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"Hai osato il Vangelo controcorrente": l'omelia del card. Battaglia per p. Nogaro

Di seguito il testo dell'omelia pronunciata dal card. Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, durante la celebrazione del funerale di p. Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta, il 9 gennaio scorso, nel Duomo di San Michele Arcangelo.

 

Fratelli e sorelle, carissimi confratelli vescovi, autorità tutte,

oggi la nostra assemblea è avvolta da un silenzio che non è assenza, ma ascolto. È il silenzio che si fa quando passa un profeta. È il silenzio che la terra assume quando una voce, che per anni ha gridato nel deserto, torna a Dio, non per lasciarci, ma per continuare ad abitare nel nostro cuore, nella nostra coscienza con una forza maggiore, amplificata dallo Spirito!

Oggi la Chiesa affida al Padre un uomo che il Vangelo non lo ha spiegato soltanto: lo ha abitato. Fino in fondo. Senza ridurlo, senza proteggerlo, senza addomesticarlo. In questo affidamento c’è una gratitudine che trabocca: quella della Chiesa di Caserta, di Sessa Aurunca, delle Chiese della Campania e della Chiesa universale intera, per aver ricevuto in dono il Vescovo Raffaele.

E il suo congedo dalla scena di questo mondo avviene in due date che parlano, che brillano, che rivelano. La prima è il giorno della sua morte: l’Epifania. Il giorno della manifestazione dell’Amore, non solo per quelli di dentro, ma per quelli di fuori, per tutte le genti. Padre Raffaele, ci hai lasciati nel giorno in cui Dio si mostra senza confini. Il giorno in cui, nel guardare la stella, ci rendiamo conto dell’importanza che stelle luminose come lui hanno avuto nella nostra vita, conducendoci al Signore. La seconda data è quella di oggi, il giorno in cui lo salutiamo con questa Liturgia: lo stesso giorno in cui, nel 1983, allora festa del Battesimo del Signore, è stato ordinato Vescovo. Come a dire che la sua vita, dall’inizio alla fine, è stata una sola, grande Epifania, una immersione totale e liberante nella misericordia di Dio e nell’amore per le sue creature, per l’umanità ferita, mendicante di amore.

Il vescovo Raffaele è stato la “voce di uno che grida nel deserto” invitando tutti a convertirsi alla buona notizia del Vangelo e a un modo di vivere più umano, improntato alla giustizia, alla pace, all’amore. E questa testimonianza ha travalicato i confini della stessa Chiesa e per questo oggi siamo in tanti a piangerlo. Lui veniva da una terra di confine, il Friuli: terra sobria, severa, concreta. La stessa terra di un altro profeta del secolo scorso, di cui era amico: padre David Maria Turoldo. In quella terra ha imparato il senso dell’essenziale, della parola misurata, del lavoro paziente. In quella terra ha maturato una fede che non cerca riflettori, ma radici.

Eppure, la sua vita è stata presto consegnata ad altre terre. Terre diverse, più rumorose, più ferite. Terre in cui il Vangelo non poteva restare neutrale. Sessa Aurunca prima, Caserta poi. Luoghi non scelti, ma accolti come chiamata. Luoghi diventati lentamente casa, responsabilità, destino. E quando il tempo dell’episcopato attivo si è concluso, padre Raffaele non ha fatto ritorno alle origini. Ha scelto di restare. Restare accanto a questa terra, come vescovo emerito, come fratello, come sentinella. Perché il profeta non va in pensione. E l’amore per una comunità non conosce congedo.

Oggi con voi mi domando qual era per padre Raffaele la sorgente a cui attingeva la sua forza, la sua visione, il suo coraggio. E la risposta è una relazione, un’amicizia. Quella con Gesù. Non un’ideologia da difendere, non una visione da imporre, non una strategia pastorale da applicare, ma un incontro che lo ha preceduto e lo ha accompagnato per tutta la vita. Gesù per lui non è mai stato un simbolo religioso da esibire, né una bandiera dietro cui ripararsi nei momenti difficili. È stato il Signore della sua vita, il Tu a cui tornare, l’interlocutore silenzioso delle sue scelte più delicate, il criterio ultimo del suo parlare e del suo tacere, del suo esporsi e del suo ritirarsi. Gesù lo aveva chiamato amico. E padre Raffaele ha preso sul serio questa parola, lasciandosi interrogare da essa ogni giorno. Chi è amico di Gesù non può usare il Vangelo come scudo per proteggersi. Non può invocarlo per giustificare il quieto vivere. L’amicizia con Cristo non garantisce riparo, ma conduce spesso nel deserto, nella solitudine, nel dissenso, là dove le certezze si assottigliano e resta solo l’essenziale. Lui ha camminato molte volte in quei deserti, senza clamore, senza vittimismo, sapendo che è lì che la Parola si fa più vera. Da quell’amicizia nasceva la sua libertà interiore: libertà di parola, che non cerca l’applauso; libertà di coscienza, che non si piega alle convenienze; libertà persino dentro l’istituzione ecclesiale, vissuta non come spazio di potere, ma come luogo di servizio e di fedeltà evangelica.

Padre Raffaele era un uomo di preghiera. Ma di quella preghiera che non disincarna, che non allontana dal mondo, che non rifugia in un altrove spirituale. Una preghiera che, al contrario, inchioda alla terra: alle creature, alle speranze e ai sogni, ai dolori e alle fragilità dell’umano. Padre Raffaele pregava accarezzando il suo crocifisso di legno, aggiustato con due cerotti, quasi a voler curare le piaghe del Signore. Un gesto piccolo, povero, tenero. Come se, nel prendersi cura di quel legno ferito, dicesse ancora una volta che Dio non va spiegato, ma custodito. Che il dolore non va rimosso, ma accompagnato. Che l’amicizia, anche con il Crocifisso, passa attraverso la prossimità. Pregava per restare nella storia con lo sguardo di Dio.

Per questo, se l’amicizia con Gesù è stata la sorgente della sua vita, l’amore per i poveri e la difesa della giustizia e della pace ne sono stati il frutto. Padre Raffaele non ha mai parlato dei poveri dall’alto, né da una distanza protetta. Non li ha mai trasformati in un tema da convegno o in una categoria da analizzare. Ha parlato con loro, accanto a loro, lasciandosi interpellare dalla loro vita. Ha condiviso le loro paure, le attese che non trovavano risposta, la stanchezza che nasce quando la dignità viene continuamente ferita. Ha saputo ascoltare i loro racconti senza fretta, senza giudizio, con quella attenzione che riconosce nell’altro non un problema, ma una persona. In questa terra ha incrociato volti feriti, storie spezzate, esistenze rese fragili dalla violenza e dall’abbandono: vittime della camorra, famiglie piegate dall’illegalità diffusa, donne schiavizzate e ridotte a oggetti di mercato, giovani privati del futuro prima ancora di poterlo sognare, migranti in cerca di un nome, di una casa, di una possibilità di vita degna.

Davanti a questi volti non è passato oltre. Si è fermato. E davanti a tutto questo non ha scelto il silenzio prudente, quello che tutela la tranquillità e salva le apparenze. Ha scelto la parola evangelica. Una parola che non nasceva dall’ideologia, ma dalla compassione; che non accusava per schieramento, ma denunciava per amore. La sua lotta contro la camorra non nasceva dal gusto del conflitto né dal desiderio di contrapposizione. Nasceva dalla convinzione profonda che il Vangelo è incompatibile con la violenza, con la paura, con ogni forma di dominio sull’altro. Ed è per questo che ci ha messo la faccia, quando si trattava di difendere don Peppe Diana in vita e di custodirne poi la memoria, sottraendola a chi voleva calpestarla. Sapeva che la criminalità organizzata non distrugge solo l’economia o il territorio, ma lentamente corrode le coscienze, abitua al compromesso, spegne il senso del bene e del male. Per questo la sua parola era ferma, dura, ma sempre abitata da una profonda compassione per i peccatori.

Lo stesso sguardo lo ha portato accanto agli stranieri, ai rifugiati, ai migranti. In loro riconosceva il Cristo che bussa alle nostre porte, spesso senza essere riconosciuto. “Ero straniero e mi avete accolto”: per padre Raffaele questa non era una citazione evangelica, ma una responsabilità concreta. Accogliere significava restituire dignità, nome, storia. Significava non voltarsi dall’altra parte. Per lui i poveri non erano destinatari di assistenza, ma luogo teologico, spazio vivo in cui Dio continua a parlare e a giudicare la storia. Stare con loro significava stare nel cuore del Vangelo. E restare lì, anche quando era scomodo, anche quando costava, è stata una delle forme più autentiche della sua fedeltà al Signore.

Fratelli e sorelle, padre Raffaele è stato un profeta anche per noi, suoi confratelli, e più in generale per tutta la Chiesa a cui ha sempre indicato la strada del rinnovamento evangelico. Come un vero profeta. Lui non ha mai parlato contro la Chiesa. Ma sempre per la Chiesa, soprattutto quando rischiava di smarrire la radicalità evangelica. La sua parola, talvolta scomoda e incompresa, non nasceva dal desiderio di dividere, ma dalla passione per una Chiesa più povera, più libera, più credibile, non clericale, non maschilista, più fedele al sogno del Maestro di Nazareth. Una Chiesa che non benedice la guerra, ma piange le vittime. Una Chiesa che non cerca protezione, ma verità. Una Chiesa che non teme di perdere potere, pur di restare fedele al Vangelo. Una Chiesa capace di abbandonare i “segni del potere per assumere il potere dei segni”, come ripeteva il suo grande amico, don Tonino Bello.

Carissimo Padre Raffaele, ora permettimi di rivolgermi a te, come un figlio e come un fratello. L’ultima volta che ci siamo visti, sei stato tu a chiedermi la benedizione. Oggi il gesto si rovescia, come accade nelle cose vere del Vangelo: ora sono io a chiederla a te, siamo noi a chiederla a te.

Perché, come nel Vangelo che abbiamo ascoltato, tu ci hai insegnato a non affannarci per ciò che passa, a non consumare la vita nell’ansia del domani, a non trasformare il bisogno di sicurezza in una prigione per il cuore. “Guardate gli uccelli del cielo”, ci dice Gesù: vivono perché si affidano. “Guardate i gigli del campo”: non possiedono nulla, eppure sono rivestiti di bellezza. Tu ci hai insegnato che questo sguardo non è evasione, ma una scelta radicale di libertà: libertà dalla paura, libertà dall’accumulo, libertà dal controllo che soffoca l’anima. Ci hai mostrato che cercare il Regno di Dio e la sua giustizia non significa sottrarsi alla storia, ma entrarci più a fondo, senza barattare il Vangelo con la tranquillità, senza confondere la prudenza con la rinuncia della verità. Ci hai insegnato a fidarci di Dio senza smettere di sporcarci le mani, a credere che la Provvidenza non dispensa dall’impegno, ma lo rende più umano e più vero.

Per questo, Padre Raffaele, ti diciamo grazie. Grazie per la tua testimonianza di povertà e libertà. Hai scelto di non possedere per poter appartenere, di condividere per rendere visibile il Regno. Hai pianto con chi piange, hai portato sul volto le rughe del dolore altrui, e lì, nell’abbraccio di chi soffre, hai riconosciuto la consolazione di Dio che passa in silenzio tra le case degli uomini.

Grazie per la tua mitezza coraggiosa. Hai vissuto l’autorità come servizio, la forza come prossimità, la guida come ascolto. Non ti sei rifugiato nei palazzi né nelle fredde geometrie delle procedure, ma hai camminato accanto ai volti e alle storie, lottando con l’uomo per il sogno di giustizia di Dio, diventando sempre più “difensore dei poveri”, amico degli ultimi, custode di questa terra benedetta, nutrendoti unicamente dell’amicizia con il tuo Signore e sostenuto dall’affetto di coloro che fino all’ultimo ti hanno accudito.

Grazie per l’amore indiviso. Hai custodito un cuore limpido, capace di perdono e di pace, non scandalizzato dalla fragilità perché abitato dalla misericordia. Hai osato il Vangelo controcorrente, con lo sguardo fisso su Cristo e i piedi immersi nel fango della storia. Così hai tenuto uniti cielo e terra, Dio e l’uomo.

Fratello Vescovo, grazie per la tua testimonianza di pastore, per la vicinanza sempre disponibile a ogni presbitero, per la tenerezza e la tenacia con cui hai accompagnato tante comunità religiose, per essere stato un punto fermo per molte sorelle e molti fratelli laici che in te hanno riconosciuto il volto di una Chiesa non clericale, fresca e liberante, perché profondamente profumata di Vangelo.

Ti chiediamo perdono per le volte in cui non siamo stati capaci di comprenderti fino in fondo, prigionieri delle nostre dinamiche istituzionali e clericali. Perdono per quando queste chiusure hanno oscurato la libertà dello Spirito che tu, con mitezza e coraggio, hai cercato di custodire e indicare.

Carissimo Padre Raffaele, come mi dicesti nel nostro ultimo incontro, circa un mese fa, ora è il tuo giorno, il giorno del Signore, e la sua bellezza è traboccante.

Possano don Tonino Bello, profeta di pace e di fraternità, padre David Maria Turoldo, voce inquieta e cantore dell’amore di Dio, e don Peppe Diana, martire della giustizia e della verità, prenderti per mano e accompagnarti verso il Cielo.

E possa la Vergine Maria, che tu tanto hai amato e invocato, aprire per te le porte della Casa del Padre, e condurti dolcemente tra le braccia del tuo Amico, Fratello, e Compagno: il Signore Gesù.

Amen.

*Foto presa da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza 

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