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Ricorrono all'Alta Corte israeliana le Ong

Ricorrono all'Alta Corte israeliana le Ong "invitate" a lasciare il Paese

Oxfam, Refugees International, Pax Christi International, Terre des hommes Italy sono fra le 37 organizzazioni umanitarie internazionali che hanno ricevuto dalle autorità israeliane l’ordine di cessare le proprie attività nel Territorio Palestinese Occupato entro la fine di febbraio, in base alle nuove norme israeliane in materia di registrazione.

Poiché si avvicina la scadenza per la chiusura e non volendo rinunciare alla loro missione umanitaria in sostegno della popolazione civile nel Territorio Palestinese Occupato, hanno annunciato oggi che presentano ricorso all’Alta Corte israeliana.

Il 30 dicembre 2025, ricostruisce il comunicato stampa delle Ong interessate, «le organizzazioni interessate sono state formalmente informate che le loro registrazioni in Israele sarebbero scadute il giorno successivo e che avrebbero avuto 60 giorni di tempo per concludere le attività a Gaza e in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. La lettera di notifica specificava che la decisione avrebbe potuto essere revocata solo qualora le organizzazioni avessero completato integralmente la procedura di registrazione, con la quale tuttavia non possono conformarsi né legalmente né eticamente».

Le misure per imporre la chiusura potrebbero iniziare già dal 28 febbraio 2026, avvertono le Ong, e «l’impatto sarebbe immediato e si estenderebbe ben oltre le singole organizzazioni, coinvolgendo l’intero sistema umanitario. A Gaza, le famiglie continuano a dipendere dall’assistenza esterna in un contesto di continue restrizioni all’ingresso degli aiuti e di nuovi attacchi in aree densamente popolate. In Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, incursioni militari, demolizioni, sfollamenti, espansione degli insediamenti e violenze dei coloni stanno determinando un aumento dei bisogni umanitari».

Le ONG internazionali infatti «sostengono o attuano l’erogazione di oltre la metà di tutta l’assistenza alimentare a Gaza, il 60 per cento delle operazioni degli ospedali da campo, quasi tre quarti delle attività relative a rifugi e beni non alimentari, l’intero trattamento ospedaliero per i bambini affetti da malnutrizione acuta grave e il 30 per cento dei servizi di istruzione in emergenza, oltre a finanziare più della metà delle operazioni di bonifica degli ordigni esplosivi».

Il comunicato spiega anche quali misure siano loro richieste e che non possono accogliere. «La registrazione presso l’Autorità Palestinese costituisce la base legale che consente alle ONG internazionali di operare nel territorio palestinese. Ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra, una potenza occupante è tenuta a facilitare i soccorsi a favore della popolazione civile sotto il proprio controllo. Subordinare la presenza umanitaria a requisiti amministrativi ampi e pervasivi, inclusa la trasmissione di elenchi completi del personale nazionale, unitamente a motivazioni vaghe e politicizzate per il diniego, rischia di interrompere servizi salvavita e di compromettere l’obbligo di garantire il benessere della popolazione civile in situazione di occupazione».

«La richiesta di trasferire dati personali comporta gravi rischi sotto il profilo della sicurezza e della legalità», approfondisce il comunicato: «Espone il personale nazionale a possibili ritorsioni e compromette le consolidate garanzie in materia di protezione dei dati e riservatezza. Per le organizzazioni europee, in particolare, l’adempimento di tali richieste determinerebbe significative responsabilità giuridiche e contrattuali. Più in generale, requisiti di questo tipo creano un precedente suscettibile di disincentivare un’azione umanitaria indipendente e basata su principi in contesti altamente politicizzati».

Le ONG internazionali «hanno proposto alternative pratiche, tra cui sistemi di verifica da parte di enti indipendenti, in grado di garantire al contempo conformità normativa e tutela del personale senza divulgare dati personali. Non è stata fornita alcuna risposta sostanziale. Nel frattempo, l’applicazione delle misure è già iniziata nella pratica, con il blocco di forniture e il diniego di visti e accesso al personale internazionale».

Da qui, il ricorso per «chiedere un'ingiunzione provvisoria urgente per sospendere la scadenza delle registrazioni e impedirne l'ulteriore esecuzione in attesa di revisione giudiziaria. Le organizzazioni ricorrenti sostengono che tali misure amministrative costituiscano un tentativo di limitare operazioni umanitarie consolidate in modo incompatibile con gli obblighi di una potenza occupante ai sensi del diritto internazionale umanitario».

Le Ong chiedono anche l’intervento dei governi: che agiscano «con urgenza per prevenire l’attuazione di queste misure e garantire che l’assistenza umanitaria rimanga fondata sui principi, indipendente e senza ostacoli. Se tali misure dovessero entrare in vigore, gli aiuti verrebbero ostacolati non perché i bisogni siano diminuiti, ma perché sarebbero resi opzionali, condizionati o politicizzati. In un momento in cui la popolazione civile dipende dall’assistenza per sopravvivere, tale esito comporterebbe conseguenze umane immediate e irreversibili».

*Foto ritagliata di Almog tratta da Commons Wikimedia, immagine originale e licenza

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