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La cura spirituale di se stessi

La cura spirituale di se stessi

Tratto da: Adista Documenti n° 40 del 24/11/2018

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Prendersi cura di sé non è una causa minore per coloro che vogliono servire cause più grandi. Avere cura di noi stessi è una condizione e, allo stesso tempo, una dimensione inerente all’impegno per le Grandi Cause: una reale fraternità-sororità e la liberazione di tutte le creature oppresse, a partire da quella che ci è più vicina. Ognuno è per se stesso il suo primo prossimo bisognoso. Come darci agli altri se non ci prendiamo cura di noi? E come possiamo prenderci veramente cura di noi stessi se ci chiudiamo e non ci doniamo a una causa più grande di noi?

1. Esseri di cura. Il mito romano racconta che Cura, passando vicino a un fiume, prese del fango dal fondo e modellò la figura di un essere umano. Giove passò di lì e quando Cura gli chiese di infondere lo Spirito in ciò che aveva fatto, il dio acconsentì. Noi dunque siamo esseri di fango animato, argilla e anima. Il motivo era già pre sente nel mito sumerico della Creazione (2000 a.C.) e viene accolto nella Bibbia (s. VI-V a.C.: Gn 2,7). L'essere umano (homo) è la terra (humus), argilla umile (humilis) e spirito di vita (Ruah, Pneuma, Spiritus), respiro e speranza. È chiaro che lo spirito che ci anima e ci unifica, che ci relaziona e ci muove non proviene dall'esterno della materia che ci costituisce e di cui siamo formati. Il cuore della materia è energia, ciò che sta al fondo di quella materia-energia può anche essere chiamato Dio.

Siamo esseri di cura. La "divina" Cura ci crea e ricrea incessantemente dalle profondità di noi stessi e di tutto ciò che esiste. Siamo Cura e Alito creatore per noi stessi e per i fratelli più piccoli che ci circondano. Fragili e vulnerabili come siamo, dobbiamo prenderci cura di noi stessi. Avere cura è assistere, ascoltare, accogliere. È comprendere, mettersi nei panni dell'altro ma anche nei propri panni, e continuare a fidarsi nonostante tutto.

Avere cura è respirare, dare sostegno, rispettare e talvolta sperare contro ogni speranza. E aprire il canale per lasciar fluire teneramente dal profondo la fonte delle lacrime. Prendersi cura significa curare.

2. Cura spirituale di se stessi. La cura spirituale non è una cosa come tante. L’ambito spirituale non si riferisce a una parte o a una dimensione specifica dell’essere o della vita. Dire spirituale equivale a dire profondo. Non siamo solo atomi, né solo molecole né soltanto cellule e organi. Non si vive di solo pane né di sole vitamine, proteine e grassi, o di scienza e conoscenza, e nemmeno naturalmente di ciò che spesso viene inteso come "pratica della spiritualità". Non siamo semplicemente ciò che possediamo, sentiamo e pensiamo, nemmeno l’insieme di tutte le nostre azioni, per quanto buone siano. Il nostro essere profondo non si esaurisce nella forma, benché non esista senza forma. Nel profondo del nostro essere e di tutti gli altri esseri chiamiamo lo spirito o il divino, Dio, come libertà e comunione senza fine.

Mariano Corbí definisce giustamente la spiritualità come una «qualità umana profonda» slegata da qualsiasi religione. La qualità umana profonda, che possiamo anche semplicemente chiamare "saggezza della vita", consiste nell’osservare, sentire e operare – vivere – secondo ciò che è più intimo e vero del nostro essere: libertà e compassione, respiro e tenerezza, ampiezza e comunione. Guardare e trattare tutte le persone e tutte le creature con riverenza e impegno solidale. La cura spirituale di se stessi richiede che ogni giorno si coltivi quella qualità umana profonda, quella spiritualità inscindibilmente personale e politica, mistica e impegnata, pacifica e trasformatrice.

La cura spirituale si traduce in una profonda fede in se stessi, nel prossimo, nella Madre Terra, nella misteriosa e santa energiamateria, madre e matrice di tutte le forme, nonostante tutte le ferite e l'oscurità.

3. La cura dell’attenzione contemplativa. L’attenzione è un attributo essenziale della cura. Fare attenzione è avere cura, e viceversa. Le occupazioni e i messaggi che ci reclamano da tutte le parti, l’incessante vortice delle nostre idee ed emozioni, ci impediscono di vivere attenti, di essere ciò che siamo, di osservare ogni cosa nel suo intimo mistero assoluto.

Vivere con attenzione significa essere centrati in noi stessi, interamente presenti e coscienti di ciò che vediamo, sentiamo, facciamo, qui e in ogni luogo, adesso e in qualsiasi momento, circostanza, attività. Vivere attenti e presenti significa immergersi nel grande Presente o nella Presenza. Ciò è equivalente alla contemplazione della tradizione cristiana, scopo della preghiera orale o interiore, ed è equiparabile alla meditazione silenziosa della tradizione orientale. Lo stesso termine meditazione, se ci atteniamo alla sua etimologia, significa proprio "stare al centro", e non si limita a una pratica particolare, piuttosto si riferisce a un modo di guardare, sentire, vivere a partire dal centro. Quando siamo e stiamo veramente attenti o presenti a noi stessi, agiamo in libertà e viviamo in pace nonostante tutto.

4. La cura del silenzio o del distacco. Il rumore ci inonda dall’esterno e dall’interno. Ci divide e ci aliena, ci asfissia e finisce per minare la nostra salute fisica, psichica e spirituale. Le nostre città, i luoghi di lavoro e spesso le nostre stesse case sono diventati inabitabili per il rumore del traffico, il frastuono e la fretta, la competitività smisurata, lo tsunami dell’informazione, l’incessante chiasso della televisione, il computer, il cellulare… Difendiamoci dal rumore. Certamente anche dal rumore fisico, ma soprattutto dal vortice mentale, emozionale, che ci impedisce di respirare con calma, ascoltarci a fondo, riposare, vivere centrati in noi stessi. In ultima istanza, il silenzio consiste nel vivere liberi dall’attaccamento al nostro ego con i suoi interminabili andirivieni, pensieri ed emozioni, progetti e paure, euforie e pesantezze, soddisfazioni e rancori. Il silenzio è distacco ed è dal distacco da io, a me, mio che proviene la pace. L’impegno e l’azione sono ineludibili, però sono liberatori soltanto nella misura in cui siamo liberi dalla necessità che abbiano successo. È urgente ricavare nelle nostre case e nella nostra agenda quotidiana momenti di respiro e di silenzio per immergerci nel Silenzio rivelatore, trasformatore e liberatore che palpita al Fondo di noi stessi e del tutto.

5. La cura teologica. Benché non sia la cosa più importante, dobbiamo avere cura anche della nostra teologia, poiché siamo esseri parlanti e dobbiamo esprimere la spiritualità evangelica in un linguaggio sensato per noi stessi e per le persone con cui vogliamo condividere quanto viviamo. Molti cristiani si sentono a disagio nel paradigma tradizionale: la materia contrapposta allo spirito, l’essere umano come centro e coronamento della creazione. Dio come Ente Personale Supremo a immagine umana, Gesù come unica incarnazione piena del Mistero divino e unico salvatore, il cristianesimo come unica religione pienamente rivelata, miracoli e dogmi, peccato e perdono, cielo e inferno… E sono doppiamente a disagio perché sono ancora privi di un linguaggio o di un paradigma teologico alternativo coerente con la loro visione del mondo.

Lo sviluppo e la diffusione delle scienze, lo sguardo all'infinitamente grande e all'infinitamente piccolo, la visione interrelazionata, dinamica ed evolutiva dell’universo o del multiverso, l’aumento gigantesco dell’informazione, la disintegrazione di tutte le certezze, l’insignificanza dell’Homo Sapiens in un cosmo in cui aumenta la probabilità di vita cosciente in altri pianeti, la coscienza di genere e dell’uguaglianza dei diritti di tutte le identità e orientamenti sessuali, le enormi sfide rappresentate dall’iperumanesimo e transumanesimo (alterazione del nostro DNA, cibernetica, intelligenza artificiale…), il disastro del sistema comunista e la perversione del neoliberismo, le crescenti diseguaglianze, la gravissima e letale crisi ecologica del nostro pianeta… Viviamo in un mondo profondamente diverso non solo dal "mondo antico" ma anche dal cosiddetto "mondo moderno". Non è più valida "la teologia di sempre" e nemmeno la teologia del Concilio Vaticano II, così timidamente aperta al moderno.

La rivoluzione culturale esige una rivoluzione teologica. Nessuna credenza né religione – compreso il cristianesimo – è essenziale per la spiritualità, come non lo è stata per Budda e per Gesù. Però è necessario un linguaggio ragionevole per esprimere lo Spirito che ricrea il mondo e ci ricrea incessantemente. Abbiamo bisogno di una teologia coerente con la nostra cosmovisione: un’immagine di Dio che vada oltre l’immagine teista, personalista, antropomorfica: una cristologia spirituale, cosmica e pluralista al di là della semplice identificazione tra la particolarità di Gesù e l’universalità del Cristo o dello Spirito; una Chiesa democratica, non clericale e patriarcale, oltre ogni sistema religioso di credenze, riti e codici.

La cura spirituale di se stessi e delle Grandi Cause è una sfida grande e anche una Grande Causa personale ed ecclesiale di oggi. Ne abbiamo bisogno.

Rincon de Arte, foto [ritagliata] di Samuel Cruz Prado del 2011, tratta da Wikimedia Commons, licenza Creative Commons

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