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OLTRE IL “DISAGIO”, L’IMPEGNO PER LA “CITTÀ DELL’UOMO”. IL “VANGELO CHE ABBIAMO RICEVUTO” SBARCA A NAPOLI

Tratto da: Adista Notizie n° 73 del 02/10/2010

35776. NAPOLI-ADISTA. (dall’inviato) “Non vogliamo essere un movimento o una federazione di altri movimenti e gruppi e tanto meno un gruppo di pressione ecclesiale”; riteniamo infatti “che i gruppi di pressione all’interno della Chiesa, ove ci sono, giochino un ruolo estremamente importante, ma noi non siamo nati per questo”. Scrivevano così i promotori dei due incontri fiorentini del “Vangelo che abbiamo ricevuto”, che nel 2008 e nel febbraio di quest’anno avevano riunito il cosiddetto cattolicesimo del “disagio” nella loro lettera di invito scritta alla vigilia del terzo incontro, svoltosi a Napoli il 17-19 settembre scorsi. E la questione, a due anni di distanza dall’assise che fece uscire allo scoperto una intera area ecclesiale che tornava con forza a chiedere un ruolo da protagonista per il laicato cattolico, resta ancora tutta aperta. E ancora non risolta: le energie, le speranze, le tensioni, i contributi di quanti partecipano a questi incontri - ci si è chiesto in questi mesi da più parti - che sbocco concreto possono avere nella quotidiana realtà ecclesiale? Se la rete non è la strada, e non lo è nemmeno il coordinamento stabile tra le diverse realtà sparse sul territorio, come evitare il rischio della kermesse, dell’evento che anno dopo anno scandisce un tempo all’interno del quale l’azione dei laici non riesce a declinarsi in forme efficaci e resta isolata, quando non puramente testimoniale?

L’incontro di Napoli non ha risolto questo interrogativo, riproponendo tutte le novità e le contraddizioni, i risultati e le incognite del percorso sin qui fatto. Con alcune significative novità, però.

Il tema anzitutto, preso da una frase di Dietrich Bonhoeffer, “Pregare e fare ciò che è giusto fra gli uomini”, indicava chiaramente, più di quanto non fosse avvenuto negli incontri precedenti, la necessità per i cristiani, proprio in quanto credenti, di un impegno diretto nella sfera sociale e politica per la trasformazione dello stato di cose presenti. Un tema declinato, nella prima sessione dei lavori, soprattutto sul versante del degrado della democrazia in Italia, degli attentati alla Costituzione e del modo con cui la Chiesa italiana si pone di fronte a tale drammatico contesto. Nella II sessione, invece, l’assemblea si è interrogata sui criteri evangelici di “ciò che è giusto” e su come fare “ciò che è giusto” oggi in Italia.

La seconda novità del convegno riguarda le presenze, meno numerose rispetto ai precedenti appuntamenti di Firenze. Circa 200 le persone che hanno partecipato ai lavori nelle diverse giornate in cui si sono articolati. Un calo dovuto in gran parte al fatto che Napoli era meno facilmente raggiungibile dal centro-nord, che certamente rappresenta l’area di maggiore radicamento dei cattolici del “disagio”; va però anche rilevato che lo spostamento a Sud della sede dell’incontro ha consentito la presenza anche di diverse persone che non avevano potuto partecipare ai primi due appuntamenti.

Infine, significativo è stato lo spazio dedicato al dibattito ed al confronto tra i partecipanti, assai maggiore rispetto agli appuntamenti di Firenze, con la possibilità per tutti di intervenire e commentare le relazioni, ma anche di suggerire altre ipotesi e piste di ricerca.

 


Né uniformità, né unanimismo

Nell’introdurre i lavori, la teologa Maria Cristina Bartolomei ha cercato di sintetizzare il dibattito degli ultimi mesi, tentando di delineare le prospettive future di questa serie di incontri. Ha sottolineato l’esigenza di “dar voce all’ekklesia”, che “non vuol dire fare comunicati, ma comunicare”, “camminare insieme, con le parole del card. Pellegrino, con pazienza e dandosi un tempo lungo per realizzare un esercizio reale di sinodalità”, che non può ridursi “all’unanimismo, e nemmeno all’uniformità”. La teologa ha poi rilevato l’esigenza di guardare oltre il disagio, “che non vuol dire considerare questo tema archiviato o superato”, quanto piuttosto non ridurre le occasioni di incontro e confronto a momenti “in cui vedersi per aggiornare o sviluppare il nostro cahier de doléances”. Certo, ha però sottolineato la Bartolomei, la Chiesa continua ad oscillare “tra pesanti ingerenze ai limiti della violazione del Concordato ed occasioni in cui chiamarsi fuori dal dibattito pubblico, anche quando toccano valori fondativi del vivere civile”. Per la Chiesa sembrano oggi “rilevanti solo i comportamenti individuali”.

 

“L’archetipo” del Concordato

La ragione che porta la gerarchia ecclesiastica ad operare sempre secondo la stessa logica, cioè quella per cui solo chi concede privilegi e tutele alla Chiesa merita il suo sostegno, secondo Alberto Melloni risiede in quello che lo storico ha definito “l’archetipo del Concordato”. Fu il fascismo, infatti, ha detto Melloni, a dare alla Chiesa quelle concessioni che essa riteneva indispensabili, a patto di sottrarle ogni autonomia di giudizio rispetto ad ogni altro tema. Contraddizione, quella del Concordato, che la Costituzione repubblicana non ha affatto superato. E non solo a causa dell’art. 7. “C’è ad esempio l’art. 29, che definisce la famiglia come ‘società naturale’: un clamoroso ossimoro, perché se la famiglia nasce da una precisa volontà dei contraenti, certamente non si può considerare ‘naturale’”.

Rispetto a questo modello “concordatario”, ha detto Melloni, il “ruinismo” ha rappresentato uno stadio ancora più avanzato. Ruini, infatti, “ha agito non solo sul Paese, ma anche sulla Chiesa, trasformata da comunità plurale, a volte anche litigiosa, politicizzata e lacerata, in organismo afono, governato da un episcopato afono con un leader che parlava a nome di tutti”. E se il meccanismo dell’8 per mille “ha consegnato alla Chiesa italiana una grande stabilità sul versante economico, le ha però fatto perdere il suo contatto con la base”. Ma anche il modello ruiniano, come tutte le altre forme di “onnipotenza” con cui la Chiesa si è presentata sulla scena pubblica dopo l’Unità d’Italia - ha concluso Melloni - risultano deboli e perdenti, come dimostra l’attuale scontro ai vertici della Chiesa cui assistiamo oggi .

 

La “discontinuità” è insita nella Chiesa

Il tema dell’onnipotenza è tornato anche nella relazione di Raniero La Valle sul “Concilio tradito”. La Valle ha individuato infatti una prima forma di “tradimento” proprio “nella reiterata pretesa della Chiesa di possedere e amministrare la verità, togliendo a credenti e non credenti l’anelito a cercarla; nel fare della Parola scritta nella Bibbia e dopo la Bibbia il libro di una Chiesa installata per uomini installati e non per donne e uomini che cercano e camminano”. Ma il “tradimento” consiste anche nel non accettare il fatto che il Concilio ha dimostrato che “la Chiesa non arretra davanti al cambiamento, fosse pure un cambiamento che tocca il modo di pregare, il modo di credere, e la stessa invariabilità del magistero romano”. La “discontinuità”, specie se dottrinale, che tanto fa paura a Ratzinger, del resto, ha caratterizzato da sempre la storia della Chiesa. Anche quella attuale. Non si spiegherebbe altrimenti come mai il papa, nel 2007, “contro una tradizione rimasta ininterrotta da secoli, da S. Agostino a Pio XII, fece dire alla Commissione Teologica Internazionale che si può sperare nella salvezza anche dei bambini morti senza battesimo; il battesimo, fosse pure quello di ‘desiderio’, non era più considerato come condizione imprescindibile della salvezza, come limite all’esplicarsi dell’amore di Dio, a cominciare appunto dai bambini non battezzati di cui sarà revocata la fantasiosa destinazione al Limbo”. Dunque, ha chiosato La Valle “non c’è alcun impedimento dogmatico al cambiamento”.

Ugo Rosenberg ha quindi portato all’attenzione dell’assemblea le riflessioni sulla Chiesa italiana di fronte al degrado della democrazia sviluppate dal gruppo torinese del “Chicco di Senape”. “L’impressione - ha esordito - è che sia venuta meno, salvo lodevoli e non marginali eccezioni, una vera capacità critica e che i credenti, in larga misura e senza una adeguata strumentazione culturale, abbiano assecondato, magari con molti dubbi e preoccupazioni, la svolta populista di questi anni. Del resto è abbastanza diffusa l’opinione che, di fronte ad una progressiva perdita di rilevanza del cristianesimo nel tessuto umano e sociale, sia preferibile fare assegnamento su chi si professa difensore di alcuni valori (non negoziabili, usando una terminologia molto in voga di questi tempi), anche se poi non li pratica e neppure vi ci crede”. Ciononostante, sottolinea il “Chicco di Senape”, occasioni e iniziative come quella di Napoli “rappresentano una possibile, ma non certo unica, via per aprire prospettive e rinnovare una speranza”. A condizione che “esse non rimangano circoscritte”. (valerio gigante)

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