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La Libia, l’ONU e l’Italia

La Libia, l’ONU e l’Italia

Non è facile capire se in Libia l’azione armata intrapresa dal generale Khalifa Haftar, intesa a conquistare Tripoli con l’abbattimento del governo di Al Sarraj riconosciuto dalla comunità internazionale, stia dando luogo a un conflitto durevole di bassa intensità o a un violento scontro con il rapido successo delle milizie attaccanti foriero di una sanguinosa guerra civile. In un caso o nell’altro siamo di fronte a un disastro che chiama in causa le responsabilità sia delle Nazioni Unite e sia delle grandi Potenze che con le proprie scelte possono sollecitare o impedire un fattivo intervento dell’ONU. Il nostro Governo ha istituito un “Gabinetto di crisi” con il compito di “facilitare” una soluzione politica del conflitto e il Presidente del Consiglio Conte ha dichiarato che “non ci sono interessi economici o geopolitici che possono giustificare derive militari” assicurando il pieno sostegno dell’Italia alle determinazioni delle Nazioni Unite e aggiungendo che “se ci sarà una crisi umanitaria l’Italia saprà fronteggiarla”. Ma il Governo italiano può fare di più. Deve incalzare l’Unione Europea perché solleciti l’ONU a intervenire sulla grave emergenza con la tempestività e l’incisività che il caso richiede. E lo deve fare nell’interesse supremo della pace anche per evitare che nei rapporti fra alcuni Stati dell’Unione si insinuino sospetti di nocivi interventismi autonomi come quello francese che qualche anno addietro contribuì ad aggravare l’instabilità politico-militare proprio della Libia. Sappiamo bene che in Europa e nella comunità internazionale ci sono state e ci sono sul problema libico divergenze e interessi diversi ma è tempo che su questo dramma e sugli altri conflitti che insanguinano il mondo e seminano miseria le grandi Potenze siano messe di fronte alle proprie responsabilità.

Dal momento che in questa emergenza il ruolo dell’ONU appare attardato e incerto, non sembra vano ricordare quali sono i compiti essenziali e qualificanti di tale Organizzazione a partire dall’art. 1 del suo Statuto il quale stabilisce che le Nazioni Unite devono «mantenere la pace e la sicurezza internazionale» adottando «efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace e per reprimere gli atti di aggressione o le altre violazioni della pace», di sviluppare relazioni amichevoli fra gli Stati «fondate sul principio dell’uguaglianza dei diritti e dell’autodeterminazione dei popoli» e di conseguire la cooperazione internazionale nella soluzione dei problemi sul versante economico-sociale. Quanto alle misure coercitive contro le minacce alla pace e gli atti di aggressione, la Carta dell’ONU stabilisce, agli artt. 41 e 42, che il Consiglio di Sicurezza adotta i provvedimenti necessari senza l’uso della forza per poi decidere, qualora queste prime misure risultassero inefficaci, di «intraprendere con forze aeree, navali e terrestri ogni azione che sia necessaria per mantenere la pace o la sicurezza internazionale».

Quanto ai conflitti interni, come nel caso della Libia, c’è da tenere presente che, per eliminare ogni dubbio sul potere dell’ONU di intervenire per impedire stragi e disastri, nel settembre del 2005 in sede di Assemblea generale delle Nazioni Unite un vertice dei capi di Stato e di Governo approvò un documento sulla "Responsabilità di protezione" col quale, sulla base del principio per cui la sovranità non è un privilegio ma una responsabilità, si afferma che gli Stati hanno il dovere di proteggere le loro popolazioni da "genocidi, crimini di guerra, pulizie etniche e crimini contro l'umanità". E nello stesso documento si aggiunge che quando uno Stato non assicura la protezione contro tali atrocità, la comunità internazionale ha la responsabilità di intervenire in un primo momento per via diplomatica, successivamente con mezzi di pressione dissuasivi e infine con la forza militare. Quanto alle procedure da seguire nell’attuazione di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che autorizzano interventi militari lo Statuto stabilisce che i membri delle Nazioni Unite si devono impegnare a mettere a disposizione del Consiglio di Sicurezza i necessari contingenti delle Forze Armate, che «i piani della loro azione sono stabiliti dal Consiglio di Sicurezza coadiuvato da un Comitato di Stato Maggiore», che questo Comitato ha la responsabilità della «direzione strategica di tutte le forze messe a disposizione del Consiglio di Sicurezza» e che le decisioni di detto Consiglio sono eseguite secondo quanto stabilisce il Consiglio medesimo. Disposizioni queste spesso largamente disattese.

Sorgono allora alcuni interrogativi. Se gli interventi dell’ONU devono avere solo le finalità indicate dallo Statuto, compresa quella di promuovere il progresso economico e sociale specialmente dei popoli che ne hanno estremo bisogno, che senso hanno i protagonismi di alcuni governi guidati da malintesi prestigi nazionali, da interessi economici particolari e persino da ragioni elettorali? E, per quanto attiene al nostro Paese, che senso hanno certe sortite sulla chiusura dei porti anche nei confronti di profughi che si appalesano improprie, strumentali e destinate prima o poi a nuocere anche a chi spavaldamente a esse ricorre? Il fatto è che i poteri dell’ONU hanno subìto nei fatti un inammissibile svuotamento che dovrebbe essere contrastato da un forte movimento mondiale di opinione impegnato a chiedere il potenziamento di tale Organizzazione e la tutela della sua autonomia per metterla in grado di perseguire gli obiettivi per i quali è stata costituita.

Occorre insomma una grande riforma dell’ONU a partire dalla eliminazione di quel paralizzante “residuo bellico” costituito dal diritto di veto riservato nel Consiglio di Sicurezza a ciascuno dei membri permanenti e cioè alle Potenze vincitrici dell’ultimo conflitto mondiale. Un’opera di rafforzamento e di democratizzazione delle Nazioni Unite alla quale la nostra Repubblica, per i valori di Resistenza e di Liberazione ai quali si ispira, può dare un prezioso contributo accreditandosi sullo scenario internazionale come una “grande Potenza” di giustizia e di pace. Costruire l’Europa federale disegnata dal Manifesto di Ventotene e fare in modo che l’ONU possa davvero perseguire i fini indicati dall’art. 1 del suo Statuto dovrebbero essere le idee-guida di ogni politica autenticamente innovativa.

Brindisi, 16 aprile 2019

Michele Di Schiena, presidente onorario aggiunto della Corte di Cassazione

*Ritratto di Al Sarraj, immagine di Thierry Ehrmann, tratta da Flickr, immagine originale e licenza

 

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