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La complessità islamica e l'Europa: AsiaNews intervista p. Samir

La complessità islamica e l'Europa: AsiaNews intervista p. Samir

L’Islam come progetto sociale globale, la guerra in Siria, il fanatismo religioso, l’integrazione dei migranti islamici nei Paesi europei sono alcuni dei temi affrontati dall’islamologo gesuita p. Samir Khalil Samir in  una lunga intervista rilasciata all’agenzia AsiaNews (1 agosto)

«L'Islam è un progetto sociale globale. All’inizio – rammenta p. Samir – esso è stato un progetto religioso, lanciato da Muhammad, il quale ha spinto i suoi contemporanei ad abbandonare il culto delle varie divinità per riconoscere un unico Dio, All?h»; poi è diventato «sociale, per conformarsi ai costumi beduini, con tutte le sue tradizioni e norme; politico, per unire la comunità grazie a un nuovo progetto unico, l’esistenza di un unico Dio onnipotente! Di conseguenza, il progetto islamico comprende sia le dimensioni religiose, sia quelle politiche. E questo – osserva –  è il grande e vero problema fino ad oggi!».

Però esistono attualmente «alcuni Stati a maggioranza musulmana che fanno la distinzione tra religione e politica». La Siria, per esempio, «è un Paese musulmano al 90%, che ha però una costituzione laica, la quale fu redatta su richiesta del presidente Hafez al-Assad, nel 1973. L’autore è un cristiano ortodosso, Michel Aflaq, che aveva fondato nel 1947, con Salah al-Bittar, il partito Baath. Il presidente è sempre un musulmano, ma l'islam non è la religione di Stato. Ogni cittadino segue la sua religione, ma le norme della Costituzione valgono per tutti e si applicano a tutti: musulmani, cristiani, ebrei, atei… L'ideologia di fondo è caratterizzata dal panarabismo socialista, che pretende di essere secolare, e cerca di distinguere tra religione e politica». E «potremmo anche citare la Tunisia sotto Bourguiba, che, anche se musulmana, nel 1956 ha introdotto una certa laicità e soprattutto un’uguaglianza assoluta tra uomini e donne».

«La vera secolarità dello Stato», spiega p. Samir, è tuttavia «messa in discussione da un conflitto interno al mondo musulmano», perché lo Stato «è nelle mani della famiglia Assad, che è alawita, una branca degli sciiti. Gli sciiti costituiscono circa il 15% della popolazione musulmana. I musulmani sunniti hanno lanciato la guerra contro questo Stato. Anche in Iraq il governo (dopo la caduta di Saddam Hussein) è nelle mani degli sciiti. Iraq e Siria gli unici Stati arabi in cui gli sciiti sono al potere». Perciò il conflitto cui assistiamo «è una guerra intra-islamica, tra sciiti e sunniti. È anche ampiamente finanziata dal più ricco Stato sunnita, ossia l'Arabia Saudita, che è ciecamente sostenuto dagli Stati Uniti e, in parte, da alcuni Paesi europei».

Nella complessità islamica, chiede AsiaNews a p. Samir, come politica e Chiesa in Europa «devono affrontare il mondo musulmano? Come può funzionare il dialogo?».

«Nei rapporti con tutti gli Stati, compresi i Paesi musulmani – è la ferma convinzione dell’islamologo – si dovrebbero sempre applicare due principi fondamentali: l'uguaglianza tra tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro religione; l'uguaglianza assoluta tra uomini e donne. Questo è il fondamento della dignità umana». E dunque gli Stati europei «dovrebbero chiedere che questi due principi siano attualizzati ed applicati, nelle loro relazioni con tutti gli Stati musulmani, compresa l'Arabia Saudita. Va da sé che i Paesi che osano fare questo corrono il rischio di essere penalizzati, rispetto ad altri Paesi. È quindi importante che tale decisione venga presa congiuntamente da tutti i Paesi europei, per evitare disparità tra di loro». Ma questo «presuppne» che l'Unione Europea istituisca – questa è la proposta di p. Samir – «un comitato congiunto per monitorare l'applicazione della presente decisione, per evitare che questi principi siano solo affermati in teoria e non in pratica».

«L'integrazione dei musulmani nella società europea», afferma ancora venendo ad un problema oggi molto scottante anche nel nostro Paese, «avviene attraverso l'educazione e la pratica. Anzitutto nella scuola. Qui, il futuro si sta preparando trattando ragazzi e ragazze con lo stesso rispetto, europei di origine e migranti, cristiani e non cristiani, allo stesso modo, e così via. Poi, nella vita quotidiana, trattare tutti allo stesso modo, con più comprensione per qualcuno che è appena arrivato». Si tratta, conclude, «di educare la mentalità degli immigrati, per il meglio. Ma anche nella speranza che lo insegnino anche a coloro che sono rimasti nei loro Paesi d'origine, oppure coloro che un giorno ci torneranno».

*Foto di user:Lalupa tratta da Wikimedia Commons immagine originale e licenza

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