Adista perché
Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 2 del 17/01/2026
Adista mi accompagna da circa trent’anni, da quando un caro amico mi regalò un anno di abbonamento alla rivista. Molti affezionati lettori, in effetti, lo sono diventati così e anch’io, nel tempo, ho regalato Adista. Leggevo avidamente i numeri che mi arrivavano per posta – allora bisognava attendere che venisse recapitato il numero in cartaceo. Nella rivista trovavo quello che nell’informazione mainstream cattolica, ma anche laica, non era riportato. Quegli spazi che, tra le righe degli articoli di altri giornali, componevo a fatica, o solo ipotizzavo, leggendo Adista si riempivano di conferme ma anche di contenuti che non avrei potuto né anticipare né immaginare. Sono quindi molto grata a Adista per avermi aiutata ad accedere a informazioni preziose, per avermi offerto una sponda. Infatti, uno dei pregi insostituibili del tipo di informazione che la rivista fornisce consiste nella riduzione degli spazi di solitudine provocati dal guardare il mondo in modo diverso rispetto alle narrazioni imperanti. In questo senso ritengo che nel tempo la rivista abbia svolto un ruolo di coagulo per molte persone che si sono sentite idealmente collegate, accomunate dall’essere lettrici e lettori di Adista. Una comunanza prevalentemente virtuale ma che in alcuni casi è diventata reale. Come è accaduto a me, per esempio, quando ho cominciato a frequentare la redazione. Brevi e meno brevi incursioni romane in via degli Acciaioli, sede di Adista. Adista per me significa anche e soprattutto Giovanni Avena: che ne è stato anima, cervello e infaticabile motore. Mi restano le lunghe chiacchierate nel suo studio. Ho attinto a piene mani da lui, che mai si è sottratto di fronte alle mie insistenti richieste di informazioni e mi ha aiutato a dipanare la complessa matassa del mondo ecclesiastico ma anche mi ha offerto testimonianze preziose sulle figure più limpide e autentiche del cristianesimo italiano. Di Giovanni voglio testimoniare anche la sua preoccupazione per Adista dopo di lui. Era evidente che non fosse “cosa sua”, patrimonio esclusivo, come non lo era il suo eccezionale know how, mai considerato un tesoro geloso; piuttosto ha badato a condividerlo e a far crescere alla sua scuola, rispettandone le individualità, giovani giornaliste e giornalisti che oggi portano avanti il progetto, con convinzione, impegno e notevoli sacrifici e ai quali va la mia stima e la mia gratitudine. E così ono nate anche delle belle amicizie, dei confronti intellettuali e umani che considero per me una ricchezza.
E poi è venuto anche il tempo della collaborazione. Occasionalmente ho cominciato a scriverci. Mi sono venute richieste per contributi su temi e questioni di cui mi occupo per professione o anche per vissuto ecclesiale. Questioni di storia della Chiesa o di femminismo cattolico, soprattutto. Mi sono state chieste anche delle omelie: le omelie “laiche credenti” delle persone comuni, di quelle e quelli a cui non competerebbero perché estranei alla “clericale professione”; straordinario luogo di parresia e di libera risonanza evangelica. Quando gli amici di Adista chiedono un contributo non si può dire di no: per senso di condivisione, innanzitutto. Ho ricevuto richieste di collaborazione ma ho anche proposto a Adista, di mia iniziativa, qualche testo. E dunque la rivista per me è anche uno spazio per qualche corsivo, un luogo che mi ospita e mi permette di esprimere riflessioni.
Adista, inoltre, è anche il suo archivio. Vi ho attinto innumerevoli volte; è diventato per me una specie di strumento di consultazione. Occupandomi di storia, utilizzo l’archivio di Adista come una ricca fonte. Si tratta di un archivio che parte dal 1967, da quel 31 ottobre in cui uscì il primo numero. Sono anni particolari quelli in cui vede la luce la piccola agenzia di stampa, il cui nome è, appunto, un acronimo. Il Concilio Vaticano II si è chiuso da circa due anni e il mondo cattolico è stato attraversato da nuovi fermenti, ma anche da forti contrasti e alcune spaccature. Molti cattolici avvertono che sono finalmente maturati i tempi per avviare riforme e cambiamenti e per aprire l’asfittico mondo ecclesiastico all’esterno, come la Gaudium et spes suggeriva, ma anche per immaginare nuovi modi di essere chiesa, come la Lumen gentium auspicava e, soprattutto, per dare finalmente spazio a un modo adulto di essere credenti, senza uniformità, sulla base del principio della libertà di coscienza che la Dignitatis humanae aveva accolto e sancito. Prendono forma esperienze nuove come le comunità di base e si comincia a sperimentare anche in campo liturgico.
Aprendosi al mondo, molti cattolici adottano un nuovo modo di guardare al presente e alla storia. Sono gli anni, infatti, della guerra del Vietnam, che interpella le coscienze e chiede prese di posizione forti, come sarà quella dell’arcivescovo di Bologna, cardinale Giacomo Lercaro, o come quella della comunità di Firenze, all’Isolotto, che aveva come parroco Enzo Mazzi. Sono anche gli anni della decolonizzazione, che evidenzia, però, il forte divario tra il Nord ricco e il Sud povero del mondo. Documenti come la Pacem in terris di Giovanni XXIII nel 1963 e la Populorum progressio di Paolo VI, proprio del 1967, costituivano segnali forti per uno schieramento contro la guerra e l’ingiustizia nel mondo.
La contestazione avanza e di lì a poco scoppierà il ’68 e il diritto all’esercizio dello spirito critico diventa una realizzabile possibilità. Per quanto concerne il contesto italiano, comincia a mutare il rapporto dei cattolici con la politica: il collateralismo della Chiesa con la Democrazia cristiana appare a tanti un cappio asfissiante e la libertà dei cattolici in politica, per quanto avversata, comincia a diventare una strada percorribile: ci arriveranno, ad esempio, le ACLI, sotto la presidenza di Livio Labor, nel 1969. È in questo contesto che si inscrive la nascita di Adista che, per un verso, voleva documentare il nuovo arcipelago e, per l’altro, farne parte, come voce delle nuove aperture a sinistra, al PCI, in quella stagione in cui maturò l’ingresso dei cattolici come indipendenti nelle liste di quel partito. Le più decise a percorrere nuove vie saranno certamente avanguardie e minoranze, delle quali Adista darà puntualmente informazione. Molte riviste che ospitano il dibattito più vivace sui temi “caldi” nascono in quel tornante di anni: alcune si esauriscono rapidamente, altre resistono, e tra queste Adista, che sarà capace di attraversare i tempi, intercettandoli puntualmente, e riuscendo a rendere un servizio insostituibile attraverso le stagioni e ancora al presente. Alla fine degli anni ’70, infatti, approda a Adista Giovanni Avena, il prete che a Palermo si era distinto nella lotta alla mafia e nella difesa dei diritti dei malati di mente. Adista è diventata una cooperativa e Giovanni Avena ne sarà per vari decenni il presidente. L’autonomia che la rivista così perfeziona sia rispetto al mondo ecclesiastico sia rispetto al mondo politico, le permetterà, unitamente alle intuizioni del suo direttore, di allargare gli orizzonti, pur continuando a documentare attentamente quanto avviene nella sinistra cattolica italiana. Si apre alle grandi questioni internazionali, segue gli sviluppi teologici che non si dispiegano all’ombra del Vaticano, manifesta, senza mai assopirlo, il fiuto di scoprire ciò che si profila all’orizzonte, ancora nella sua ultima stagione, dopo la morte di Giovanni Avena, senza padroni e senza rincorrere i lettori, raccogliendo e documentando quanto altri occultano.
Per questo una rivista così, nel patrimonio dei suoi quasi sessant’anni di numeri, è un tesoro prezioso per tutti, insostituibile per chi, come me, si occupa di storia.
Anna Carfora è docente associata di Storia della Chiesa alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sezione “San Luigi” di Napoli.
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