Il fantasma della patria armata
ROMA-ADISTA. Nel 2026, mentre l’Italia affronta sfide civiche, sociali e ambientali che richiederebbero visione e coraggio, il Comune di Gallarate decide di affiggere un manifesto che sembra uscito da un archivio del Novecento. Il sindaco Andrea Cassani, esponente della Lega, annuncia con solennità l’aggiornamento della lista di leva per i nati nel 2009. Un atto che, pur previsto dalla legge, rivela una visione del cittadino e dello Stato che merita una critica profonda.
Dietro la formula burocratica si cela una concezione del giovane come potenziale soldato, come corpo da schedare, da preparare, da incasellare. Nonostante il servizio militare sia sospeso da oltre vent’anni, il linguaggio del manifesto parla di obblighi, di doveri, di verifiche da parte dei genitori. Nessun accenno a percorsi civici, a educazione alla pace, a forme di servizio solidale. Solo il silenzioso perpetuarsi di un’idea: il cittadino è utile se è pronto a obbedire.
In un’epoca in cui i giovani affrontano precarietà, crisi climatica, disuguaglianze e guerre che si combattono con droni e algoritmi, riproporre la leva come rituale amministrativo è non solo anacronistico, ma culturalmente miope. È come se lo Stato, invece di interrogarsi su come coinvolgere le nuove generazioni nella costruzione della democrazia, preferisse tenerle in un limbo di disciplinamento potenziale.
La pubblicazione della lista di leva non è neutra. È un gesto che normalizza l’idea che la difesa della patria passi per l’addestramento militare, che la cittadinanza implichi disponibilità alla guerra. È una forma di pedagogia implicita, che educa alla gerarchia, alla forza, alla subordinazione. E che ignora le alternative: il servizio civile universale, l’impegno ambientale, la cura dei beni comuni.
Cassani e l’amministrazione comunale avrebbero potuto accompagnare questo obbligo formale con un messaggio diverso. Avrebbero potuto spiegare che la lista di leva è un residuo normativo, che non comporta alcuna chiamata alle armi, e che oggi il vero servizio alla comunità si esprime in altri modi. Invece, hanno scelto il tono del comando, della tradizione, della virilità istituzionale.
E non si tratta di un caso isolato. Anche a Napoli, il sindaco Gaetano Manfredi — esponente del Partito democratico e fratello del neo presidente del Consiglio regionale della Campania — ha firmato e pubblicato lo stesso avviso. Un gesto che mostra come questa ritualità amministrativa attraversi schieramenti politici diversi, riproponendo ovunque la stessa immagine del giovane come ingranaggio potenziale della macchina militare, invece che come protagonista della vita democratica e civile del Paese.
* Arturo Formola è docente di Sociologia generale presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose Interdiocesano, Capua
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