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PRIMO PIANO. Una bottiglia di vino

PRIMO PIANO. Una bottiglia di vino

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 43 del 15/12/2018

Non so voi, ma io provo sempre più un senso di disagio quando si avvicinano le feste natalizie! Perciò, come “manifesto” del prossimo Natale proporrei quello affisso per le strade di una sonnacchiosa città di provincia, che ritrae una mangiatoia con la classica paglia su cui è teneramente adagiata una invitante bottiglia di vino. Un manifesto pubblicitario - apparso sui muri di Avellino e provincia per reclamizzare un supermercato - che merita di essere assunto a simbolo di questo Natale, per la sua involontaria sincerità. Vera icona natalizia, questa immagine esprime senza ipocrisia, con lapidaria ed inequivocabile chiarezza, cosa ci attendiamo dal Natale: una bottiglia di vino per dimenticare.

Per cancellare dalle orecchie il rumore delle bombe su Aleppo e sul resto della Siria. Per dimenticare le esplosioni per le strade della Terra Santa. Per offuscare ai nostri occhi la vista di quelli delle migliaia di bambini malnutriti che vergognosamente lasciamo morire solo perché in tantissimi luoghi del nostro pianeta è irreperibile perfino qualche grano di comunissimo sale da cucina per curare la dissenteria. Niente di meglio che una bottiglia di vino per continuare a non contrastare la semina dell’odio a cui la politica ci sta abituando nel nostro e in altri Paesi.

Una bottiglia di buon vino di fronte alla sconfitta della pace e alla violenta ripulsa del pacifismo, per far posto a rigurgiti di vecchi e nuovi fascismi e del razzismo di sempre. Una bottiglia di vino per dimenticare la natura sfregiata e calpestata; per scordarci delle migliaia di migranti morti nei viaggi della speranza, offesi nella loro dignità, calpestati dal nostro egoismo. Una bottiglia di vino per restare passivi di fronte all’impoverimento dei poveri e all’arricchimento dei ricchi. Per non pensare a quanto ci stiamo incattivendo, a quanto vigliaccamente sfoghiamo rabbia e frustrazione per i nostri fallimenti contro i più poveri di noi, quasi mai contro i potenti. Per solleticare una misera allegria artificiale e celebrare uno squallido fasto, raccattando pochi spiccioli di egoismo rivestito di carta stagnola.

Non vediamo, infatti, più deposto alcun gesubambino nella tradizionale mangiatoia del presepe perché non abbiamo più voglia né intenzione di accogliere nessun bambino, nessun debole, nessun povero o scartato che ci ricordi il dolore. Perché vogliamo, disperatamente, farci i fatti nostri. Preoccupati soltanto di esorcizzare ogni minaccia, sappiamo solo girare le spalle, e attaccarci ad una volgare bottiglia di vino. Non abbiamo più nulla a che spartire con la forza di inginocchiarsi ad adorare un bambino, con il coraggio di credere all’unica forza capace di muovere la storia, quella dei deboli e degli sconfitti.

Perché Natale resta il più grande paradosso divino: ci mette di fronte a Dio stesso, il Creatore, che si fa bambino, debole e per giunta, povero. Un Dio che ci “scandalizza” perché mentre noi ci ostiniamo a volerlo vedere come l’Onnipotente, lui ci disobbedisce; disobbedisce, forse anche a se stesso e, caparbiamente continua a nascere, testardamente si incarna nella storia reale, nelle storie quotidiane e concrete, tra le pieghe, nei frammenti e negli scarti della Storia, quella decisa dai potenti e dai violenti.

Dobbiamo rileggere il racconto dei Vangeli sulla nascita di Gesù, cercare di leggerlo come se fosse per la prima volta, senza vedere sullo sfondo l’immagine tradizionale e rassicurante del presepe di sughero e cartapesta a cui siamo fin troppo abituati, e accorgerci che Gesù non nasce né in chiesa, né a Natale, ma in un giorno qualunque, in un posto insignificante, da gente che non conta niente; in esso leggeremo che di fronte alla stalla di Betlemme si può arrivare soltanto in due modi: o come Erode per sopprimere l’innocente, o come i pastori poveri con il Dio povero. Non esistono vie di mezzo. Invece, da duemila anni a questa parte, troppe volte, proprio noi cristiani, tentiamo vie traverse, senza fare con chiarezza la nostra scelta. È vero che spesso non esprimiamo il rifiuto di Erode, ma è altrettanto vero che abbiamo addolcito, smussato la provocazione, lo “scandalo” di quel racconto e, come dice papa Francesco, abbiamo «paganizzato e mondanizzato Natale». Abbiamo tentato una conciliazione impossibile tra il “bambino deposto nella mangiatoia” e il nostro egoismo benpensante; se ci pensiamo bene, dove mangiano gli animali è un posto strano per far nascere un bambino e per di più figlio di Dio; ma proprio perché così inconsueto è anche un segno inconfondibile.

Come accadde ai pastori, Dio continua a provocare anche noi, con dei segni “strani” perché possiamo riconoscerlo facilmente. E, proprio come la mangiatoia di Betlemme, si tratta sempre di segni strani ma inconfondibili. Come quello di Alba, una bimba affetta da sindrome di down che, abbandonata in ospedale alla nascita, scartata da ben sette famiglie “normali”, ha trovato sulla sua strada Luca Trapanese, 40 anni, single e gay.

Noi invece, anziché cercare il segno inconfondibile della presenza di Dio nella Storia, nella nostra storia, lo abbiamo nascosto sotto la festa che abbiamo creato attorno al Natale, una festa di luci e di carillon, di regali e di abbuffate, di elemosine di circostanza, di sentimentalismi sdolcinati, di prediche fervorose, di pubblicità finte, di affari. E abbiamo sottratto Natale al povero Cristo e ai tanti, troppi, povericristi.

Che il Bambino, figlio di straccioni, sia anche il figlio di Dio urta la nostra sensibilità pelosa e la nostra troppo unilaterale idea di Dio. In fondo, è più comodo considerarci a “immagine e somiglianza” di un dio potente che del Dio Straccione, e forse proprio per questo facciamo tanta fatica a vedere Dio nell’impoverito, nell’emarginato, nel diverso, nello scartato.

Senza ipocrisia dovremmo ammettere che ci manca il coraggio di restituire Natale a Gesù Cristo e ai poveri. A quei poveri che non sanno più o non sanno ancora che Natale appartiene a loro: al bambino africano o rohingya o in marcia verso gli USA, che vediamo asetticamente in televisione, stremato dalla fame e dalla stanchezza, e a sua madre che lo guarda morire; alla schiava bambina costretta alla prostituzione; al disoccupato che tenta il suicidio; al tossicodipendente che vede eroina e solo quella nel suo domani; al detenuto, al barbone, al migrante. Insomma, dobbiamo restituire il Natale ai «pubblicani e alle prostitute che ci precederanno nel Regno dei Cieli». Dovremmo restituire il Natale rubato che, per tanti versi, non ci appartiene più.

Sembra strano, ma più rinunceremo all’ubriacatura con la quale abbiamo riempito il Natale, più lo vivremo. E il Bambino potrà tornare nella sua scomoda e umana mangiatoia. 

* Vitaliano Della Sala è amministratore parrocchiale a Mercogliano (Av)

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