“No liste no bersagli". Flash mob il 26 febbraio sostenuto da 50 ospedali contro la consegna dei medici palestinesi a Israele
“No liste no bersagli. Solidarietà e cura non sono reato”. Con questo titolo è stato annunciato per giovedì 26 febbraio un flash mob davanti agli ospedali e alle strutture sanitarie in una fascia oraria che va dalle ore 13:30 alle 14:30. Organizzato da #DigiunoGaza e da Sanitari per Gaza (rete di operatrici e operatori della sanità unitamente a persone volontarie, medici e non solo, che si offrono di organizzare il flash mob), l’evento è sostenuto da oltre 5mila firme raccolte dalla petizione suchange.org e sono già oltre 50 gli ospedali e le strutture sanitarie che da Aosta a Palermo parteciperanno #NoListeNoBersagli.
Scrivono gli organizzatori che «sono centinaia di sanitari mobilitati in tutta Italia per dire: NO al bando di Israele contro le Ong che non consegnano i nomi del personale palestinese; NO a ddl antisemitismo e decreto sicurezza; NO alla criminalizzazione del personale sanitario». E riaffermano: «Stiamo con le Ong, stiamo con Gaza. La solidarietà e la cura non sono reato!».
L'elenco degli ospedali che partecipano al flash mob (in continuo aggiornamento) è disponibile su https://www.digiunogaza.it/cura-e-soldarieta-non-sono-reato-26-febbraio-flash-mob-davanti-agli-ospedali/ mentre per partecipare all’iniziativa si può accedere al VADEMECUM.
La petizione che informa sul «problema» inizia con questa dichiarazione di intenti:
«Noi operatrici e operatori della sanità e associazioni che operano per la pace, in difesa dei diritti umani e del diritto internazionale esprimiamo la nostra solidarietà a Medici Senza Frontiere, a Oxfam e a chi delle 37 ONG a cui Israele ha negato il permesso di operare a Gaza rifiuterà di consegnare alle autorità israeliane le liste del proprio personale palestinese, ritenendola una richiesta incompatibile con i principi umanitari e con il dovere di protezione dei lavoratori e delle comunità assistite. Questa decisione coraggiosa non è un atto di sfida: è un imperativo etico e legale».
Poi spiega: «Nel marzo 2025, le autorità israeliane hanno annunciato che le ONG operanti a Gaza avrebbero dovuto fornire nomi e informazioni sul proprio personale. Il 30 dicembre è stato poi comunicato che le registrazioni preliminari di 37 ONG umanitarie erano scadute e che le organizzazioni avrebbero dovuto cessare le attività entro 60 giorni oppure trasmettere tali dati, senza chiare garanzie sulla sicurezza degli operatori».
Questa è una «richiesta di delazione mira a costringere le ONG a partecipare alla politica coloniale di sorveglianza e controllo dei gazawi, un sistema utilizzabile per arrestare, torturare o uccidere operatori sanitari, come dimostrato dai dati degli ultimi due anni. Allo stesso tempo, la misura contribuisce a screditare le ONG agli occhi dell'opinione pubblica nazionale e internazionale, ponendole in una situazione di scelta comunque sbagliata».
Eppure «i dati parlano con drammatica chiarezza. Nel 2022 a Gaza erano presenti 16.259 operatori sanitari, di cui il 18,2% impiegato presso organizzazioni non governative. Dal 7 ottobre 2023, circa 1.700 di questi professionisti sono stati uccisi — il 10,4% dell'intera forza lavoro sanitaria — con un'età media all'uccisione di 38,8 anni e una perdita stimata di 68.089 anni di vita. Tra i sanitari uccisi, 15 appartenevano allo staff di Medici Senza Frontiere. Parallelamente, 656 operatori sanitari sono emigrati al di fuori di Gaza, mentre oltre 360 sono stati illegalmente detenuti dalle forze israeliane».
«In questo contesto – seguita la petizione – consegnare i nomi dei colleghi palestinesi significherebbe trasformarli in potenziali bersagli, esporli ad un ulteriore rischio di arresto o uccisione e violare il nostro dovere legale ed etico di proteggerli, oltre a tradire i principi fondamentali dell'azione umanitaria. Allo stesso tempo, impedire alle ONG l'ingresso a Gaza significa privare centinaia di migliaia di gazawi da cure essenziali e violare nuovamente il diritto internazionale».
«Anche dopo il cessate il fuoco dell'ottobre 2025 – spiega la petizione – Israele non ha rispettato gli accordi sull'ingresso degli aiuti: secondo Al Jazeera, al 9 dicembre 2025 il cessate il fuoco era stato violato almeno 738 volte, con 377 palestinesi uccisi e solo il 38% dei camion concordati effettivamente autorizzati a raggiungere le proprie destinazioni»; e va che «il 29 gennaio 2026, le Forze di Difesa Israeliane hanno riconosciuto come accurate le cifre del Ministero della Salute di Gaza: oltre 71.000 palestinesi uccisi da Ottobre 2023. Per più di due anni, questi dati sono stati sistematicamente screditati come "propaganda di Hamas" da funzionari israeliani, canali mediatici Occidentali e persino dal Congresso degli Stati Uniti».
Infine le richieste della petizione con l’invito a firmare:
«Chiediamo pertanto ai nostri governi e alla società civile di:
● esprimere un forte sostegno e solidarietà alle ONG che proteggono il loro personale rifiutando di consegnare liste che potrebbero trasformarsi in elenchi di bersagli;
● esigere che Israele rispetti il diritto internazionale e garantisca il proseguimento delle attività delle ONG sul territorio;
● garantire l'ingresso degli aiuti umanitari come stabilito dagli accordi.
Le Convenzioni di Ginevra non sono suggerimenti. La protezione del personale medico non è negoziabile.
Quando a un'organizzazione umanitaria viene imposto di scegliere tra consegnare i nomi dei propri colleghi a una forza che ne ha già uccisi 1.700, arrestati illegalmente e torturati oltre 360 in poco più di due anni, oppure cessare le operazioni, è la scelta stessa a rivelare la natura del regime che la impone.
Stiamo con MSF e Oxfam. Stiamo con le ONG. Stiamo con Gaza.
Il silenzio è complicità. L'azione è dovere».
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