Assolutamente No!
Sta diventando “virale” in questi giorni un breve video in cui l’attore Giovanni Storti, del famoso trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo, di fronte a un’urna improvvisata afferma: «Con Aldo e Giacomo stiamo preparando un nuovo film. Siamo nella fase in cui bisogna scegliere gli attori. Quest’anno abbiamo pensato: perché sceglierli? Estraiamoli a sorte»; poi legge nomi, tutti sconosciuti, con l’effetto di sottolineare l’assurdità della situazione. Se la scelta del merito vale quando si fa un film, fa capire Giovanni, a maggior ragione vale nel designare i membri di organi cruciali per la vita della nostra democrazia, come il Consiglio Superiore della Magistratura (Csm).
Se passasse il “Sì” al referendum voluto dal governo, approvato in tempi di record da una maggioranza a cui l’esecutivo aveva imposto di non discutere e di non cambiare nemmeno una virgola, e pomposamente definito dalla destra referendum sulla giustizia, ma che con la giustizia non c’entra niente e si occupa semmai di magistratura (per una scheda completa della riforma, v. Adista Notizie n. 5/26); se passasse il “sì” a tale referendum, ci troveremmo con un Consiglio Superiore della Magistratura in cui la maggior parte dei componenti saranno scelti a sorte. Quali componenti? Quelli che sinora erano eletti dai magistrati; perché gli altri, quelli che vengono indicati dalla politica, resteranno eletti e non sorteggiati.
Un incarico delicatissimo come quello che svolge l’organo di autogoverno dei magistrati affidato alla sorte è già di per sé una assurdità. Se poi viene fuori che la politica manterrà comunque le proprie prerogative, sottraendole ai magistrati, il quadro peggiora nettamente. Se si aggiunge che la riforma prevede addirittura di separare la magistratura in due “carriere” distinte, creando per esse due appositi Csm e indebolendole (divide et impera), lo scenario diventa ulteriormente fosco. Se poi osserviamo che la riforma su cui saremo chiamati a votare modifica ben 7 articoli della attuale Costituzione la questione diventa preoccupante, perché da decenni da destra e da sinistra si tenta (e talvolta si riesce) di scardinare i delicati equilibri sanciti dai nostri padri e dalle nostre madri costituenti, che hanno reso il nostro Paese tra i più democratici del mondo (e l’autonomia della magistratura è uno dei cardini di una democrazia). Se infine si constata come ai due distinti Csm la “riforma” che andremo a votare aggiunge un ulteriore terzo organismo, l’Alta Corte Disciplinare, cui sarà affidato il compito di sanzionare i magistrati che commettano eventuali illeciti (e in cui aumenta percentualmente la presenza della politica rispetto a quella dei magistrati), si comprende appieno perché i due Csm saranno ancora più deboli. Dopo la duplicazione del Csm, la separazione delle carriere e soprattutto il meccanismo del sorteggio, i due nuovi Csm divengono oggetto di un significativo impoverimento funzionale, perché amputati della competenza in ambito disciplinare, tipica di ogni organo di autogoverno come è l’attuale Csm. Insomma, la riforma costituisce un pericoloso attacco all’autonomia della magistratura, che verrà divisa, indebolita e potenzialmente posta sotto scacco dalla politica, in attesa di un possibile passaggio della magistratura inquirente sotto il diretto controllo dell’esecutivo, obiettivo prefigurato da tanti.
Esaurito il merito della questione, resta forse ai nostri lettori chiedersi perché il collettivo di Adista senta il bisogno di schierarsi, compattamente, per il “No”. Cerchiamo di spiegarlo in poche parole: perché abbiamo sempre difeso la Costituzione da tutti i tentativi, provenienti da ogni parte, di stravolgerne i principi e le regole; perché una riforma così delicata meritava un Parlamento che ne potesse discutere, ulteriore segno del degrado e dell’arroganza che caratterizza l’attuale fase politica, in Italia e non solo; perché l’autonomia e l’autogoverno della magistratura sono un bene indispensabile; e perché – soprattutto – riteniamo che la riforma possa rapidamente condurre a una giustizia di classe, dove con la separazione delle carriere i pubblici ministeri diventerebbero dei “super poliziotti” sotto un più facile controllo del potere politico e di quello economico ad esso collegato; e con l’unico obiettivo di fare carriera moltiplicando le condanne, che inevitabilmente colpiranno chi è più debole e meno tutelato.
*Foto presa da Unsplash, immagine originale e licenza
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