gerarchia. In parte anche a causa della decisa propensione maggioritaria e bipolare del nuovo leader, con il rischio che la nuova legge elettorale sia ancora di tipo maggioritario, e che schiacci i partiti centristi, che spingono per un ritorno al proporzionale, sulle due maggiori coalizioni.

Forse proprio per questo su Avvenire (10/12) Sergio Soave sottolinea il fatto che nel discorso pronunciato dopo la vittoria il neosegretario del Pd abbia ricordato tra i suoi obiettivi prioritari la riforma costituzionale e l’abolizione del bicameralismo perfetto: un provvedimento «che richiede, anche in caso di consenso amplissimo, una doppia lettura parlamentare che non si può realizzare in meno di un anno». Il che fa quindi pensare «che Renzi sia interessato a far durare l’esecutivo in carica, segnando il suo percorso con la pressione delle urgenze che vengono dal Paese, ma senza tendenze crisaiole. Si vedrà se e come questa prospettiva troverà il necessario consenso degli altri settori della maggioranza, finora snobbati per le esigenze di affermazione della vocazione maggioritaria sbandierata nella campagna elettorale delle primarie, ma con i quali sarà necessario cercare punti di intesa, da allargare anche a tutti i potenziali interlocutori d’opposizione sui temi delle riforme istituzionali e costituzionali». In ogni caso, scrive Soave, «la conclusione di una operazione di ricambio al vertice (ma anche nella fisiologia sostanziale) della maggiore formazione politica» rappresenta «un fattore di assestamento (e di assestamento affidato a una forma specifica di sovranità popolare) della classe dirigente in controtendenza positiva in un Paese in cui la crisi della sovranità popolare rischia di intrecciarsi drammaticamente con quella della sovranità nazionale».

Anche per p. Giacomo Costa, direttore di Aggiornamenti Sociali intervistato da Radiovaticana (9/12), il rapporto con Letta sarà determinante per Renzi che, spiega, deve dimostrare «a tutti quanto effettivamente il suo modo rinnovato, il suo desiderio di rinnovare la politica sia veramente far politica, che include anche il dialogare con posizioni diverse dalle proprie. Spero che la collaborazione con Letta, ma anche con altre persone all’interno del suo partito, sia proprio un’occasione non tanto per negoziare, o rimanere impastati nelle difficoltà, ma il segnale di un nuovo modo di far politica: una politica non centrata soltanto sulle prime donne, sulle grandi donne, su chi comanda il partito ma capace di coinvolgere e responsabilizzare le persone a lui affidate. Capace, quindi, di mettere insieme in maniera non conflittuale ma costruttiva tutto il Paese».

Il tema della tenuta del governo è centrale anche per Famiglia Cristiana, che sul suo sito internet ha aperto un forum di discussione sull’argomento. E che, in un commento di Antonio Sanfrancesco (intitolato “La sfida: da rottamatore a riformatore”), afferma che «Renzi deve dimostrare sul serio e concretamente che la sua offerta politica e la sua azione di rupture è in grado davvero di incidere nel Paese e cambiarlo. Vedremo». Perché il problema è oggi di un Pd «unico azionista del governo delle larghe intese, un governo che agli occhi dei cittadini appare sempre più invischiato dai veti incrociati, finora incapace di fare le riforme necessarie (a cominciare da quella elettorale), in difficoltà a rilanciare l’economia e soprattutto schiacciato dalle politiche di Bruxelles». Un partito che – dal momento che la Consulta ha detto che con questa legge elettorale non si può andare al voto – «dovrà cercare una mediazione con il premier Letta e con Angelino Alfano per dare una sterzata all’agenda di governo, fare la necessaria riforma della legge elettorale, tagliare i costi della politica, avviare le riforme costituzionali. Qui si giocherà la sua capacità di leadership». (valerio gigante)

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