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Romania, non passa il referendum per impedire i matrimoni gay

Romania, non passa il referendum per impedire i matrimoni gay

Se qualcuno sperava, o temeva, che la Romania aderisse al progetto di affossare, prima ancora del nascere, la proposta di matrimoni omosessuali, il risultato del referendum tenutosi Sabato 6 e domenica 7 ottobre ha dato certamente prova che il popolo rumeno è più avanti della sua classe politica. Ed anche della Chiesa Ortodossa (che racchiude in sé l’80% della popolazione).

La consultazione popolare che voleva la modifica dell’art. 48 della Costituzione, trasformando la definizione del matrimonio da “unione spontanea tra coniugi” in “unione spontanea tra uomo e donna”, infatti, non è passata. I cittadini rumeni hanno espresso la loro sonora bocciatura a questa proposta disertando le urne. Per essere valido, infatti, il referendum avrebbe dovuto raggiungere il quorum del 30% degli aventi diritto al voto, mentre l’affluenza alle urne è stata del 20.41%.

Appoggiata dal Partito socialdemocratico, (di centrosinistra e attualmente al governo), nonché dalla Chiesa ortodossa e dalla Coalizione per la famiglia, (organizzazione a cui hanno aderito più di 40 gruppi religiosi e conservatori), la modifica della Costituzione doveva fungere da impedimento anche solo alla possibilità di discutere in Parlamento una legge che consentisse il matrimonio tra persone dello stesso sesso. In definitiva, quasi tutte le forze politiche del paese avevano appoggiato la proposta referendaria, (tranne il giovanissimo partito Unione salva Romania), compresa la Camera alta del Parlamento che, lo scorso settembre, aveva votato perché il referendum si tenesse.

Nonostante il comitato referendario avesse “raccolto tre milioni di firme quando ne sarebbero bastate 500mila per organizzare il referendum”, come ricorda Internazionale, e nonostante una campagna referendaria che, come spesso accade in questi casi, intendeva incutere nella popolazione il timore che l’estensione dei diritti a certune categorie sarebbe andata a discapito di altre, i cittadini romeni hanno optato per la secolarizzazione della loro società, rifiutando l’idea di un “nuovo ordine lgbt” (come titolava uno dei principali quotidiani in campagna elettorale, România liber?) che avrebbe messo a repentaglio la famiglia tradizionale.

Non dello stesso avviso la Conferenza episcopale romena, che già a conclusione della sessione ordinaria di metà settembre, a Sumuleu Ciuc, aveva incoraggiato i cattolici a partecipare al voto e a promuovere la verità sul matrimonio e la famiglia; in un comunicato diffuso dopo il referendum, la voce dei vescovi ha così commentato il risultato: «Nella sua qualità di ‘madre e maestra’, la Chiesa cattolica (…) riafferma con forza che la famiglia si fonda sul matrimonio liberamente consentito tra un uomo e una donna» e «incoraggia i genitori di aprirsi alla vita e li accompagna nella loro cura per l’educazione dei figli». «Imploriamo l’aiuto e la misericordia di Dio uno e trino su tutte le famiglie di oggi e del futuro del Paese nostro e del mondo intero, e l’intercessione della Santa Madre di Dio ci ottenga la gioia del vivere con dignità, in pace e armonia», conclude la nota.

*Foto di Locketudor tratto da Wikipedia immagine originale e licenza

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