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Simona Segoloni, teologa: la sinodalità non può prescindere dalla pari dignità fra uomini e donne

Simona Segoloni, teologa: la sinodalità non può prescindere dalla pari dignità fra uomini e donne

ROMA-ADISTA. “Sinodalità, una Chiesa di fratelli e sorelle che camminano e decidono insieme” è il titolo del convegnoche si terrà a Padova il 12 aprile presso la Facoltà teologica del Triveneto. Si tratta di un convegno inter-facoltà, nel senso che vi partecipano varie Facoltà teologiche: di Sicilia, Pugliese, dell’Italia Centrale, dell’Emilia Romagna, dell’Italia Settentrionale e dell’Istituto universitario Sophia (con il sostegno del Servizio nazionale per gli studi superiori di Teologia e di Scienze religiose della Conferenza episcopale italiana - qui il programma completo e le indicazioni logistiche).

Sono una ventina i docenti delle diverse Facoltà teologiche che hanno voluto dare un contributo allo studio del tema attivando, nel triennio 2015-2018, un progetto di ricerca sulla dimensione sinodale della Chiesa e le sue pratiche di sinodalità. Un tema particolarmente pregnante ai nostri giorni, considerando che questo papa tende a “delocalizzare”, a responsabilizzare sotto più punti di vista quelle “periferie” che sono le Chiese locali. E considerando che all’ultimo Sinodo (sui giovani, ottobre 2018), le religiose presenti alle discussioni insieme ai vescovi hanno protestato rivendicando quel diritto di voto che è a loro precluso perché donne.

In preparazione al convegno, SettimanaNews ha programmato quattro interviste su vari aspetti sollecitati dall’evento di prossima realizzazione. La prima (18/3), incentrata su quella parte del tema che richiama “fratelli e sorelle insieme”, è rivolta alla teologa Simona Segoloni, docente di teologia dogmatica all’Istituto teologico di Assisi e membro del gruppo di lavoro inter-facoltà che ha preparato il convegno.

Qual è la radice delle riconosciute difficoltà nell’attuazione della sinodalità?, chiede l’intervistatore. «Fondamentalmente è il clericalismo, l’idea cioè che la Chiesa coincida con i ministri ordinati e che tutto il resto sia marginale», è la risposta. «Questo si unisce a un maschilismo che sbilancia la struttura sociale della Chiesa e, anziché valorizzare la novità evangelica che porta a costruire una Chiesa di fratelli e sorelle, rischia invece di esaltare le differenze in modo distorto: le donne hanno alcuni doni e sono adatte per alcune cose, gli uomini hanno altri doni e sono adatti per altre cose».

«Di fatto – aggiunge – si realizza una devianza, perché la novità evangelica vede uomini e donne chiamati al discepolato, all’annuncio, al servizio. Dal punto di vista delle prassi ecclesiali, questa visione dominante determina l’impossibilità di vivere relazioni realmente fraterne. Abbiamo sempre relazioni gerarchiche fra un maschile e un femminile». «Bisogna riconoscere che ci sono degli spazi per le donne. Però si tratta di spazi che, almeno allo stato attuale, si legano all’autenticità delle persone, all’occasione del momento, magari a un ministro ordinato particolarmente lungimirante e collaborativo oppure a donne che hanno combattuto le loro battaglie e qualcosa hanno ottenuto… È la struttura ecclesiale che su questo è in difficoltà».

Simona Segoloni suggerisce allora alcuni correttivi: «Innanzitutto bisognerebbe attivare percorsi sinodali reali, dove cioè la parola “consultivo” non sia sinonimo di “accessorio”. In un organismo consultivo, chi decide è tenuto all’ascolto obbediente di ciò che lo Spirito discerne in quella porzione di Chiesa radunata; e se, in questo consiglio, assieme agli uomini siedono le donne, allora anche da esse dipende ciò che si deciderà. Si potrebbe inoltre pensare a ruoli di leadership per le donne, posizioni di responsabilità, anche se non legati a un ministero ordinato». «Per rappresentare il Cristo – osserva – non c’è bisogno di essere maschi…, ma il cammino perché questo sia condiviso da tutti è ancora lungo e irto di ostacoli».

*Segregazione fra i generi. Tratta daWikipedia immagine originale e licenza

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