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Quel sogno tradito di un futuro migliore: i 10 anni del Sud Sudan in un servizio di “Nigrizia”

Interessante approfondimento di Nigrizia – periodico dei missionari comboniani – sul decimo compleanno del Sud Sudan, il più giovane Paese d’Africa, diventato indipendente da Khartoum il 9 luglio 2011, dopo il referendum secessionista stravinto nel gennaio precedente.

La firma è di Jok Madut Jok, cittadino sudsudanese, saggista, antropologo, docente all’Università Usa di Syracuse nello Stato di New York, membro del Rift Valley Institute (centro di ricerca keniano che si occupa di Africa Orientale).

Quando Il Sud Sudan si è reso indipendente dal Sudan nel 2011 veniva da oltre 200 anni di lotte e guerre; la Comunità internazionale ha esultato e promesso il proprio sostegno per aiutare il neonato Paese a costruire infrastrutture e quell’impalcatura istituzionale e democratica necessaria al suo futuro. «La comunità internazionale – spiega l’antropologo – si è concentrata nel supporto alla formazione delle istituzioni statali, una scelta davvero vitale. Ma hanno ignorato l’altra parte cruciale della ricostruzione: immaginare, sviluppare e promuovere l’idea di cittadinanza, il sentimento di appartenere ad un’unica nazione collettiva».

Ma i leader politici del nuovo Paese – invece di fare tesoro dei 50 anni di abusi, razzismo religioso ed etnico, esclusione economica, subiti dai popoli del Sud Sudan – hanno riprodotto all’interno del nuovo Stato le stesse dinamiche instaurate con Khartoum. Tanto che, denuncia l’autore, in questo decimo compleanno «c’è molto poco da celebrare»: «La grande maggioranza dei sudsudanesi sono sfollati, hanno cercato rifugio nei Paesi vicini o stanno affrontando fame e malattie. Molti sono orgogliosi di avere un posto che possono chiamare casa, ma c’è una diffusa delusione per il modo in cui il Paese è stato governato».

Ai cittadini sudsudanesi non piace in particolare il furto delle risorse pubbliche, la gestione arbitraria, familistica e tribale del potere, la violazione della costituzione, la repressione delle voci dissonanti, la violenza, la guerra e gli abusi diffusi nel Paese. «C’è più violenza adesso che prima dell’indipendenza», accusa Jok Madut Jok: una violenza «sia “promossa” dallo stato che di genere diverso, e non ci sono sforzi significativi per contenerla. Non c’è stato un chiaro piano d’azione per la transizione alla democrazia».

Nel 2011 i sogni dei sudsudanesi erano altri. E invece, appena un anno e mezzo dopo, sono precipitati in una guerra civile lunga, fratricida e «senza senso», in un Paese che ad oggi appare frammentato a livello etnico, tribale e regionale, in cui la dimensione identitaria è più forte di quella statale, incapace di costruirsi intorno ad «un sentimento di coesione nazionale e di cittadinanza collettiva». Per parafrasare Massimo D’Azeglio, sollecita l’antropologo, “Fatto il Sud Sudan, bisogna fare i sudsudanesi”. E si domanda: «Il Sud Sudan diventerà mai una nazione unificata, dove, ad esempio, l’appartenenza etnica non sarà più un elemento da considerare nelle interviste per un lavoro, dove non ci saranno più gruppi politico-militari fondati su base etnica, dove l’assegnazione di servizi, progetti di sviluppo, contratti pubblici non dipenderà dal gruppo etnico? Ora tutto questo è la norma e crea un contesto politico caratterizzato da sospetto e sfiducia».

L’unica flebile speranza, sottolinea in chiusura l’autore dell’approfondimento, è la tenuta del Revitalized Agreement on the Resolution of Conflict in South Sudan (R-ARCSS), siglato ad Addis Abeba il 12 settembre 2018. L’accordo di pace, spiega, «ha portato alla ricostituzione del governo di coalizione nazionale, conosciuto come Governo transitorio di unità nazionale rivitalizzato (R-TgoNU). L’implementazione dell’accordo continua ad essere una sfida. Tuttavia, offre un barlume di speranza perché dovrebbe offrire le basi per una nuova Costituzione, per la riconciliazione e per le riforme che potrebbero dare al Paese un nuovo periodo di vita».

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