Nessun articolo nel carrello

Martire di mafia illuminato dal Vangelo

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 19 del 25/05/2013

Il martirio cristiano, rientrando per sua natura nell’ordine dei segni, esige di essere decifrato e interpretato, per poter continuare a parlare al di là di se stesso, oltre il tempo e il luogo in cui esso si è consumato, oltre l’inevidenza che ne coibenta spesso la forza defraglante, quasi a volerne sincopare l’indole provocatrice e la qualità profetica, relegandolo in mezzo ai fattacci di cronaca – dal punto di vista “umano” ad esso del tutto analoghi – che in una terra come la Sicilia sono così numerosi da sembrare ad un certo punto eventi ordinari, costitutivi della normalità feriale, espressioni “tipiche del posto”.
Ciò è vero e vale soprattutto per l’uccisione di don Puglisi, che non rimane soltanto un efferato delitto di mafia. Essa è anche la sua testimonianza di fede, amore, speranza. Lo ha tematizzato molto bene, con la sua scrittura letteraria, Mario Luzi nel dramma composto in memoria della morte del parroco di Brancaccio: Il fiore del dolore (un testo teatrale del 2003). Luzi, in una delle più belle pagine di questa sua opera, riferisce un immaginario colloquio tra il vicario generale della diocesi di Palermo e altri impiegati della curia, i quali si interrogano circa il senso di quanto tragicamente avvenuto a Brancaccio.
VICARIO:
C’è stato un omicidio inconsueto, / la nostra cultura siciliana l’ha sentito differente. / Per questo l’agitazione e l’impazienza dei pubblici poteri, / lo sgomento di molti sinceri cittadini. […] / Guardiamo all’accaduto con occhi troppo grevemente secolari. / Troppi di noi perseguono la logica medesima dei codici / e di coloro che li interpretano / ed è giusto e onesto, / ma la nostra ha richiami, segnali, avvertimenti più copiosi / e con essi ci parla da altitudini e profondità segrete / con una specialissima eloquenza. / Il nostro libro ha molte più pagine e un alfabeto fitto di meraviglie. / E abbiamo dalla nostra, non dimentichiamolo, l’effabile universo / del mistero che per altri è muto.
UN ADDETTO:
Credo di capire… L’assassinio di Puglisi non è solo un assassinio.
VICARIO:
Non possiamo limitarci a intenderlo / nel suo brutale aspetto di assassinio. […] / La società ha le sue regole, i suoi riti, / le sue autodifese. / Ma quest’episodio non è cronaca / e noi siamo tenuti a leggerlo / nel linguaggio alto, / quello inesplicabile della profezia.
Davvero siamo «tenuti» a leggere la morte violenta subita da don Pino Puglisi come un annuncio di redenzione che ci raggiunge nel nome di Dio. E che ci fa nutrire una nuova speranza. La riflessione teologica può dare il suo contributo al fine di evitare che il martirio di chi è assassinato a causa del Vangelo in una terra come la nostra sia semplicisticamente rubricato tra i vecchi articoli di nera del quotidiano di una città violenta come e più di tante altre. Tuttavia ciò non vuol dire che l’eccellenza martiriale debba sancire la confisca sacrale dell’assassinio di don Puglisi, quasi che esso appartenga solo alla comunità ecclesiale e non esprima invece delle speranze, delle attitudini anche, persino delle rivendicazioni condivise o almeno condivisibili da chi non crede, o assimilabili alla lotta e al sacrificio di altri protagonisti della resistenza alla mafia siciliana.
L’occasione della beatificazione di don Puglisi il 25 maggio è buona per chiederci quale rapporto si può intravvedere fra il “martirio civile” di uomini come Falcone e Borsellino – per fare un esempio – e il martirio cristiano di uomini come il parroco di Brancaccio: che hanno da spartire i testimoni delle nostre comunità ecclesiali con gli eroi di cui talvolta sentiamo la nostalgia? La domanda è tutt’altro che oziosa o capziosa. Si tratta di districarsi tra l’entusiasmo di chi li fa coincidere e la diffidenza di chi sospetta un’indebita commistione o una prevaricazione degli uni sugli altri. Tenendo conto del fatto che il cristianesimo ha di per sé un risvolto civile, in quanto è situato storicamente dentro la “città” umana, occorre comunque formulare una risposta che non dia adito all’inflazione del concetto cristiano di martirio estendendolo tout court ad ogni morte eroica possibile e immaginabile e, al contempo, non divarichi lo stesso martirio cristiano rispetto alla morte pazientemente e coraggiosamente subita da chi pratica valori importanti come la giustizia, la legalità, il bene comune, tutte dimensioni della promozione umana da cui la Chiesa contemporanea sa di non dover e non poter disgiungere il suo impegno di evangelizzazione e di testimonianza alla verità di Dio rivelatasi in Cristo Gesù.
Per la teologia è importante incaricarsi di rispondere a questa domanda, anche per svolgere il compito che a questo proposito le assegnò Giovanni Paolo II. Il papa polacco, già nel 1982, additò in san Massimiliano Kolbe un «martire dell’amore» più e prima ancora che della fede […]. Da qui, negli anni successivi, venne sortendo una martirologia “inclusiva”, nella quale sono rientrati, secondo le indicazioni dello stesso Giovanni Paolo II, quelli che di volta in volta egli ha chiamato «martiri della carità», «martiri della pace», «martiri dell’ateismo» e, proprio in riferimento al sacrificio di uomini del Sud Italia come Livatino, don Diana e don Puglisi, «martiri della giustizia». Nuovi tipi di martiri e di martirii che sono riconducibili al motivo classico della fede professata dalla vittima e osteggiata dai carnefici proprio perché lasciano intuire efficacemente la circolarità teologale – con l’amore e con la speranza – in cui la fede stessa viene così vissuta più che semplicemente proclamata, al di là della sua accezione meramente dottrinale, dando luogo a tutta una serie di concrete azioni di giustizia che in certi contesti risultano delle insopportabili e imperdonabili provocazioni e costituiscono l’intenzione radicale e il motivo fondamentale della martirìa di chi testimonia – fino a patire la morte – la propria fedeltà a Cristo.
Salvaguardare la distinzione tra martirio civile e martirio cristiano senza esasperarla in distanza è, però, difficile. Per riuscirci bisogna ricomprendere il senso del martirio cristiano nel quadro della moderna secolarizzazione, la quale ha metabolizzato così a fondo le istanze evangeliche da giungere a concepirle quasi “naturalmente”, in termini ormai impliciti, non più consapevolmente riferiti all’esempio di Cristo. Si pensi allo slogan voltairiano – «Non la penserò mai come te, ma sono disposto a morire affinché tu possa esprimere la tua opinione» – che, mentre assimila l’insegnamento di Gesù secondo cui occorre porgere l’altra guancia e amare anche i propri avversari, rende paradossalmente superflua o almeno improbabile – in terre come l’Europa mediterranea – la possibilità di essere uccisi a causa delle proprie convinzioni religiose.
In realtà, in una tale temperie, il martirio non cessa di essere possibile e anzi “necessario” per continuare a segnare con tratti peculiari il volto del cristianesimo ecclesiale. Ma diventa urgente allargarne il senso, senza inflazionarne la qualità. Più precisamente diventa importante – ancor più che estendere il “concetto” di martirio – dilatare l’identità dei martiri, considerandoli come coloro che, oltre a dare la vita per un ideale e persino per qualcuno, muoiono “con” Qualcuno, venendo coinvolti nel martirio stesso di Cristo. Si badi bene: questo tentativo di smarcare l’identità dei martiri dal concetto del martirio non tende a divaricare e, al limite, contrapporre il martirio e i martiri, ma a distinguere debitamente il concetto dall’identità, la quale rispetto al primo ha un profilo certamente meno astratto, più marcato e radicale e, perciò, esistenzialmente più esigente. La nuova martirologia, così, passando dal tentativo di estendere il concetto del martirio al tentativo di dilatare l’identità del martire, passa pure dalla considerazione di un’idea e di un ideale, pur nobilissimi, alla considerazione di alcuni vissuti concreti, cui non applicare più – deduttivamente – un’etichetta teologica, ma da cui piuttosto ricavare – induttivamente – una teologia della testimonianza cristiana.
In questa prospettiva sono andate le riflessioni – pur differenti – di teologi come Balthasar e Rahner o di alcuni latino-americani come Ellacuría e Jiménez Limón, d’accordo nell’ammettere che chi viene ucciso perché professa la fede cristiana non può non morire per la sua fedeltà a Cristo vissuta nella pratica della verità e della giustizia: così come è stato nel caso paradigmatico della martirìa di Gesù stesso, costitutiva di ogni altra autentica e compiuta martirìa. In tal modo si arriva a comprendere – come aveva già capito nel Medioevo san Tommaso e come ha gridato Giovanni Paolo II ad Agrigento nel 1993 – che il martire cristiano non è soltanto chi dà la vita a motivo della fede, come il martire civile non è soltanto chi viene ucciso per la giustizia. Anche il martire cristiano, in fedeltà a Cristo, può morire per la giustizia. E anche il martire civile può ritrovarsi associato a Cristo mentre si sacrifica per la giustizia […]. Si tratta di un’ermeneutica specificamente cristiana, che può farci rendere conto che il martirio di chi è discepolo di Cristo è – in taluni contesti – proprio il martirio del “giusto”, illuminato però dal Vangelo.
 

* Facoltà teologica di Sicilia. Intervento tenuto durante l’incontro di studio “Don Pino Puglisi per il Vangelo” (Palermo, 30 aprile 2013)

Adista rende disponibile per tutti i suoi lettori l'articolo del sito che hai appena letto.

Adista è una piccola coop. di giornalisti che dal 1967 vive solo del sostegno di chi la legge e ne apprezza la libertà da ogni potere - ecclesiastico, politico o economico-finanziario - e l'autonomia informativa.
Un contributo, anche solo di un euro, può aiutare a mantenere viva questa originale e pressoché unica finestra di informazione, dialogo, democrazia, partecipazione.
Puoi pagare con paypal o carta di credito, in modo rapido e facilissimo. Basta cliccare qui!

Condividi questo articolo:
  • Chi Siamo

    Adista è un settimanale di informazione indipendente su mondo cattolico e realtà religioso. Ogni settimana pubblica due fascicoli: uno di notizie ed un secondo di documentazione che si alterna ad uno di approfondimento e di riflessione. All'offerta cartacea è affiancato un servizio di informazione quotidiana con il sito Adista.it.

    leggi tutto...

  • Contattaci

  • Seguici

  • Sito conforme a WCAG 2.0 livello A

    Level A conformance,
			     W3C WAI Web Content Accessibility Guidelines 2.0

Sostieni la libertà di stampa, sostieni Adista!

In questo mondo segnato da crisi, guerre e ingiustizie, c’è sempre più bisogno di un’informazione libera, affidabile e indipendente. Soprattutto nel panorama mediatico italiano, per lo più compiacente con i poteri civili ed ecclesiastici, tanto che il nostro Paese è scivolato quest’anno al 46° posto (ultimo in Europa Occidentale) della classifica di Reporter Senza Frontiere sulla libertà di stampa.