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Comincia l'era Bolsonaro. Ed è già guerra

Comincia l'era Bolsonaro. Ed è già guerra

Tratto da: Adista Notizie n° 1 del 12/01/2019

39643 BRASILIA-ADISTA. Se il buongiorno si vede dal mattino, i prossimi quattro anni, per il popolo brasiliano, saranno un incubo. Già la cerimonia di insediamento di Bolsonaro, svoltasi il primo gennaio in un clima di stato d’assedio del tutto inedito per un evento normalmente vissuto come una festa – l’ingresso alla Esplanada dos Ministérios era vietato persino a biciclette, skate e pattini – ha offerto un'immagine assai vivida del regime che resterà in carica fino al 31 dicembre del 2022.

Significativo, in particolare, il trattamento riservato ai giornalisti, da sempre tra i principali bersagli dell’ex capitano, lasciati senz’acqua, obbligati a chiedere l’autorizzazione per andare al bagno, intimiditi e, come ha denunciato Vicente Nunes del Correio Braziliense, confinati in un «carcere privato fino alle 17», quando finalmente hanno ricevuto il permesso di coprire la cerimonia di insediamento.

Una cerimonia, come è stato rimarcato dalle forze progressiste, in cui il golpista Michel Temer ha consegnato al neofascista Jair Bolsonaro la fascia presidenziale che era di Dilma Rousseff – rovesciata dal colpo di Stato parlamentare- giudiziario-mediatico del 2016 – e che sarebbe spettata a Lula, a cui è stata sottratta grazie alla farsa del processo orchestrato ai suoi danni (seguito dalla condanna, dall’arresto e dalla definitiva inabilitazione) e a una campagna illegale condotta a colpi di fake news.

Ed è proprio per questo che ad ascoltare il discorso di Bolsonaro pronunciato al Congresso dopo il suo giuramento, con i suoi proclami contro «l’ideologia di genere», contro una scuola impegnata a indottrinare i figli del popolo brasiliano anziché prepararli al mercato del lavoro, contro i «nemici della patria, dell’ordine e della libertà», non c’era alcun parlamentare di sinistra, in un’esplicita dichiarazione di guerra al nuovo governo. «Non sembrava una scelta ragionevole – ha spiegato il presidente del Psol Juliano Medeiros – partecipare all’insediamento come se tutto fosse normale».

Come se fosse normale, tanto per dirne una, il fatto che il nuovo presidente abbia candidamente ammesso di essere arrivato alla presidenza con l'aiuto del comandante dell'esercito, il generale Eduardo Villas Bôas («Lei è uno dei responsabili del fatto che io stia qui»), non senza un'inquietante allusione a un accordo segreto tra i due («Generale, ciò di cui abbiamo parlato resterà tra noi»). Proprio quel generale che, lo scorso aprile, all’epoca della discussione sulla richiesta di habeas corpus presentata dai legali di Lula, aveva lanciato alla magistratura un piuttosto esplicito richiamo all’ordine, per poi riconoscere, mesi dopo, di aver agito «al limite», per scongiurare il rischio che la situazione «potesse sfuggire al controllo».

L'attacco agli indigeni

Ma è nei primi due giorni del governo Bolsonaro – o “Bolso-nazi”, come è chiamato a sinistra – che tutto il peggio delle "promesse" della campagna elettorale ha iniziato a diventare realtà.

Che sarà un governo contro i poveri, il nuovo presidente lo ha messo subito in chiaro, riducendo il valore del salario minimo già approvato dal Congresso nazionale da 1006 a 998 reais. Ma è stato contro i popoli indigeni, tra i principali nemici dell'ex capitano, che è stato inferto il colpo più grave. Con un provvedimento provvisorio già pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e firmato poche ore dopo l'inaugurazione del suo mandato, Bolsonaro ha sottratto alla Funai, la Fondazione nazionale per gli indigeni, la responsabilità di identificare, delimitare, demarcare e omologare le terre indigene e l'ha affidata al Ministero dell'Agricoltura, dominato dalla lobby dell'agribusiness e guidato da Tereza Cristina, ribattezzata "musa dei pesticidi" per il suo impegno a favore dell'alleggerimento delle regole sui veleni chimici. Sarà lei, già a capo della potente bancada ruralista al Congresso, dove si è distinta per il suo voto a favore della legalizzazione massiccia di aree pubbliche invase dai latifondisti, con successivo incremento tanto della deforestazione quanto dei conflitti per la terra, a occuparsi delle terre indigene e quilombolas, oltre ad assumere il comando del Servizio forestale brasiliano, responsabile della gestione delle riserve naturali. «Lo smantellamento è già iniziato», ha commentato la leader indigena Sônia Guajajara, candidata alla vicepresidenza per il Psol in coppia con Guilherme Boulos: «Qualcuno ha ancora dubbi sulle promesse di esclusione della campagna?».

Un attacco, quello ai popoli originari, che non ha preso di sorpresa nessuno. In campagna elettorale, Bolsonaro era già stato molto chiaro a promettere che «nemmeno un centimetro quadrato in più» sarebbe andato ai popoli indigeni e, ancora pochi giorni prima dell'insediamento, aveva auspicato addirittura una revisione della demarcazione "simbolo" dell'area indigena Raposa Serra do Sol, omologata nel 2005 dal presidente Lula dopo una più che trentennale lotta dei popoli originari contro politici, militari, latifondisti e cercatori d'oro, e ancora rimessa in discussione da una lunga serie di ricorsi, finché il Supremo Tribunale Federale non si era pronunciato, nel 2009 e ancora nel 2013, a favore della legittimità costituzionale del suo riconoscimento. «È l'area più ricca del mondo - ha dichiarato Bolsonaro -, bisogna sfruttarla in maniera razionale. E dalla parte dell'indio, concedendo royalty e integrando gli indigeni alla società».

Terra bruciata

Ma non è solo contro gli indigeni che si è scagliato il nuovo governo. Il provvedimento provvisorio con la riorganizzazione dei ministeri firmato da Bolsonaro appena dopo il suo insediamento ha anche soppresso il Ministero del Lavoro, le cui funzioni sono state suddivise tra quello, presieduto da Sérgio Moro, della Giustizia e della Pubblica Sicurezza – come se il lavoro fosse una questione di polizia – e quelli dell'Economia e della Cittadinanza. E ha eliminato del tutto il Ministero della Cultura, evidentemente considerato superfluo da una compagine governativa che certo non brilla su questo terreno.

Allo stesso modo, è stato spazzato via il Consiglio nazionale di sicurezza alimentare e nutrizionale, impegnato nella difesa di un'alimentazione sana, non industrializzata e libera da veleni chimici, del resto chiaramente incompatibile con la politica agricola della "musa dei pesticidi". E la stessa fine ha fatto la Segreteria dell'educazione continua, dell'alfabetizzazione, della diversità e dell'inclusione, con cui scompaiono dall'agenda scolastica i temi dei diritti umani, dell'educazione interculturale e del concetto stesso di diversità. Una misura, quest'ultima, annunciata dal ministro dell'Educazione Ricardo Vélez Rodriguez, paladino dei «valori tradizionali della società riguardo alla difesa della vita, della famiglia, della religione », voluto espressamente alla guida del dicastero dallo scrittore e filosofo Olavo de Carvalho, guru di Bolsonaro, impegnato a portare avanti la sua personale crociata contro il "sacerdozio delle tenebre": marxismo, psicoanalisi, esistenzialismo, teologia della liberazione, relativismo morale, culturale ed etico. «Formare cittadini per il mercato del lavoro – ha commentato Bolsonaro su Twitter –: la prospettiva opposta a quella dei governi precedenti, i quali miravano consapevolmente alla formazione di menti schiave delle idee di dominazione socialista».

E infine, con il Ministero dei Diritti umani accorpato a quello della Donna e della Famiglia sotto la guida della pastora evangelica Damares Alves – contraria all’aborto anche in caso di violenza sessuale e capace di anunciare di aver visto Gesù ai piedi di un albero di goiaba – la popolazione Lgbt è scomparsa per incanto dalle politiche di promozione dei diritti umani, in «un Paese che uccide più Lgbt al mondo», come ha ricordato la leader del Partito comunista del Brasile Manuela D'Avila

* Il presidente Jair Messias Bolsonaro in una foto [ritagliata] del 1° gennaio 2019 dell'Ambasciata degli Usa a Brasilia, tratta da flickr, immagine originale e licenza

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