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RECUPERARE UN ORIZZONTE DI SPERANZA QUOTIDIANA

Tratto da: Adista Documenti n° 58 del 26/07/2008

Una proposta da svolgere

La proposta di Raniero La Valle relativa alla creazione di gruppi di Sinistra cristiana mi pare che da un lato vada a colmare un vuoto, una latitanza non accettabile, e dall’altro possa rappresentare un’alternativa rispetto al triplice vicolo cieco dell’integrismo (l’idea di un’unità monolitica dei cattolici in quanto cattolici), dell’equivocità (per cui ognuno può strumentalizzare la fede come bandiera per la propria politica) e della privatizzazione (che toglie qualsiasi rilevanza collettiva alla fede). Anche l’assenza di Dio, l’assenza di un riferimento credibile e non integrista, impoverisce il confronto tra le persone, i gruppi, le tradizioni.

Così, l’idea di gruppi di Sinistra cristiana schiude la possibilità di un nuovo ascolto della Parola: penso alla situazione dei cristiani tedeschi negli anni ’30, al loro tentativo, partendo dall’ascolto della Parola, di riportare nel concreto del loro contesto sociale quella Parola di liberazione e di opporla, come hanno fatto Barth e Bonhoeffer e come recita la Confessione di Barmen, a un'altra parola, allora la parola del Fuhrer, che fu ed è una parola di morte.

 

Tradurre le conseguenze politiche della speranza

Non dobbiamo vedere solo i problemi che esistono; dobbiamo anche vedere il positivo, che resta impensato e insperato: tutto il male che abbiamo di fronte non è che la realizzazione di un incubo, perciò occorre individuare un’alternativa positiva, sognarla, sperarla. Anche il tentativo di trovare degli antidoti non è che una forma dell’angoscia che abbiamo incamerato. Oltre tutto, sentiamo subito di non essere in grado di fronteggiare questo sistema di dominio, un sistema di mistificazione così grande che, biblicamente, si potrebbe chiamare idolatria. Ma l’idolatria va in crisi quando si affaccia la speranza vera.

Il compito dei gruppi della Sinistra cristiana, nel loro piccolo, potrebbe essere quello di tradurre le conseguenze politiche della speranza: chi non spera, non vede e chi non vede fa disastri. Guardiamo le culture correnti: sono capaci di una speranza che sia universalmente umana, cioè che non sia una speranza di qualcuno contro qualcun altro, che non sia necessariamente segnata dall’esclusivismo? Questo è rarissimo. Le Chiese e le religioni, per prime, esprimono (quando va bene) una speranza esclusiva oppure paura e angoscia; è per questo che non sono credibili e finiscono per adornare i processi della globalizzazione, diventando folclore e moralismo, o poco più.

Tradurre le conseguenze politiche della speranza vuol dire invece vivificare energie che legano tra loro il quotidiano, la cultura e la politica. Noi diciamo spesso che si tratta di un problema di cultura, di mentalità, ma non pensiamo che una cultura degenera, muore, si riduce a schema comportamentale di sopravvivenza se non spera e non vede. Dunque, recuperare un orizzonte di speranza quotidiana, credibile, connette quello che noi chiamiamo cultura a quello che noi chiamiamo politica. E significa imparare a declinare al positivo la categoria di laicità. Il nostro problema è che pensiamo la laicità solo in chiave negativa: nella società “laico” vuol dire non religioso, non cattolico; nella Chiesa vuol dire che non sei prete, non sei religioso, sei “solo” un laico.

 

I nomi della laicità

Ma quali sono i nomi positivi della laicità? Prima di tutto corresponsabilità: generare situazioni di corresponsabilità nel circuito tra diritti e doveri umani, tra responsabilità politiche e tutela delle persone e delle popolazioni. Altro nome, solo in apparenza più astratto, è creaturalità: riscoprire quel dato comune costitutivo per ognuno di noi che è l’essere creatura. Purtroppo le antropologie e le sociologie correnti considerano solo due dimensioni: natura e cultura. La natura è ambivalente, è un po’ di tutto: noi proiettiamo la nostra ferocia e diciamo che la natura è lotta; sì, ma è anche bellezza, è anche dono. Essa attende di essere custodita, sottratta alla sua ambiguità. Biblicamente l’indicazione è questa: se la cultura non scopre una vocazione che la porti a trasfigurare la natura, è una cultura arbitraria e tendenzialmente violenta; la nostra si è costruita come negazione della natura ed è per questo che porta nel suo Dna la negazione e la distruttività. C’è invece un terzo livello che è trasversale a natura e cultura ed è creaturalità: l’essere creature, cioè essere tutti chiamati ad un’esistenza non distruttiva. Allora, se noi riscoprissimo la comune condizione creaturale - il che non significa necessariamente credere in un Dio creatore, a questo crede chi ha la fede - comprenderemmo che la soluzione, per noi in quanto creature, non è la modernizzazione, ma l’armo-nizzazione: siamo un nucleo vivente di relazioni e perciò solo nell’armonia possiamo fiorire.

Questa condizione creaturale è di tutti, è il nome ontologico della laicità. Poi nelle diverse fedi e culture troveremo i termini più adatti a dire ciò che noi chiamiamo “creaturalità”, si troveranno gli “equivalenti omeomorfici” (Panikkar). L’essenziale è aiutare una società a vedersi, in spazi che normalmente non vengono percepiti, a cambiare i sistemi motivazionali delle persone, dalle opzioni elettorali alle scelte quotidiane. Sono due oggi i sistemi motivazionali più influenti per le persone: l’egoismo economico, di clan, di famiglia, di impresa, quello che ci porta alla guerra di tutti contro tutti; e la religione, ma in senso sociologico, nel senso a volte anche più deteriore del termine, quello per cui in Italia essere cattolici significa identificarsi con il berlusconismo e i suoi pseudovalori. Se si è cattolici in questo modo, è chiaro che non si cambia il mondo e non si prospettano alternative ad una situazione di degrado come quella in cui viviamo.

Si tratta allora di riuscire a cambiare sguardo, di rendere evidente un'altra via, un modo di motivarsi che sprigioni una forza di attrazione: si può uscire dalla disgregazione, dalla frammentazione, solo se c’è un polo di attrazione, una speranza che conduce oltre i moventi banalmente egoistici di natura economica o quelli devozionistici e ideologici di una religione che decora la vita ma la lascia intatta nei suoi egoismi. Perché è comodo fare processioni alla festa del santo patrono in territori di alta criminalità ma poi lasciare tutto come prima: occorre cambiare i sistemi motivazionali.

I gruppi di Sinistra cristiana sul territorio dovrebbero consentire un ascolto della Parola, facendo tesoro dei doni della rivoluzione interculturale. Si è pronti ad ascoltare il Corano, ad ascoltare la Torà, ad ascoltare i Vangeli: è facile accorgersi che le Scritture tra loro si parlano, sono correlate, non permettono l’esclusivismo, l’integralismo, le persecuzioni, lo scontro di civiltà, così da far emergere, all’interno del contesto sociale, una parola di liberazione, giustizia, consolazione. Perché noi vediamo attraverso le parole. Quando abbiamo una parola vediamo la realtà, quando ci manca la parola quella realtà non la vediamo più. Allora, gruppi che portino all’attenzione di una comunità, di un contesto sociale, almeno una parola che permetta di vedere in modo diverso farebbero sì che questa visione, questa parola diventino operative e concrete.

 

Tre tipi di azione

Per questi gruppi di Sinistra cristiana io vedrei tre tipi di azione. Il primo tipo è quello dell’azione restitutiva, della giustizia che reintegra le persone nel godimento dei diritti: non tanto la giustizia che colpisce, ma la giustizia che risana. L’azione di questi gruppi implicherebbe allora uno spostamento, cioè un portarsi sul confine delle contraddizioni, là dove si gioca l’armonia possibile per le persone e per le comunità: la contraddizione tra donna e uomo; la contraddizione tra pace e guerra, tra violenza e non violenza; la contraddizione tra nativi e stranieri; la contraddizione tra capitale e lavoro; la contraddizione tra umanità e natura. Se un gruppo territoriale vive una contraddizione di fronte alla mafia, o di fronte alla distruzione della natura, o tra nativi e stranieri, quel gruppo deve portarsi sul confine di quella contraddizione per farsi carico dei pesi che tale contraddizione, lasciata a se stessa, comporta nella vita delle persone, soprattutto di quelle più deboli. Un gruppo di questo tipo può partire allora non tanto dai bisogni ma da una risposta restituiva rispetto ai bisogni. Dai bisogni parte pure la camorra a Napoli quando promette lavoro, soldi e protezione: non basta partire genericamente dai bisogni, ma da una risposta restituiva ai bisogni, cioè in termini di diritti e di doveri.

Un secondo tipo di azione è quello dell’azione riconduttiva, che metta in relazione il problema che si è incancrenito con i doveri elusi, cioè che ricostruisca il filo delle responsabilità. Se c’è una situazione che è degenerata - dall’immon-dizia agli ospedali, alla scuola - qual è il filo delle responsabilità? Non è possibile che tali problemi non abbiano responsabili, perciò serve un’azione di denuncia per l’appunto “riconduttiva”, nel senso che ricollega problemi e diritti a doveri e usi. I diritti umani, in assenza di doveri umani, restano lettera morta, così come lo diventa la Costituzione se non è una prassi diffusa.

L’ultimo tipo di azione è quello dell’azione educativa: dobbiamo curare in modo sistematico l’educazione. Penso al rapporto con la scuola, a un movimento di insegnanti, a singoli insegnanti che nonostante tutto fanno il loro dovere in una prospettiva di speranza: se non ci curiamo di questo, nessuna azione politica riuscirà a generare futuro. Pertanto, un’azione che sia restituiva e riconduttiva deve essere nel contempo un’azione che favorisca i processi educativi.  

In conclusione, promuovere gruppi di “Sinistra cristiana” non significa cercare un’identità sostantiva, definitiva, compatta: non si tratta di un primato o di un privilegio, ma di un’identità di servizio che è cosciente della sua particolarità, non perché si ritenga prioritaria o definitiva o esclusiva nella rappresentanza della fede cristiana, ma perché intende nel suo piccolo viverla, che è un’altra cosa; il testimone vero non si sente mai proprietario della verità ma si mette al suo servizio.

Penso dunque a gruppi di questo tipo, coordinati a livello nazionale, che riportino l’attenzione sulla parola di Dio o, per chi non crede, sul senso della vita, e ciò nelle molte tradizioni esistenti in dialogo tra loro. Gruppi che non permettano la strumentalizzazione della parola di Dio, in modo che non sia più possibile fregiarsi di titoli religiosi per coprire l’ingiustizia. Gruppi che favoriscano il coagulo di realtà diverse che si muovono nella stessa direzione: non gruppi che pretendono di coordinare movimenti, realtà, partiti, sindacati, ma che operano per sollecitare un risveglio, per indurre a quello spostamento sulle questioni di confine, sulle contraddizioni più acute presenti in un territorio. L’im-portante è favorire questo risveglio, questo concentrarsi sulle contraddizioni concrete, promuovendo i tre tipi di azione: restitutiva, riconduttiva, educativa. Deve trattarsi di gruppi che non considerino “un tesoro geloso” la propria identità ma che la intendano come una identità di servizio, perché i credenti in realtà sono un’anticipazione, un simbolo dell’identità di figli che riguarda tutti, credenti e non credenti, e perché l’identità si misura dai frutti e non dalla presunzione e dall’orgoglio di averla come in monopolio.

La traduzione concreta di questa idea che oggi vede la luce e che va sviluppata nel prossimo periodo consiste nel-l’agire insieme per coltivare una speranza che non sia ideologica, che non sia religiosa in senso esclusivista, ma sia all’altezza della condizione umana, attuando le conseguenze politiche della speranza che la illumina.

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