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Non malvagità di Dio ma stupidità umana

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 23 del 16/06/2012

Proprio a noi, a Modena, un terremoto inaspettato e devastante. Siamo attoniti, sbalorditi, annichiliti. La schiena del drago che dormiva si è squassata sbriciolando case, monumenti e fabbriche, eruttando dalle viscere limacciose bave, uccidendo uomini.

I terremoti, le alluvioni, le eruzioni vulcaniche: scopriamo improvvisamente la nostra impotenza e  precarietà. «Siamo come l’erba del prato, al mattino è verde e basta un’aria calda per seccarla e alla sera non è più» cantava il salmista. Leopardi, nella Ginestra, fiore profumato che sopravvive alla lava del Vesuvio, rampognava l’uomo pieno di orgoglio e presunzione. Pur consapevole della sua fragilità, continua a dilaniarsi in lotte intestine e non si allea in comune fraternità, «in social catena», per ostare alle forze della «natura maligna». Che maligna in verità non è, ma solo segue le sue leggi eterne.

Lo schiaffo che abbiamo ricevuto nel vedere i castelli medievali, le chiese antiche, i palazzi civili, le sedi municipali bruciati dall’alito della bestia. Sembra che venga cancellata la memoria di un paese legata a immagini familiari che rendevano rassicurante il paesaggio. Ma sono sopravvissute le piazze, ed è proprio in esse che i cittadini di San Felice, di Finale, di Sant’Agostino e degli altri paesi feriti reagiscono con coraggio alla disgrazia che li ha colpiti; guidati dai sindaci e dai parroci. Qui stanno ritrovando la loro identità collettiva, più matura e consapevole. Sulle strade, nelle tendopoli.

Non ci sono state salvazioni particolari di statue e tabernacoli, perché Dio non interviene sui fatti degli uomini. La divinità non ferma i disastri naturali o ci salva da malattie inguaribili. Specialmente quando il male è procurato direttamente e indirettamente dalla malvagità o stupidità degli uomini e delle donne: come le guerre, il dissesto del territorio, con frane, alluvioni, disastri o l’avvelenamento dell’atmosfera.

Il vero miracolo che si è visto in questi giorni nella Bassa è la solidarietà, i gesti d’amore e di abnegazione. Ciò che fanno i cittadini, la Protezione civile, le amministrazioni, le parrocchie. Volontari da ogni parte fanno a gara nello sgomberare le rovine dalle strade, per rendersi disponibili ad ospitare famiglie, per comperare formaggio da caseifici disastrati, per versare denaro. Per animare i disanimati terremotati.  È un segno di speranza in un particolare momento di crisi, diffidenze, egoismi e chiusure che la nazione sta vivendo.

I terremoti non sono il segno che sta per finire il mondo, come vanno predicando, cattivi profeti, madonne parlanti o sette religiose. Per fare proseliti o per sete di guadagni, da sempre minacciano la punizione divina per i peccati degli esseri umani (in verità già provato da molte disgrazie); vedono il dito cattivo di Dio nei sommovimenti tellurici, nelle malattie, nelle guerre.

«A peste fame et bello, a fulmine et tempestate, a flagello terremotus», dalla fame e dalla guerra, dal fulmine e dalla tempesta, dal flagello del terremoto, pregavano gli antichi preti per tenere lontano i mali. Oggi più maturi e consapevoli preghiamo perché le persone rinsaviscano e non lascino distruggere la nostra bella terra e il nostro dolce pianeta.

P.s. Differenze di stile. Carlo Caffarra, cardinale di Bologna, è andato tra i terremotati di Poggio Renatico: era vestito di tutto punto con bottoni e cordoncino della talare rossi. In testa aveva un casco cardinalizio color porpora  sgargiante. Gli altri, il popolo di Dio, non avevano il casco. I tecnici lo avevano arancione o bianco. Mons. Antonio Lanfranchi, arcivescovo di Modena, è andato subito a Finale, San Felice e Medolla tra i terremotati modenesi, ben più sfortunati: come il parroco don Rovatti, vestiva umilmente il clergyman con una giacca a vento. Non aveva il casco, ma un semplice berretto in testa. Forse siamo fortunati ad avere un vescovo così.

* Comunità di base del Villaggio Artigiano (Modena)

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